I 10 migliori film di Clint Eastwood

Un magnifico patriarca antieroe del cinema mondiale

Ha da poco compiuto novant’anni questo magnifico patriarca del cinema mondiale che non ha smesso di armeggiare con la macchina da presa regalandoci storie incredibili raccontate con estetica tagliente. Una magnifica cavalcata avventurosa quella di questo figlio dell’America più profonda che dopo una formazione di esercito e sport (carriere che gli serviranno molto in futuro come i suoi studi e la passione per la musica) per poi approdare alla recitazione con piccoli ruoli che lo condurranno per questioni economiche ad indossare anche quello del pistolero in pessimi b-movie western e in serie televisive di una certa notorietà.

La ruota della fortuna inizia a girare quando Sergio Leone cerca il protagonista del suo primo western tratto da una storia di Kurosawa. La foto è quella di Clint. Contattato in America tramite il suo agente, l’attore si mostra scettico ma il conio Kurosawa lo intriga: pochi anni prima “I magnifici sette” tratto da “I sette samurai” dello stesso regista è stato un successo clamoroso. E poi un film western girato in Europa non sarà neanche visto nelle sale americane, vale la pena rischiare. L’incontro con Leone è noto per il suo successo commerciale e la clamorosa affermazione dello “straniero senza nome” che comunque riceve sberleffi dalla critica. La trilogia del Dollaro leonina catapulta Eastwood nell’olimpo delle star e presto lo farà passare dietro la macchina da presa ereditando molto dalla lezione di Sergio Leone ma costruendo nel tempo una magnifica narrazione filmica che si abbevera della lezione di molti classici americani contaminandoli di personale contemporaneità.

Arriverà a firmare capolavori immensi e film dotati di cifra autoriale non perdendo il vizio di recitare.

Pur nella brevità di questa nota non si può dimenticare che Eastwood nel corso degli anni Settanta fu bollato genericamente come fascista per l’interpretazione dei suoi commissari violenti e per le sue idee repubblicane ma libertarie. Su questo aspetto rimando a quanto scritto in un esauriente analisi nel suo blog dal critico eretico di lungo corso Valerio Caprara che ben ricostruisce quella ormai dimenticata querelle di altri tempi.

Le regole d’ingaggio di questa rubrica invece si limitano a dover scegliere i migliori dieci titoli di un regista che ne ha girato 41 e che è giusto ricordare che ne ha anche interpretati ben 71 con protagonisti spesso antieroi spigolosi e angolari. Una vita nel cinema partendo dal basso e raggiungendo il massimo successo ma sempre restando saldo nei suoi principi morali e artistici mai svenduti alle logiche del mercato.

MILLION DOLLAR BABY, 2004

Frankie Gunn il protagonista è interpretato dallo stesso regista. Morgan Freeman narra invece la vicenda di un uomo solitario che vive gestendo una palestra e alleando pugili. La sua filosofia della boxe non ha scorciatoie. Un magnifico perdente americano che legge Yates in gaelico e scrive ogni settimana una lettera ad una figlia che non risponde mai come in certi romanzi di Garcia Marquez. Non manca di andare a messa per mettere sulla graticola un prete disegnato alla perfezione. Insegue un titolo mondiale ma le crudezze della vita non gli permettono di vincere. Arriva una donna interpretata da una magnifica Hilary Swank a capovolgere la situazione. La crisalide Maggie diventerà la farfalla Macushla che con un accappatoio verde e il quadrifoglio d’Irlanda regalatole dal suo allenatore sfiderà per il titolo mondiale a Las Vegas la cruentissima Billie The Blue Blear interpretata da una vera campionessa di kickboxing.

Un capolavoro fotografato in chiaroscuro, montato come solo i film di boxe sanno essere. Le uniche luci vive sono quelle dei ring e degli ospedali. La California è un tratto di spiaggia, un ritorno a casa di notte in autobus. Il resto è mitologia da palestra. Con personaggi minori che dal bordo ring mostrano con humor e verità che è quaggiù che qualcuno ci ama. Se finisce male, ma hai vinto un milione di dollari, quei serpenti dei tuoi parenti che ti hanno lasciato ai margini del mondo andranno prima a Disneyland e poi verranno a succhiarti il sangue. Quattro Oscar, due al grande Clint da regista. Meritava anche quello da attore.

GLI SPIETATI, 1992

L’epica del western diventa cronaca di ordinaria quotidianità violenta e spietata in una rivisitazione del genere che ne consegna alla storia del cinema l’ultimo grande titolo del Novecento.

