I 10 migliori film di Federico Fellini

Il provinciale che conquistò il mondo

Nel centenario della nascita di Federico Fellini non mi esento da omaggio tra tante celebrazioni all’arte cinematografica di un provinciale che ha segnato la storia del cinema e dell’immaginario internazionale. Fellini è IL genio assoluto fatto immagine. Quattro Oscar per miglior film straniero e uno alla carriera dicono già tanto ma non basta. Ognuno ha il suo Fellini. Il sentimento del provinciale che decodifica il mondo ha creato un mondo felliniano molto onirico. È noto che Federico sperimentò su se stesso l’Lsd per conoscere meglio il suo viaggio. Il suo cinema è infatti un trip. Ogni film, anche i minori, una summa. Fellini è l’immaginario italiano nel mondo. I suoi neologismi sono entrati nel vocabolario. Federico Fellini è un Michelangelo del XX secolo. Scegliere i suoi migliori dieci film su 23 e mezzo, un esercizio di stile misto ad emozione. 

8 E MEZZO, 1963

Un regista che nel mezzo del cammin di vita e filmografia sulla propria crisi esistenziale e artistica realizza un film mai visto prima che diventa il topos per ogni autore che decide di cimentarsi con il cinema nel cinema sapendo che gli si chiederà conto del proprio 8 e mezzo. Il film capostipite del metacinemaMastroianni è il suo alter ego complice nella vita e nella scena. Un film su un regista che sta facendo un film che parla di un regista che non riesce a fare il suo film. Fellini veniva dall’enorme successo della Dolce Vita e temeva di non eguagliare le aspettative. In più per curiosità e per cura si coinvolse in un proficuo rapporto con un celebre psicanalista junghiano aprendo profonde introspezioni del propio vissuto che diventano scene indimenticabili. L’ipertrofia dell’io che diventa cinema. La Saraghina, la casa d’infanzia in Romagna, la mala educazione cattolica, l’incubo nel tunnel. Una marcia finale che sulle note di Nino Rota scruta anche nella  vita di ognuno. Un film che parla all’anima svelata da un illusionista. Da questo labirinto visivo degno di Borges esce un’opera perfettamente compiuta. E anche i due Oscar vinti (uno è per i costumi) sembrano poco cosa. 

LA DOLCE VITA, 1960

Capolavoro assoluto della storia del cinema. Il giornalista Marcello Rubini, un monumentale Mastroianni testimone e complice di un mondo caotico e volgare, cinico, privo di valori e soprattutto minato da un’insopportabile noia di vivere. Tra lavoro e non lavoro Marcello è il Virgilio della Roma del boom. Miracoli, tragedie familiari, gossip da spettacolo e grande celebrazione di via Veneto destinata a gloria eterna. Secondo Pasolini ogni significato del film è “è sempre eccessivo, sovraccarico, lirico, magico, troppo violentemente veristico”. Sesto incasso in Italia ancora oggi con oltre 12 milioni di spettatori. Palma d’oro a Cannes. Avversato dalla Chiesa e dalla sinistra ma entrato nella carne viva del pubblico che, attratto dagli spogliarelli e dalle orge, rivoluzionava inconsapevolmente il costume italico modificando la percezione del proprio mondo e del proprio vivere. Film picassiano secondo l’autore. Anita Ekberg entrerà nel mito con il bagno a Fontana di Trevi. C’è Flaiano sceneggiatore. La prima volta di Celentano al cinema. C’è persino Nico dei Velvet Underground prima di Andy Wharol. C’è un prima e dopo la Dolce Vita e non solo per Fellini ma per l’Italia tutta. 

AMARCORD 1973

Secondo Roberto Nepoti “il film che la gente ha più amato perché ad altezza di pubblico”. I ricordi del fascismo che diventano autobiografia della nazione e Rimini come luogo ideale perfetto per raccogliere quello che ognuno è. Molti riferimenti autobiografici ma per il grande bugiardo Fellini è tutto frutto della sua immaginazione. Niente è girato in Romagna. Tutto è ricostruito ma è tutto vero, dal passaggio del Rex alla favola della bella Gradisca al mito delle Mille Miglia ai fasti del Grand Hotel. Quando si andava al cinema per sognare e affrontare il mondo. Beffe e sberleffi. Lo zio matto Ciccio Ingrassia che urla su un albero “Voglio una donna”. Alvaro Vitali tra le piccole pesti prima di diventare Pierino. Ennesimo Oscar. Adorato dagli americani.

I VITELLONI, 1953

Prima grande affermazione delle origini. Altro film riminese senza riprese a Rimini che racconta la vicenda di Moraldo insieme ai suoi amici che ammazzano il tempo tra scherzi e ribalderia. Alberto Sordi in forma smagliante, Franco Fabrizi guascone predatore di sesso e ribaldo elegante, Leopoldo Triste intellettuale aspirante commediografo e il fratello di Federico, Riccardo, a rafforzare il contesto familiare. Umorismo straboccante.Tutti vogliono andar via, partirà solo Moraldo coraggioso e sensibile salutando l’innocenza di un ragazzino. Un film sulla memoria che inventa e trasforma il borgo delle origini. I vitelloni sulla spiaggia che guardano il mare d’inverno sono la foto esistenziale di una generazione. Leone d’Argento a Venezia e primo successo internazionale.

