I 10 migliori film del Neorealismo

Una corrente estetica che ha modificato il cinema mondiale

Secondo il grande regista americano Samuel Fuller: «C’è neorealismo quando c’è qualcosa di reale, quel tocco che solo qualcuno che ha vissuto una certa esperienza può dare».  

La storia del cinema è stata profondamente modificata dalla corrente italiana che dopo la Seconda guerra mondiale cambiò lo stato delle cose per chi girava un film e per chi lo guardava. Il neorealismo italiano si è caratterizzato in nuovi spazi da girare (non solo esterni ma anche nuovi teatri di posa), nuovi soggetti con cui farlo (gli attori presi dalla strada e i bambini), nuovi temi e nuovi generi che faranno da architrave a una rinnovata stagione del cinema italiano. Un cinema dove irrompe la vita quotidiana del dopoguerra con prostitute, sciuscià, partigiani e con ricchi spesso cattivi e poveri buoni.  

Il Neorealismo è un ponte obbligatorio per comprendere l’Italia e gli italiani. Si dice che non abbiamo mai fatto una rivoluzione. Non è vero. Quella tra il 1943 e gli anni Cinquanta fu una rivoluzione estetica, civile e morale che ha una bandiera tricolore riconosciuta e apprezzata dal cinema mondiale ancora oggi.

Ho scelto i miei migliori dieci film di quel fecondo periodo tenendo in conto non solo il valore estetico ma anche la capacità di saper ancora dialogare con il mondo attuale. 

LADRI DI BICICLETTE di Vittorio De Sica, 1949

Una storia semplice. Quasi banale. Che diventa racconto universale ancora modello. Un disoccupato trova lavoro come attacchino. Riscatta la sua bicicletta al banco dei pegni indispensabile per il proprio lavoro. Al primo giorno d’impiego gliela rubano sotto gli occhi. Cerca di recuperarla assieme al figlio (i due protagonisti non sono attori professionisti) in un peregrinare per una Roma ripresa in slarghi e ambienti che restituiscono la città dell’epoca. La macchina da presa pedina padre e figlio, ne ricostruisce i rapporti complessi, l’unità di intenti familiari. Il padre disperato ruba una bicicletta davanti allo stadio, la folla lo blocca ma viene lasciato libero per le lacrime del figlio che commuovono la gente. De Sica ha raccontato che per far piangere in modo realista il piccolo Bruno Stajola gli disse con credibilità che aveva saputo che raccoglieva le cicche da terra per rivendere il tabacco. L’aneddoto è ripreso e raccontato anche in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.
Una sorta di stella polare del Neorealismo. Un senso di pietà pervade tutta la visione. Lo spettatore s’identifica pienamente nel dramma del derubato e nella compagnia del proprio figliolo. Figure femminili molto sullo sfondo che restituiscono anche un clima d’epoca. Un mondo di miseria e di dramma occupa la scena pubblica grazie al film. Solidarietà, indifferenza e aperta ostilità mostrano senza finzione la varia umanità uscita dalla guerra. Zavattini trasse la vicenda da un libro omonimo che non aveva avuto grandi successi. 
Secondo Oscar per De Sica dopo quello ottenuto per “Sciuscià” e pioggia di premi e consensi in tutto il mondo che consacra il regista e il suo sceneggiatore Zavattini ai vertici dell’innovazione cinematografica internazionale. Si racconta che dei produttori americani avessero proposto Cary Grant per il ruolo del protagonista. 

