I 10 migliori film di Hollywood anni Settanta

Il nuovo volto del cinema americano

Quando nel 1969 apparve a sorpresa Easy Rider (in verità c’era già stato il successo de Il Laureato ma viene rubricato a una fase precedente) le major in crisi per i numerosi colossi dai piedi d’argilla crollati al box office in nome del dollaro comprendono che un pubblico giovane ha completamente cambiato gusti e tendenze e che la maggiore industria d’intrattenimento del mondo deve rivolgersi a nuovi autori e nuovi modi di produzione stravolgendo tematiche e realizzazioni. Gli anni Settanta a Hollywood sono quelli di un decennio che ha visto la macchina dei sogni trasformarsi più volte senza più tornare a essere quella di prima. 

In estrema sintesi e secondo un penetrante e approfondito studio di Callisto Cosulich (Hollywood Settanta, Vallecchi, 1979) le innovazioni sono molteplici e riguardano: l’abolizione del lieto fine programmatico e dell’eroe positivo, la liberazione sessuale come convenzione sociale riconosciuta, l’accettazione delle droghe prima bandita dalla vecchia Hollywood, l’atteggiamento favorevole alla contestazione studentesca e ai temi del pacifismo, la revisione critica della storia americana e del mito del vecchio West, l’ispirarsi a fatti realmente accaduti, il superamento del vecchio star system con un profondo cambiamento di nuovi divi di riferimento. 

Fu un’ondata enorme che contempla le parodie di Mel Brooks, i cartoni animati di Fritz il gatto, il recupero del comico Lenny Bruce, lo stravolgimento del musical, dell’horror e il western dalla parte degli indiani.

Nulla sarà più come prima e tutto sarà utile per i grandi successi commerciali come Lo squalo e Guerre Stellari, film che non ho messo nella magnifica decina perché conseguenza di film più innovativi per la New Hollywood.
Questi i miei migliori 10 secondo un punto di vista molto fazioso. 

IL PADRINO di Francis Ford Coppola, 1972

L’inizio di una saga, quella della famiglia mafiosa italoamericano dei Corleone, che ha cambiato il corso del cinema moderno e che involontariamente ha dato anche un modello di riferimento alle mafie che hanno preso a loro uso e consumo frasi e comportamento del proprio modo di agire e pensare. Spesso i boss fanno accompagnare le esequie con il tema del film, circostanza che fa indignare il regista.
Il film è tratto da un bestseller di successo che aveva venduto mezzo milione di copie negli Stati Uniti. Complessa la scelta del protagonista Marlon Brando, vincente quella di dare spazio a nuovi attori emergenti quali Al Pacino, James Caan, Diane Keaton, Robert Duvall e la sorella del regista Thalia Shire. Il padre, don Carmine dirige le musiche di una tarantella e del folk siciliano che affiancano la geniale partitura di Nino Rota.
Girato in larga parte a New York e con degli esterni in Sicilia
Tre Oscar ma soprattutto 200 milioni di dollari d’incasso (6 per cento di royalties per il regista) e le azioni della Paramount che da 9 dollari rimbalzano a 34.
Hollywood dopo i 5 film giovanili incorona Coppola come il padrino del nuovo cinema americano. Il film è uno dei campioni assoluti della qualità cinematografica di tutti i tempi.  Il secondo episodio che esce nel 1974 ha un intreccio ancora più avvincente e molti lo preferiscono al primo. Il terzo è assolutamente lontano dai vertici precedenti. Il Padrino più che un film è un’immensa leggenda

TAXI DRIVER di Martin Scorsese, 1976

Scorsese sembrava essere un regista italiano alla Coppola che racconta criminali e invece diventa con questo capolavoro l’autore maiuscolo americano mettendo in scena l’Odissea metropolitana di un tassista che scava nelle memorie del sottosuolo con le sue peregrinazioni nei meandri più oscuri della solitudine contemporanea.
Un reduce del Vietnam, Travis Bickle, è l’antierore interpretato da uno strepitoso Robert De Niro che reinterpreta la storia del Noir ammantandolo di donchisciottismo delirante e di violenza cruda e spietata.
Il film risulta essere lo specchio oggettivo della quotidianità notturna della New York dell’epoca. Lo sceneggiatore Paul Shrader si disse ispirato da Lo Straniero di Camus.
La fotografia del film è di enorme valenza narrativa con originale valorizzazione dei dettagli in campo. Palma d’oro a Cannes e poster del film nelle camerette di giovani di tutto il mondo.
Uno di essi, John Hinckley, ossessionato dalla passione per la protagonista Jodie Foster, la giovane prostituta diventata l’emblema di un’epoca inquietante, per conquistarla emula un episodio del film e tenta di uccidere il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan

EASY RIDER di Peter Fonda e Dennis Hopper, 1969

Un film epocale e fondamentale che ha reso indimenticabili i due protagonisti Peter Fonda e Dennis Hopper. Sono loro che sceneggiano e producono un film indipendente che nessuno aveva previsto potesse seppellire la vecchia Hollywood generandone una tutta nuova che aveva vitale bisogno di portare al cinema chi si riconosceva nei valori di pace, amore e libertà o che era solo curioso di capire come stesse cambiando il mondo.
Costato niente, incassò milioni trionfando a Cannes come opera prima. Road movie per antonomasia, lisergico e alternativo, è il primo film che mette in scena la droga con realismo staccandosi delle narrazioni precedenti dove chi si drogava era spesso un assassino o un farabutto. I due cowboy hippy sono eroi positivi che contestano il sogno americano diventando vittime sacrificali dei fascisti dell’epoca appostati a un ciglio di strada.
Non c’è lieto fine in Easy Rider. Dopo una lunga cavalcata nel sogno e nel piacere ritrovi quella dura realtà che milioni di giovani in tutto il mondo volevano sovvertire.

MANHATTAN di Woody Allen, 1979

Gli anni Settanta della New Hollywood trovano un grande comico in servizio permanente che inanella sei film di fila molto divertenti. Già in Io e Annie si scopre la stoffa dell’autore cinematografico adulto e geniale.
Quello che diventerà Manhattan, come titolo di lavoro si chiamava Woody Allen film e simbolicamente chiude il fantastico decennio dei cambiamenti. Un inno al suo luogo ideale che dona ai cinefili di tutto il mondo un abito mentale per poter amare il posto dove vivi e aggrapparti alle “cinque cose per cui vale la pena vivere”.
Lo scrittore Isaac Davis è una straordinaria maschera del contemporaneo che fa ridere e pensare in “una commedia nevrotico crepuscolare campione d’incassi in tutto il mondo”.
Fotografia in bianco e nero strepitosa che sostiene gag esilaranti e momenti di grande cinema che esaltano New York commentata con musica di Gershwin e in particolare la Rapsodia in blu.  Il cast annovera nei fondamentali ruoli femminili: Diane Keaton, Mariel Hemingway, Meryl Streep. Un film che non è mai invecchiato. 

SUGARLAND EXPRESS di Steven Spielberg, 1973

Tra l’innovativo esordio televisivo di Duel e il successo planetario de Lo squalo si colloca il miglior film anni Settanta del geniale Steven Spielberg destinato a diventare uno dei massimi autori del cinema mondiale.
Tipico on the road  presenta un perdente che deve finire di scontare gli ultimi quattro mesi di carcere, ma la moglie non vuole aspettare poiché vuole riprendersi suo figlio, in affidamento temporaneo presso una famiglia di Sugarland.  Fa evadere il marito e insieme iniziano un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, inseguiti dalle forze dell’ordine.
Tratto da una storia vera ma non coincidente fu ispirato da Asso nella manica di Billy Wilder da cui Spielberg  trasse la cornice del riuscito circo mediatico solidale che si crea attorno alla fuga. 
Il film contiene uno dei topos del cinema di Spielberg, come certifica un suo biografo: “Quello relativo all’impossibilità di rimettere insieme i pezzi di una famiglia distrutta”. Secondo la critica del New Yorker, Pauline Kael: “Uno dei film d’esordio più fenomenali nella storia del cinema”. Ma il regista a distanza di anni dice: «Ottenne buone recensioni, ma avrei dato via tutte quelle recensioni per un pubblico più numeroso». 

LA RABBIA GIOVANE di Terrence Malick, 1973

Un giovane sceneggiatore firma una clamorosa opera prima.
Uno spazzino uccide il padre della fidanzata perché le ha ammazzato il cane e fugge con lei attraverso il Sud Dakota e il Montana uccidendo chi incontrano per strada.
Un noir ambientato in spazi sconfinati narrato dalla voce fuori campo della tredicenne protagonista che rievoca i fatti a distanza di anni attraverso il suo diario
Ispirato a fatti realmente accaduti per un film povero realizzato con fondi raccolti tra medici e dentisti che esplode alla sua uscita e diventa un cult che ha molto influenzato anche Quentin Tarantino.
Il titolo italiano inganna perché il protagonista Martin Sheen, se nelle sembianze ricorda James Dean, non è un ribelle senza causa ma “un uomo d’ordine che accetta il sistema e in cui il sistema si riflette, mettendo in luce quello che esso ha di sinistro”.
Dopo il film Malick scompare. Il secondo film lo realizza dopo 5 anni, ne passeranno venti per vedere La sottile linea rossa. Esistono poche sue foto. Un suo film dura anni. Ne ha realizzati solo dieci nella sua lunga vita. Il celebre critico Roger Ebert ha detto: «Uno dei pochi registi i cui film non sono mai meno che capolavori». Il primo nel titolo originale era Badlands.