William Munny è un pistolero (interpretato dallo stesso Clint) che ha messo le armi da parte preferendo diventare allevatore per amore di moglie e figli. Ma la consorte è morta, tutto va in malora e la chiamata di un giovane incapace cacciatore di taglie che cerca soci per vendicare a pagamento una prostituta sfregiata in un bordello riapre le antiche consuetudini per confrontarsi con il Male dell’oggi. Munny recupera il suo antico sodale black (ancora una volta il magnifico Morgan Freeman) e si parte per far giustizia. Ma quel tema è competenza di uno spietato sceriffo (un monumentale Gene Hackman) che detta le regole in maniera spietata e personale. Ma Munny che nella sua vecchia carriera non ha risparmiato neanche donne e bambini saprà regolare i conti.

Non è più tempo di eroi e il crepuscolo cinematografico del genere si tinge d’autorevole capolavoro aurorale con una storia che convince per essenzialità, ritmo dello spettacolo, emozioni e come scrive Mereghetti: “il film non è più solo avventura ma angosciata riflessione sul Tempo e sulla Storia”.

Definitiva consacrazione per Eastwood come autore anche ad Hollywood che omaggia film e regista con quattro Oscar.

GRAN TORINO, 2008

Anche in questo film Clint sta dietro e davanti la macchina da presa. E’ Walt Kowalski, stesso cognome del protagonista di “Un Tram chiamato desiderio” ma è anche vedovo come ne “Gli spietati

Un veterano della guerra di Corea ed ex operaio metalmeccanico che non sopporta gli asiatici che ronzano nel suo cortile. Il suo quotidiano da difendere sono l’automobile che dà il titolo al film, le lattine di birre, il suo cane, un amico barbiere. L’epoca dell’odio raccontata con grande maestria e con ruoli rovesciati come solo un maestro del cinema sa fare trasformando il patriota razzista in un magnifico antieroe amato da chi cerca il senso comune della vita. Sentenzia bene Morandini: “Fa capire che la piccolezza umana può essere una grandezza. Fa aspettare lo spettatore con una sorta di suspence per poi sorprenderlo nel finale”. Meritava l’Oscar ha trovato il consenso nel pubblico.

I PONTI DI MADISON COUNTY, 1995

Il cinema da duri di Eastwood lo sa essere anche con una trama da film d’amore che si annovera tra i migliori di tutti i tempi. Clint questa volta veste i panni di un celebre fotografo del National Geografic, Robert Kincaid, in linea con altri suoi personaggi solitari e romantici, che per lavoro finisce nell’America rurale e incontra la passione sentimentale dell’affascinante Francesca (una superba Meryl Streep) sposata con figli. Qualcosa di veramente stravolgente che appassiona qualunque spettatore per autenticità di racconto e sapiente controllo del meccanismo cinematografico. Come sostiene Cesare Catà che ha presentato di recente ad Ascoli il film all’ultima edizione di Cinesophia dedicata a Clint Eastwood: “Sostanzialmente, I Ponti di Madison County racconta dell’immane tragedia di incontrare il grande amore della nostra vita nel momento sbagliato, quando le circostanze ce lo rendono impraticabile”. Un finale memorabile rende il film indimenticabile. Bellissimo, struggente, si rivede sempre con la stessa emozione.

MYSTIC RIVER, 2003

Un neonoir originalissimo per trama e svolgimento tratto da un libro che offre le fondamenta ad un’ottima sceneggiatura da gran film di Eastwood.

Antefatto di partenza nel 1975 a Boston. Tre ragazzi giocano ad hockey in strada. Passa un’automobile con un prete e un poliziotto e vengono redarguiti. Solo uno di loro, Dave, viene costretto a salire con i due adulti. Ricompare mesi dopo e nessuno saprà cosa è accaduto. Passa un quarto di secolo due amici sono vicini di casa, il terzo è diventato un detective di polizia. Dave continua a mantenere il suo segreto. Un omicidio apre una magnifica sciarada che metterà i tre protagonisti a confronto per quello che erano da ragazzi e per come si sono trasformati da adulti.

Regia magnifica condotta con gran rigore senza mai propendere verso nessuno dei personaggi ritratti per intrigare lo spettatore. Il fiume è una splendida metafora, il finale è assolutamente perfetto. Attori magnifici. Oscar per Sean Penn e Tim Robbins.

LETTERE DA IWO JIMA, 2006

Una delle più cruente battaglie della Seconda Guerra Mondiale vista dal punto di vista giapponese speculare al coevo “Flags of our fathers” dove sempre Eastwood raccontava gli americani senza retorica ma anzi demolendo le propaganda della celebre foto che innalza la bandiera per santificare la carneficina e scrutarne il loro privato.