ROMA CITTÀ APERTA di Roberto Rossellini, 1945  

Singoli episodi della Resistenza romana che diventeranno storia cinematografica universale. La Roma occupata dai nazisti aveva lasciato un segno di morte e di male. Una popolana, un sacerdote e un ingegnere comunista diventano gli eroi positivi che sacrificano la vita nel nome del bene comune. A guardare il prete morire ci sono i ragazzini della parrocchia che hanno scelto di stare dalla giusta parte. Anche il figlio della sora Pina che aveva visto ammazzare la madre.
Le ristrettezze del dopoguerra fanno girare il film con pochi soldi e pellicola scaduta comprata a caro prezzo vendendo l’argenteria di famiglia del regista. Tutto il mondo resta incantato dal vero e dal nuovo che s’imponeva come stile di riferimento. Non era un riconoscimento solo dalla critica ma anche dal pubblico di tutto il mondo. 
Quello che era accaduto diventava cinema del reale. Il piano morale prevale su quello politico, pur evidenziando l’incontro delle diverse sensibilità partitiche che fanno fronte comune contro il nazifascismo. Il film giusto al momento giusto. Una pioggia di premi. Dirà il regista Otto Preminger: «La storia del cinema si divide in due parti: il prima e il dopo “Roma città aperta». Tra gli sceneggiatori c’è anche Federico Fellini
Anna Magnani superba, Aldo Fabrizi non è di meno.
Uno stile semplice e diretto, che diverte anche con incredibili soluzioni comiche che si mescolano al clima di grande tragedia, lo rendono un film assoluto.

PAISÀ di Roberto Rossellini, 1946

Viaggio da Sud a Nord dell’Italia per episodi che illustrano le tremende cronache della guerra dallo sbarco degli americani in Sicilia fino alla presa di coscienza della Resistenza come Risorgimento nazionale. Tra slang americano, dialetti italiani e tedeschi nemici, secondo Morandini «uno dei vertici del neorealismo italiano che porta ad un grado di incandescenza espressiva e di autenticità tragica la materia della cronaca». C’è un vero che irrompe in una presa diretta per le masse. Inoltre mostra un’Italia diversa nei suoi confini e nelle sue abitudini. Rossellini attraversa la penisola dalla Sicilia alle Valli di Comacchio raccontando per episodi un cinema regionale che il nazionalismo fascista aveva interrotto. Tutti gli attori non sono professionisti. Contributo di Fellini alla sceneggiatura. Hanno detto i fratelli Taviani: «La guerra e il fascismo avevano azzerato la nostra infanzia. Siamo rinati guardando Paisà. Quando si accese la luce dell’intervallo ci siamo resi conto che avrebbe cambiato la nostra vita.»

RISO AMARO di Giuseppe De Santis, 1949

Sorta di epopea costruita sul lavoro femminile delle mondine che andavano a far lavoro stagionale nelle risaie del Piemonte. Un giovane regista di stretta osservanza comunista a soli 32 anni realizza un capolavoro che troverà il largo consenso del pubblico. Strepitoso il cast a partire dalla protagonista femminile Silvana Mangano che nei panni della mondina scosciata contribuisce a lanciare il mito della maggiorata fisica degli anni Cinquanta. Vittorio Gassman strepitoso veste i panni di un perfetto malamente bello e destinato alla distruzione. Ne è antagonista Raf Vallone, già cronista dell’Unità e calciatore che diventa uno dei migliori attori italiani. La lotta sindacale assieme al boogie-woogie e ai fotoromanzi. Ha spiegato Farassino che: «Spettacolo e coscienza civile sono fusi con rara maestria in un racconto di ampio respiro che può stare alla pari con i grandi affreschi epici americani».

OSSESSIONE di Luchino Visconti, 1943

Film apripista della stagione neorealista realizzato mentre il fascismo è ancora al potere. Luchino Visconti, aristocratico per nascita, incarnava al meglio la possibilità di concepire cinema in modo nuovo e internazionale. Era stato assistente di Renoir in Francia e trasse materia viva senza citarla da “Il postino suona sempre due volte” di James Cain
La tragedia americana viene trasposta in ambientazione realista dell’Italia di provincia. Si tratta di una storia di sesso e sangue, di desideri morbosi mai visti primi. Tra sfondi assoluti della Pianura Padana e porto di Ancona vanno in scena vecchi osti, camionisti aitanti ed ex prostitute che sostituiscono i gagà del cinema dei telefoni bianchi. Tutto il nuovo è visto «con gli occhi privi d’indulgenza di un aristocratico immoralista». Il film diventa una bandiera, un manifesto, quasi un proclama a scoprire il vero.