AMERICAN GRAFFITI di George Lucas, 1973

L’ultima notte gaia e ribalda di quattro teenagers nell’estate del 1962 prima di affrontare l’età adulta sintetizzata dall’ultimo fotogramma del film che accanto alle loro foto ne rileva i diversi destini.
Una straordinaria operazione di successo della memoria rivolta al passato che Hollywood  capitalizza al meglio con incassi stratosferici.
Divertente e scanzonato il film è il fratello adulto delle serie televisiva Happy Days ma il potente talento di uno dei migliori registi della nuova onda ne fa anche un documentario sociologico; anche se la sua ricerca del tempo perduto ha una cura  maniacale dell’immagine e delle scenografie soddisfacendo pienamente il voyeurismo dello spettatore.
Il film è anche una sorta di straordinaria compilation d’hit d’epoca che ne fanno un tappeto sonoro avvolto ai personaggi che ascoltano alla radio il misterioso dj Lupo Solitario. Tutto è propedeutico per poi realizzare Guerre Stellari anche se la Universal che aveva prodotto American Graffiti rinunciò alla saga spaziale ritenendo Lucas non capace di gestire un alto budget. E di conseguenza perdendo il massimo successo commerciale mai ottenuto da un film che andrà a beneficiare la neonata Lucasfilm.

IL MUCCHIO SELVAGGIO di Sam Peckinpah, 1969

Sempre nell’anno di svolta della New Hollywood il western che consacra Peckinpah come grande regista e diventa “un equivalente cinematografico di Celine”.
Ambientato all’epoca della rivoluzione di Pancho Villa si incentra su una fallita rapina in banca che provoca molti morti innocenti, la fuga verso il Messico inseguiti da ferocissimi cacciatori di taglie, un assalto a un treno per prendere un carico d’armi e un cambio di scacchiere che mette il mucchio dalla parte giusta dei peones in una delle migliori carneficine mai viste su uno schermo e che diedero corso a polemiche violentissime sull’inedita estetica della violenza.
Secondo Morandini “Un inno epico alla morte, che fa piazza pulita di tutti i miti della frontiera, lasciando intatto solo quello dell’amicizia”. È anche un saggio di tecniche innovative che tra rallenty, colore splatter e montaggio frenetico di 3643 inquadrature ne fa una summa del cinema moderno e cult idolatrato tanto che ha anche dato il nome a una delle più celebri riviste di rock in Italia. 

NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI di Sidney Pollack, 1969

Anche questo film è dello stesso anno di Easy Rider.
Durante la Grande Depressione, si svolge una maratona di danza a cui partecipano cento coppie per poter vincere il montepremi in palio: 1500 dollari.
Le fatiche di questa maratona vengono trasmesse in senso fisico a ogni spettatore che vide allora il film, effetto che non si è perso nel corso del tempo per un film purtroppo dimenticato.
Tratto da un romanzo breve scritto negli anni Trenta ma ribaltato dall’ottima sceneggiatura che punta sulla sala da ballo e non sull’aula di giustizia che domina nel libro. È una metafora sociale perfetta su come gli umani si sbranano in tempo di crisi. Film che condensa le 1000 ore dell’azione in un solo ambiente in modo straordinario. Finale amarissimo. Un Oscar per il migliore attore non protagonista ma tutti ricordiamo Jane Fonda.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI di Sydney Lumet, 1975

Quanto di meglio si possa chiedere di un film spettacolar-sociale per dirla alla Cosulich.
Una rapina di due sbandati reduci del Vietnam diventa il pretesto del dramma in un ambiente chiuso che si confronta con il mondo di fuori per rendere attuale il vecchio adagio di Brecht: «Chi è più criminale chi fonda la banca o chi la sfonda?» molto in voga a quel tempo. Ci sono gli ostaggi, la folla che fa il tifo per i rapinatori, i media che propongono spettacolo, il cattivo dell’Fbi.
Al Pacino-Sonny è supersonico nei panni del leader nevrotico ma la spalla John Cazale non è da meno. La mamma del protagonista è affidata a Judith Malina del Living Theatre.
Accurata e precisa ricostruzione di un fatto realmente accaduto per conquistare i soldi necessari a un trapianto di sesso per l’amante del rapinatore. Oscar alla migliore sceneggiatura. 

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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