Qui si parte da lettere di soldati rinvenute da archeologi per entrare nella psiche di soldati giapponesi consapevoli di dover essere sconfitti. Non è un film classicamente antimilitarista ma omaggia i morti di entrambi gli eserciti con grande pietà umana. Nei cunicoli ci sono i giapponesi, i marines sono in campo lungo. I flashback ci mostrano un ex fornaio che vorrebbe poter vedere la sua neonata, un campione d’equitazione, un poliziotto idealista. Su tutti si staglia la figura del generale, uomo di grande cultura che ha vissuto in Canada e conosce molto bene gli americani. Film oscuro e raffinato anche grazie ad una preziosa fotografia che ha riscritto il modo di girare l’orrore della guerra.

UN MONDO PERFETTO, 1993

Il sogno americano del mito kennediano distrutto da vite non illustri ma pesanti come montagne.
Kevin Kostner è un evaso che deve raggiungere l’Alaska per saldare i conti esistenziali e prende in ostaggio un bambino. Il capo dei rangers è Clint in persona (variante produttiva dell’ultimo momento) ma il ruolo è quello anticonformista e da antieroe che gli calza a pennello.

C’è una criminologa che conosce l’incrocio di vita tra evaso e ranger. Il bambino vive in una famiglia di Testimoni di Geova e grazie all’evaso scopre per la prima volta le gioie del luna park, dello zucchero filato e di Halloween che la mamma gli aveva sempre proibito.

Il presidente Kennedy sta per arrivare a Dallas e il capo dei ranger ha un bus attrezzato per garantirne la sicurezza ma sarà dirottato per rincorrere l’evaso e il bambino. Una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero con i colpi di scena giusti. Secondo Morandini: “troppo classico nel suo rigore etico per poter aspirare alla futile gloria dei premi Oscar e ai primi posti nella classifica degli incassi”.

BIRD, 1988

Clint Eastwood è una grande appassionato ed esperto di jazz, pianista e nella sua filmografia non mancano belle digressioni musicali come “Honkytonk man”. Altra cifra di Clint sono i biopic ed eccolo quindi cimentarsi con la vita eccesiva per genio e sregolatezza di Charlie Parker detto “Bird” sassofonista principe del Bebop che ha lasciato un segno indelebile in almeno tre generazioni di appassionati.

In pieni anni Ottanta non si contavano i contrari all’operazione per pregiudizio ideologico contro il bianco conservatore che non può raccontare la musica nera di un eroinomane. Clint invece a partire dal protagonista punta bene su Forest Whitaker che trionferà a Cannes vincendo la Palma d’oro ma anche il Gran Prix tecnico per la qualità della colonna sonora raddoppiata con l’Oscar per il sonoro. Bird infatti è un film biografico scomposto che grazie ai flashback ricostruisce divinamente le atmosfere di un’epoca e la musica del tempo nuovo che cambiava il corso della storia. Una sublime suite cinematografica che omaggia il più celebre antieroe del jazz della modernità.

IL CAVALIERE PALLIDO, 1985

Un cavaliere solitario e di poche parole ma con toni predicatori difende una comunità di cercatori di pepite vessati da uno speculatore che assolda tagliagole per poterli mandare via. Clint dirige il film e lo interpreta ispirandosi per trama e ispirazione ad un classico degli anni Cinquanta come “Cavaliere della valle solitaria”. Un punto di svolta nella concezione western del regista che va ad esaltare anche una personale lettura anarcoecologista del mondo. Ma c’è anche molto mestiere e tecnica cinematografica nello straordinario duello finale e nella sequenza iniziale. Il protagonista un “uomo senza nome” richiama Leone ma l’opera comincia ormai ad avere un’estetica tipicamente eastwoodiana. Maggior incasso americano per un western negli anni Ottanta.

AMERICAN SNIPER, 2014

Questa volta il biopic è per un cecchino realmente esistito e di non poco valore. Chris Kyle è un tiratore scelto dei Navy Seal. Un texano cresciuto ad armi e rodeo e che crede in Dio e Nazione. Conosce Taya e la sposa.
Lo attende la guerra in Iraq con le sfide all’oltranzismo di Al Qaeda e del suo omologo “Il macellaio”. Ma il rapporto con la famiglia diventa complesso e difficile. Ogni colpo un ucciso. Un mito e una leggenda che perde i pezzi della sua psiche. Quando torna a casa ritrova sé stesso dedicandosi ai reduci di guerra abbandonati da tutti ma il destino reale che Eastwood racconta sa essere imprevedibilmente beffardo.

Tratto dalla biografia di Kyle il progetto piaceva a Spieberg ma è per fortuna diventato un film di Eastwood che con chirurgica precisione ci mostra la polvere, il sudore, il sangue della guerra moderna edulcorata dai media. Per le accuse di propaganda fascista americana rivolgetevi a qualcun altro. Neanche le commento. Un grande piccolo film.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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