Hollywood è costretta a fare i conti con il razzismo

Il movimento antirazzista costringe anche l’industria del cinema a ripensarsi

La polizia è storicamente un “eroe” di Hollywood. Sulla questione “discriminazione razziale” un grande classico è il poliziotto bianco rude e un po’ razzista che grazie alla collaborazione con un collega nero scopre che gli afro-americani non sono poi così male.

Ora, come abbiamo visto tutti, la maschera della brutalità della polizia americana è caduta. Di fronte a prove sempre più inconfutabili del razzismo della polizia (che si tratti della morte di George Floyd e di altri omicidi ancora più recenti o della reazione violenta di alcuni agenti di polizia alle manifestazioni), l’immagine degli agenti di polizia americani come  peacekeeper è uscita fortemente deformata.

Quelli che hanno contribuito a diffondere questa falsa immagine, in particolare il cinema, sono ora sotto il fuoco delle critiche.

Ne parla anche l’inglese The Guardian in un articolo di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci.

Chi guarderebbe una serie tv in cui la metà dei crimini resta impunita?

È noto che film e serie televisive hanno quasi sempre rappresentato le forze di polizia degli Stati Uniti in una luce positiva.

Molti film e serie tv incentrate sulla polizia hanno impiegato poliziotti come consulenti, con i limiti che ciò implica.

Del resto chi guarderebbe una serie tv in cui la metà dei crimini violenti non viene mai risolta (come avviene nella vita reale)?

Preferiamo uomini d’azione che non si arrendono mai, investigatori scaltri e border-line nel rispetto delle regole. Generalmente bianchi e maschi.

Le singole “mele marce”

Quando si parla di razzismo nella polizia, il quadro è altrettanto distorto. L’industria dell’intrattenimento generalmente ha seguito nel passato la linea ufficiale: la cecità sconsiderata e la negazione da parte delle case di produzione hanno lasciato il posto negli ultimi anni all’ammissione riluttante di un problema, ma di regola senza avventurarsi oltre la teoria delle singole “mele marce” .

E anche se si può tranquillamente affermare che non tutti i funzionari delle forze dell’ordine sono razzisti, l’esistenza del razzismo “istituzionale” è stata a lungo costantemente negata.

Il Ku Klux Klan come coraggioso garante dell’ordine

La storia di Hollywood sul razzismo è una storia che è iniziata male, considerando il famoso Nascita di una Nazione di DW Griffith (pubblicato nel 1915). Il film è la ricostruzione romanzata della guerra civile americana che nel 1865 portò all’abolizione della schiavitù.

La polizia moderna all’epoca non esisteva quasi. I membri del nuovissimo Ku Klux Klan erano raffigurati come coraggiosi garanti dell’ordine pubblico, al galoppo per salvare i bianchi dai neri mal intenzionati e ripristinare la supremazia bianca: una forma di rappresentazione di un razzismo istituzionale eroico disinibito. Si può dire che da allora la cultura popolare se ne è allontanata, sebbene lentamente.

Anni 60: Hollywood e la lotta per i diritti civili

Al tempo dei diritti civili, Hollywood ha almeno il merito di iniziare a riconoscere il razzismo della polizia. È evidente nel film che ha ricevuto cinque oscar La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967). Un poliziotto nero di Filadelfia interpretato da Sidney Poitier è immerso nell’atmosfera appiccicosa e razzista del Mississippi, incarnata dal capo della polizia locale, interpretato da Rod Steiger. All’inizio, quest’ultimo sospetta Poitier dell’omicidio che alla fine risolveranno insieme e i “progressi” della coscienza di Steigerb furono applauditi dalla critica dell’epoca.

Il pubblico bianco poteva tornare a casa sentendosi orgoglioso come se avesse fatto molta strada, anche se il pubblico nero sapeva che il problema del razzismo non era affatto risolto.

Da allora questa dinamica della coppia di poliziotti bianchi e neri è stata riprodotta in molti film. O i partner trascorrono il film nel tentativo di risolvere le loro differenze e raggiungere un compromesso simbolico, oppure la collaborazione è equa e armoniosa fin dall’inizio, come se volesse dire che il razzismo alla fine non esiste.

Storie avvincenti da registi neri

I cineasti neri hanno sempre avuto un quadro più chiaro della situazione. Inutile dire che nel cinema afroamericano il razzismo strutturale della polizia è ovvio.

L’era di Black Lives Matter (un movimento lanciato nel 2013 per denunciare il razzismo sistemico e la violenza contro i neri americani) ha visto anche l’uscita di una serie di film molto intensi incentrati sul punto di vista delle vittime della polizia razzista nei confronti degli afroamericani. Nella maggior parte di questi film ottenere giustizia contro il razzismo poliziesco è un sogno irraggiungibile.

Ovviamente, questo è ciò che Spike Lee ci ha detto per decenni. La scena in cui Radio Raheem muore strangolato dalla polizia in Fai la cosa giusta appare stranamente premonitrice oggi, ma non era nemmeno una finzione quando il film è uscito 1989 (era stata ispirata dalla morte dello street artist Michael Stewart nel 1983).

Spike Lee ha fatto precedere il suo film biografico su Malcolm X con riprese dei pestaggi di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles.

Con BlacKkKlansman racconta poi la storia, negli anni ’70, di un duo di poliziotti composto da un uomo di colore e da un ebreo che si infiltrano nel Ku Klux Klan (i cui seguaci si dilettano sempre nelle proiezioni di Nascita di una nazione).

Il vento sta cambiando anche nel cinema Usa

Che il vento stia cambiando lo testimonia ad esempio la mini-serie Watchmen di HBO, trasmessa in Italia da Sky. Il racconto ha sorpreso tutti con il suo esame frontale del razzismo nella storia americana. La serie inizia con una rievocazione del massacro di una comunità di afroamericani a Tulsa nel 1921 (che molti spettatori hanno cercato su Wikipedia per verificare che fosse effettivamente avvenuto: sì è avvenuto). La sua intricata trama raffigura una funzionaria della polizia nera di fronte al razzismo diffuso negli anni ’30, ad un movimento suprematista bianco vicino alla polizia, a un capo della polizia che, ai nostri giorni, nasconde abiti del Ku Klux Klan nei suo armadio…

Un’altra serie tv che rompe i canoni classici in tema di razzismo è Hollywood, trasmessa in Italia da Netflix. La miniserie creata da Ryan Murphy mischia fatti e personaggi reali ad altri inventati ed è una storia di discriminazione nell’ambiente cinematografico americano degli anni 50 verso le minoranze, i neri, i gay, le donne, i “comunisti”… con un happy end molto hollywoodiano.

Maggiore attenzione alla realtà

Questo non vuol dire che i registi bianchi mainstream si stiano precipitando a cambiare i loro codici di narrazione ma è un segno che il vento sta cambiando. Il movimento Black Lives Matter ha costretto i registi bianchi a essere più attenti alle storie che raccontano e alla loro aderenza alla realtà.

Le storie del passato portate sullo schermo, ammorbidite sulla polizia e sul razzismo, non sono più adatte a ciò che sta accadendo per le strade degli Stati Uniti ed è testimoniato dalle riprese amatoriali degli smartphone. Sullo schermo come nella vita non è più possibile negare la realtà.

In copertina: i poster di Nascita di una Nazione (1915), La calda notte dell’ispettore Tibbs (1967) e della serie Watchmen (2019). Poster via IMDb

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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