I 10 migliori film di Hitchcock

Brivido, suspence e humor di un genio del cinema.

Approfitto della pandemia per scandagliare una filmografia di 60 film, un paio di regie non accreditate e un lavoro perduto. Scelta complicatissima per un regista da molti capolavori e che con ogni film ha creato una sorta di mondo perfetto. Alfred Hitchcock è uno dei  maestri assoluti della Storia del cinema. Regista con molte ossessioni estetiche ed esistenziali, ingannatore alla Fellini su bugie inventate.
Niente cliché e improvvisazioni, attenzione maniacale al dettaglio, mostro di tecnica e creatività, grande domatore e dominatore di attori e soprattutto di attrici, demiurgo della suspence. 
Nei migliori 10 non ne contemplo nessuno del cosiddetto periodo inglese che considero la grande palestra dei capolavori futuri. Mi duole non aver potuto schierare il geniale “Nodo alla gola” e la stupenda commedia nera “La congiura degli innocenti”. Troppi titoli d’oro e qualche personale preferenza mi hanno fatto propendere per questa hit parade da brivido.

PSYCO 1960

Uno dei migliori film della storia del cinema. Una trama ad incastro tratta da un libro che adopera lo psicopatico Norman Bates per una riflessione altissima sul bene e il male. Non sottovalutare che la vittima principale è colpevole di furto nei confronti del suo principale. Il celebre e sinistro motel dove si svolge l’ancora più celebre scena della doccia (45 secondi che da decenni tengono banco) è mutuato da un quadro di Hopper del 1925 consegnandogli un contesto espressionista anche se Donald Spoto in suo saggio fa notare che nel film “abbondano, a livello visivo, le immagini di linee verticali e di linee orizzontali che tagliano in due lo spazio” e infatti l’abitazione di Norman sta in alto, il motel è in piano orizzontale. Psyco è girato in bianco e nero, come dichiarato più volte dal regista, per evitare di mostrare il rosso del sangue che scivola nella doccia; però per lunghi anni si evitò di trasmettere il film in televisione per l’impatto estremamente violento che ha sullo spettatore. Il maggior successo commerciale di Hitchcock. La genesi, le difficoltà e il successo del film sono ben raccontati nel biopic interpretato da Antonhy Hopkins

LA FINESTRA SUL CORTILE 1954

Un fotografo costretto a casa da un incidente, una donna che mozza il fiato come poteva essere Grace Kelly a quel tempo, una spazio delimitato dove si svolgono 112 minuti straordinariamente palpitanti e divertenti per ogni spettatore. Il delitto e la scoperta dell’assassino sono un risultato finale. Potente è la riflessione sul cinema e sull’atto del guardare. Per Truffaut, che di Hitchcock fu dialogante mentore critico nel celebre libro intervista, si tratta “del film dell’indiscrezione… una straordinaria sinfonia della vita quotidiana e dei sogni distrutti”. Dal punto di vista tecnico invece Truffaut ne apprenderà il “trattamento soggettivo” che Hitchcock spiega in questo modo: “Fai il primo piano di un uomo, tagli su ciò che lui vede, e tagli indietro sulla sua reazione”. Il film è comunque una metafora sul cinema come estremo atto voyeuristico dello spettatore con immagini non ben definite che hanno a che vedere con lo stato onirico della percezione. 

GLI UCCELLI 1963

Altro capolavoro assoluto del cinema e secondo Mereghetti “probabilmente il vero testamento cinematografico di Hitchcock”. Attualissimo in queste ore per il risvolto metafisico che vede la comunità assediata in rapporto rovesciato con la natura. La protagonista con il pretesto casuale di portare una coppia di pappagallini a un avvocato resta coinvolta in una apocalittica rivolta di uccelli che assediano e angosciano la popolazione. Capolavoro anche per l’impiego di  tecniche e di effetti speciali molto innovativi per l’epoca. Indimenticabili sequenze: il magistrale attacco degli uccelli che scendono dall’alto del paese, lo scoppio del distributore di benzina, lo scontro delle automobili, la gente rinchiusa in casa e al ristorante e soprattutto la sequenza in casa dove quattro persone attendono gli uccelli che attaccheranno però questa volta senza essere mai inquadrati e creando una scena di enorme terrore. Tasselli perfetti di un disastro cosmico in un film intramontabile che si conclude con un finale aperto che inquieta e atterrisce. 

INTRIGO INTERNAZIONALE 1959

Un film che contamina alla perfezione commedia brillante, poliziesco e political thriller. Un pubblicitario newyorkese viene scambiato, per equivoco, con un altro uomo (tema ricorrente di Hitchcock che nel film convive con altri suoi topos quali l’impossibilità per l’innocente di discolparsi, la rivalità fra il “buono” e il “cattivo” innamorati della stessa donna, l’ambiguità della coppia e delle persone comuni). Protagonista uno smagliante Cary Grant che viene portato fuori città in una villa, dove gli viene chiesto di confessare qualcosa di cui non è a conoscenza. Ma quando c’è Eve che sta con le spie l’amore complica e risolve ogni cosa. Non amato dai puristi ortodossi per le troppe scene di azione che invece assegnano grandi originalità a una sceneggiatura straordinaria e che secondo molti ha ispirato la serie degli 007 prossimi venturi. Strepitosa e al fulmicotone la scena dell’aereo che attacca il protagonista in un ampio spazio all’aperto (sequenza citata e rifatta da diversi registi come omaggio), ma non da meno l’inseguimento sul monte Rushmore saltellando sui volti dei grandi presidenti Usa, la riproduzione di casa Wright e “il finale più impertinente che abbia mai girato”. 

LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE 1958

Capolavoro filosofico di sir Alfred che tende ad evidenziare, in modo anche complesso, la vita come passaggio necessario e ineluttabile verso le tenebre attraverso la psiche. Il titolo originale “Vertigo” fa riferimento alle vertigini del poliziotto James Stewart che riceve da un amico l’incarico di proteggere le tendenze suicide della moglie interpretata da un’inquietante Kim Novak. Innamoramenti, colpi a sorpresa e il tema del doppio ancora una volta s’incastrano a meraviglia. La celebre scena in cui il protagonista guarda le scale dal campanile per evidenziare le vertigini è girata con una carrellata all’indietro combinata a una zoomata in avanti. Molto belli i titoli di testa. Secondo Mereghetti “il regista ci racconta soprattutto il cammino di un uomo che si sente tradito dalla razionalità: l’importante non è smascherare un omicidio quanto capire come è potuto succedere che la passione dell’innamoramento abbia accecato la razionalità del poliziotto”.

CACCIA AL LADRO 1955

“Effervescente come lo champagne, perfetto come un cronometro” secondo Morandini. Un film sottovalutato come vertice massimo di Hitchcock e che invece ne risulta a mio parere come uno dei migliori per regia in scioltezza, dialoghi assolutamente strepitosi che si devono a John Michael Heyes che aveva già  scritto “La Finestra sul cortile” e che uguale smalto darà a “L’uomo che sapeva troppo” e a “La congiura degli innocenti. Magnifica fotografia giustamente giubilata da premio a Oscar, e ottimo uso di mascherini e trasparenti con solo un quarto d’ora di riprese dal vivo di una Costa Azzurra che vede Cary Grant nei panni di un ladro con un passato nobile nella Resistenza che caccia un altro ladro che adopera le sue tecniche. La protagonista è Grace Kelly che sul set conquisterà mano e corona di Ranieri di Monaco

NOTORIUS – L’AMANTE PERDUTA 1946

Uno dei film più crudeli di Hitchcock, “quintessenza” del suo cinema secondo Truffaut: “Contiene poche scene ed è di una purezza magnifica; è un modello di come dovrebbe essere costruita una sceneggiatura. In questo film Hitchcock è riuscito a ottenere il massimo degli effetti col minimo di elementi”. La figlia di una spia nazista suicida viene ingaggiata dal FBI ed è costretta a sposare il presunto capo di una rete di ex criminali nazisti. L’agente che la controlla s’innamora di lei e la salva. Celeberrimo il bacio tra i più lunghi della storia del cinema tra un impeccabile Cary Grant e una molto suadente Ingrid Bergman. Perfetta la suspence del ricevimento. Il giallo si mescola al nero della spy story ma predomina anche il sentimentale melodrammatico legato al tema della redenzione e del comportamento ambiguo. È anche l’ultimo film del ciclo antinazista del regista. Indimenticabile zoom sulla chiave che porta alla cantina dei misteri. 

L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO 1956

Rifacimento dell’omonimo film del ciclo inglese del 1936. Cambia il finale e l’ambientazione iniziale della Svizzera di Saint Moritz tramutata in quella esotica del Marocco che consegna visibilità internazionale a Marrakech. Il regista dirà a Truffaut rispetto ai due film: “La prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista”.  Professionismo di altissimo livello. L’intreccio della trama è costruito su una spensierata vacanza in cui il figlio di una coppia inglese che ha assistito a un omicidio viene rapito per coprire un piano per assassinare un politico a Londra. Da mettere in risalto l’uso della musica in diversi componenti, a partire da “Que sera sera”, premio Oscar, cantata da Doris Day, canzone che ha un ruolo decisivo nella soluzione della trama e nella scena alla Royal Albert Hall, dove una serie d’invenzioni e di effetti plastici permettono a Hitchcock di far durare dieci minuti una scena senza dialoghi, solo musica e un solo sentimento, nell’attesa del colpo di piatti cui dovrà seguire il colpo di pistola. 

IL DELITTO PERFETTO 1954

Un ex campione di tennis incastra e decide di assoldare un ex compagno di scuola per uccidere la moglie e gli consegna un alibi di ferro. Ma il piano verrà rovinato dall’imprevisto e dalla caparbietà di un ispettore di polizia che con metodo deduttivo sbroglia l’intricata matassa. Girato tutto in interni perché, ancora una volta, tratto da un’opera teatrale (di cui l’autore è lo stesso della sceneggiatura del film), Hitchcock punta sugli spazi chiusi per giocare con lo spazio, con le ombre e con i punti di vista, che riproducono quelli della platea. Incredibilmente girato nello stesso anno de “La finestra sul cortile” con gli stessi presupposti tecnici e teorici, vi condivide anche il protagonismo di Grace Kelly che da attrice fredda e distaccata grazie ai due film diventa una star planetaria. 

REBECCA, LA PRIMA MOGLIE 1940 

Una giovane ragazza inglese (Joan Fontaine) dissuade Max de Winter nei panni di un notevole Laurence Olivier, misterioso uomo altolocato, dal suicidio. I due cominciano a frequentarsi, finché Max non chiede alla donna di sposarlo. La coppia si trasferisce nell’antica e sinistra dimora della famiglia di Max, Manderley, dove la nuova signora de Winter incrocia Rebecca, ex-moglie di Max ormai deceduta ma da tutti ricordata e rimpianta, soprattutto da una governante pazza e inquietante. Primo film del ciclo americano tratto da un romanzo che ne mantiene la struttura gotica e un’atmosfera di opprimente claustrofobia sostenuta da una indovinata colonna sonora. Unico Oscar come miglior film per il regista (premiata anche la fotografia). 

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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