LA STRADA, 1954

On the road circense nell’Italia povera del dopoguerra animato da tre figurine splendidamente sceneggiate e ancor meglio messe in scena. Il forzuto Zampanò affidato ad Antony Queen è l’anima bruta dell’esistenza. Il Matto è un acrobata sensibile che fa l’antagonista splendidamente interpretato da Richard Basehart. E poi c’è la moglie di Federico, Giulietta Masina, che con Gelsomina offre una deliziosa figura chapliniana tra le più riuscite nel pantheon di Fellini. Gelsomina è il fanciullino Federico che parla con la natura e gioca con i bambini, Zampanò è Fellini che sognava il circo da ragazzo, il Matto è il regista che vorrebbe sempre far ridere i suoi spettatori. Scontro epico a Venezia, perdente ai premi con il realista Senso di Visconti. Oscar a Hollywood. Una mirabile opera di poesia per gli spettatori di ogni epoca.

LE NOTTI DI CABIRIA, 1957

Nuova incursione tra gli ultimi con Giulietta Masina nella parte di un ingenua prostituta che potrebbe essere una sorella di Gelsomina. Ansiosa di riscatto e cattolica nel senso più evangelico incontrerà sulla sua strada il malamente dalla faccia buona che ne devasta ogni speranza. Un tocco di grazia in un trattamento perfetto che dai toni leggiadri finisce per ammantarsi dalla più fosca tragedia. Superbo Amedeo Nazzari nella parte di se stesso come divo d’epoca che porta Cabiria nella sua lussuosa villa. Dialoghi scritti da Pasolini. Sceneggiatura di Flaiano e Pinelli. Palma d’Oro a Cannes per Giulietta Masina che diventa un’antidiva internazionale. Ancora un Oscar

ROMA, 1972

Ha scritto Sandro Petraglia: “In Fellini Roma muore, in Pasolini uccide”. Dopo “La Dolce vita” e l’incursione pop e psichedelica dell’antica Roma petroniana del “Satyricon” Fellini, secondo la definizione di Morandini, realizza “un documentario fantastico dove tutto diventa spettacolo, festa, carosello anche se attraversato da segni e immagini di morte”. La memoria degli anni Trenta con la cronaca dei coevi anni Settanta. I ricordi di Moraldo il provinciale che scopre la crapulona e volgare capitale incrociati con gli scontri con la polizia, la sfilata di moda ecclesiale, il godardismo del Grande raccordo anulare. Ultima apparizione di Anna Magnani. Gore Vidal nelle inquadrature come gli ancora sconosciuti Renato Zero ed Eleonora Giorgi. Uno straordinario affresco di cinema e costume.

GINGER E FRED, 1986

Profetica e lucida illuminazione di quello che sarebbe diventata l’Italia con l’affermarsi della televisione commerciale, quella che spezzava l’emozione dei film e che avrebbe premiato la volgarità distruggendo il talento e la pedagogia nel nome del denaro e della modernizzazione. Ha scritto Emiliano Morreale che “Fellini è stato il primo artista ad avvertire la mostruosità del berlusconismo nel nostro paese”. Due vecchie glorie del tip tap  interpretati dagli attori feticci Mastroianni e Masina vanno a uno show natalizio di una televisione privata risultando essere pedine di uno spettacolo interessato solo alla pubblicità e all’egocentrismo del presentatore affidato a un crudele interprete felliniano come Franco Fabrizi. In mezzo alla rimpatriata dei due protagonisti con le loro umane esistenze aleggia il cavaliere Fulvio Lombardoni. Musiche di Piovani.

LA VOCE DELLA LUNA, 1990

Elogio del silenzio nell’epoca del rumore assordante e caotico. Film testamento che impone come protagonisti il genio comico di Roberto Benigni e Paolo Villaggio. Ai molti perplessi Fellini replica: “Benigni e Villaggio sono due ricchezze ignorate e trascurate. Ignorarne il potenziale mi sembra una delle tante colpe che si possono imputare ai nostri produttori”. Strettamente legato a Ginger e Fred è un incursione surrealista nell’Italia del Nord dove si cerca la voce della luna  nei pozzi mentre la piazza ripropone la nuova Italia tra una gnoccata alimentare e un mondo che ha perso la poesia abbagliata da una tavola rotonda televisiva. Una geniale bizzarria alla Fellini. 

IL BIDONE, 1955  

Film incompreso e stroncato dalla critica dell’epoca e sconosciuto al grande pubblico. Storia di truffatori e di buggeratori di povera gente travestiti da preti che si muovono tra scenari di campagne e luoghi di perdizione. Metafora acuta dell’Italia che vive sull’inganno. Straordinario il protagonista Broderick Crawford e beffardo crudele Franco Fabrizi. Nei bidonisti, ha scritto Giancarlo Zappoli, “non c’è nessun senso morale nel loro agire e Fellini ci mostra, con la freddezza di un anatomopatologo, la necrosi delle coscienze di ognuno”. Un film da riscoprire e da rivalutare e che oggi merita di essere visto e ammirato. 

In copertina: Federico Fellini – Wikipedia

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.