SCIUSCIÀ di Vittorio De Sica, 1946

Quando gli venne assegnato il primo Oscar al film straniero nelle motivazioni si sottolineò: «L’alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità.» De Sica e Zavattini avevano rivolto lo sguardo verso i ragazzi, rimasti sulla strada nelle macerie belliche, che per vivere erano lustrascarpe dotati di arte dell’arrangiarsi e che per bisogno finivano anche in riformatori dove il fascismo faceva ancora sentire la sua anima più profonda. Franco Interlenghi giovane protagonista sarà destinato a luminosa carriera. Un realismo sognatore simboleggiato da un cavallo bianco domina la vicenda triste e dal finale drammatico. Una svolta del cinema di De Sica che vira verso la profonda denuncia sociale. 

MIRACOLO A MILANO di Vittorio De Sica, 1951

Epica zavattiniana tratta dal suo romanzo “Totò il buono”, dove un giovane orfano è campione del buonismo povero che si accompagna ai barboni derelitti dalla guerra. Nel loro campo si trova il petrolio e i capitalisti con la polizia mostreranno il loro volto feroce. Apologo fiabesco ancora oggi molto attuale modulato tra Brecht e populismo poco ideologico. Non è un caso che fu avversato da Destra e Sinistra con differenti critiche politiche. I moderati ne vedevano un elogio del comunismo, i progressisti non apprezzarono la mancata politicizzazione dei poveri. Trionfo a Cannes con Palma d’Oro. Bellissimo il surreale finale cui collaborò alla realizzazione anche un giovane Dario Fo

UMBERTO D. di Vittorio De Sica, 1952

I tormenti della vecchiaia di Umberto D., altre lacrime, altre finestre del reale dove la vita non è quella degli altri film tutta rose e fiori. Un modesto impiegato in pensione, espulso dalla propria padrona di casa in quanto non più in grado di pagare l’affitto, medita il suicidio. Per interpretarlo De Sica chiama un professore universitario. Il suo vissuto è un cane di cui cerca di disfarsi e una servetta vessata dalla sua padrona cui Umberto D. consiglia di studiare la grammatica per meglio difendersi. Il film fu apostrofato da Andreotti in un celebre articolo, in cui invitava il cinema a raccontare storie positive, ricordato con la frase “i panni sporchi si lavano in famiglia” mai in effetti pronunciata dal politico che comunque aveva rimproverato De Sica di aver «voluto dipingere una piaga sociale… con valente maestria» ma senza «quel minimo di insegnamento che giovi nella realtà a rendere domani meno freddo l’ambiente di quanti in silenzio si consumano, soffrono e muoiono».

ACHTUNG! BANDITI!  di Carlo Lizzani, 1951

Film nato da una committenza dal basso promossa da un gruppo di operai costituitasi in cooperativa di spettatori che sottoscrivono azioni da 500 lire. Ricorda il regista Carlo Lizzani allora ai suoi esordi: “Genova volle il suo film e i fondatori della cooperativa furono d’accordo a scegliere a tema della prima opera cinematografica finanziata direttamente dagli spettatori la Resistenza, che proprio a Genova aveva avuto momenti e figure indimenticabili”. Con attori Gina Lollobrigida e Andrea Checchi il film narra con un racconto di finzione la lotta partigiana a Genova e in Liguria, vissuta dalle organizzazioni clandestine in città e nelle fabbriche impegnati nella guerriglia sulle montagne e nella battaglia aperta nelle ultime fasi del conflitto. Prima rivalutazione del ruolo dell’esercito italiano che combatte dalla parte giusta. Uno dei primi esempi di cinema militante italiano. 

IN NOME DELLA LEGGE di Pietro Germi, 1949

Quando il neorealismo incrocia il western di John Ford. Un pretore del Nord arriva in Sicilia in un paese vessato dalla mafia; tutti lo avversano tranne Paolino, un giovane e onesto lavoratore. Le ingiustizie e i soprusi sono all’ordine del giorno. Quando, deluso e amareggiato, il pretore decide di andarsene, è l’omicidio di Paolino che lo induce a restare per combattere la mafia con tutti i mezzi. Antesignano del cinema civile antimafia. Un neorealismo dimenticato e da rivalutare che trova ottimi interpreti in Massimo Girotti e Saro Urzì. Su tutto domina la messa in scena e la regia di un grande autore come Pietro Germi. Tra gli sceneggiatori ancora una volta Federico Fellini

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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