I 10 migliori film di Max von Sydow

Attore feticcio di Ingmar Bergman e istrione del cinema spettacolare

Lo scorso 8 marzo, nel pieno evolversi della pandemia globale, è morto all’età di 90 anni Max Von Sydow.

Il suo quasi esordio (il vero debutto è con “Notte di piacere”) nei panni del cavaliere Antonius Block avviene con “Il settimo sigillo”. Egli è il protagonista che torna dalle Crociate muovendosi tra un’epidemia di Peste e gioca la partita a scacchi con la Morte che ne ha fatto uno specchio di molte vicende che viviamo in queste ore.

Da quel clamoroso film, Von Sydow diventerà, uno dei principali attori feticci del geniale regista svedese. Una sorta di controfigura di quei tormenti esistenziali che ha pochi paragoni per intensità emotiva e risultato artistico. 

Figlio di una baronessa e di un professore universitario di etologia sceglie l’apprendistato del teatro incontrando Bergman con cui il metodo di lavoro prevedeva uno spettacolo teatrale d’inverno e due film d’estate. Girerà ben 11 film con Bergman in varie fasi del loro fecondo sodalizio artistico. Grazie a Bergman, Von Sydow non si è lasciato inchiodare all’icona dei tormenti nordici ma ha anche cercato una straordinaria carriera di successo interpretando ruoli molto diversi in molte grandi cinematografie compresa quella hollywoodiana,

Circa 180 titoli solo al cinema. Ho scelto le sue migliori 10 interpretazioni mettendo a confronto i due filoni elaborando la classifica rispetto al ruolo e al peso che Max Von Sydow ha contribuito a renderlo un film da ricordare e da rivedere. 

IL SETTIMO SIGILLO di Ingmar Bergman, 1957

Aperto da una citazione  tratta dall’Apocalisse e ispirato dall’ascolto dei Carmina Burana, Bergman traspone in film la sua opera teatrale “Pittura su legno” che aveva scritto per la sua compagnia teatrale affidando al suo giovane attore Max Von Sydow il ruolo del Cavaliere Antonius Block che torna in patria dalle Crociate muovendosi tra gli scenari della peste. Incontra a la Morte, (la raffigurazione che ne fa Bergman ne determina la rappresentazione iconica nell’immaginario collettivo del Novecento) e la decisione di sfidarla in una partita a scacchi ne costruisce il filo narrativo per affrontare i temi decisivi dell’esistenza per i rapporti con l’esistenza di Dio e la finitezza dell’umano. Su questo elemento narrativo pesa l’ispirazione di un affresco di Albert Pictor in una chiesa svedese. Accompagnato da uno scudiero che è una sorta di Sancho Pancho scandinavo legato ai beni e alle incongruenze terrene, questo on the road esistenziale, girato in un mese, ha il fascino del capolavoro che attraverso l’immagine pone lo spettatore a confrontarsi con il dubbio della religione e trovare una consapevolezza nella Morte che alla fine arriva per tutti. Fotogramma vivente del Medioevo mescola il tragico e il comico secondo la tradizione degli spettacoli itineranti di quel periodo posto con tecnica shakespeariana nel corso dello svolgimento di un film che “attraversò il mondo come un incendio”, dando a Bergman un’enorme notorietà internazionale. Strepitoso da un punto di vista figurativo con le suggestioni pittoriche di Dürer e di numerosi richiami artistici, adopera in modo magistrale luci e ombre, come nella scena in cui il Cavaliere gioca con la Morte agli scacchi. Il bianco e il nero della scacchiera vengono presentati con un forte contrasto di chiari e scuri.  Disegna personaggi memorabili e un film epocale che a Cannes vince il Premio Speciale della Giuria. I primi piani pensosi e tormentati di Antonius-Max ne diventano un indimenticabile sigillo. 

L’ESORCISTA di William Friedkin, 1973

Uno dei più famosi film dell’orrore di tutti i tempi e una delle interpretazioni indimenticabili di von Sydow. È lui l’autentico protagonista che da archeologo ed esorcista prende la scena dal prologo quando viene ritrovata la statuetta di un demone. È lui che deve sconfiggere il demone che è entrato nel corpo di Linda Blair. Sarà lui a dover affrontare uno scontro terribile che vede contrapporsi ancora una volta attraverso la tecnica strepitosa dell’attore svedese il tema eterno del Bene e del Male e la paura umana del demoniaco. La sua immagine, avvolta nella nebbia fuori dalla casa di Regan, ha tormentato gli incubi di un’intera generazione. Il personaggio è modellato sulla figura del gesuita scomodo Pierre Teilhard de Chardin. Von Sydow fu voluto ad ogni costo dal regista che si oppose al volere della produzione che preferiva affidare il ruolo a Marlon Brando. Numerose le ore di trucco per invecchiare il personaggio da parte di Von Sydow che all’epoca aveva solo 43 anni. Un film che mette paura, poco compreso dalla critica e che ha dato una nuova raffigurazione dell’horror demoniaco per adulti.  Scena da panico nelle sale con svenimenti e interventi di medici. Incassi stratosferici. Immancabili sequel di ordinanza non paragonabili al capostipite.

I TRE GIORNI DEL CONDOR di Sydney Pollack, 1975

Ottima metafora dell’epoca del Watergate e delle storture del poter occulto americano. Un anonimo bibliotecario della Cia, ma bello come può essere Robert Redford, leggendo un libro giallo, scopre involontariamente un pericoloso ingranaggio dell’agenzia e diventa il bersaglio mobile dei cattivi. Si salva miracolosamente e tenta di rendere pubblica la vicenda ma il film si chiude con un finale aperto. Von Sydow è la spia Joubert, killer indipendente che viene adoperato dai capi della Cia per poter fermare l’operazione e capo dei sicari che determinano lo sviluppo della trama di uno dei miglior film del genere cospirativo. Ottima azione e perfetta suspence che deve molto al ruolo del raffinato personaggio di Von Sydow che si pone su una linea ambigua dove si confonde il bene con il male per le storture del potere. 

LA PIÙ GRANDE STORIA MAI RACCONTATA di George Stevens, 1965

Film cult del cinema parrocchiale. Interpretare Gesù Cristo per un attore è sempre un impresa difficile e titanica. Dopo i successi e la notorietà legata al primo grande ciclo bergmaniano Von Sydow cambia completamente set di riferimento che da qui in poi diventerà suo terreno di conquista. Il regista di questo costosissimo kolossal volle un attore sconosciuto al pubblico internazionale come era Von Sydow all’epoca, che privasse nella mente del pubblico eventuali associazioni laiche e sconvenienti. Nonostante sia “un gigantesco catalogo di cartoline illustrate che procede con l’andatura di un elefante incatenato” merita di essere visto a distanza di anni (è nella piattaforma Sky) per ammirare la grande prova di Von Sydow nel passare dal cinema d’autore a quello del grande intrattenimento popolare degli anni Sessanta a fianco di un cast hollywoodiano di autorevole rispetto che annovera persino John Wayne nella parte del centurione. 

LA FONTANA DELLA VERGINE di Ingmar Bergman, 1960

La Svezia medievale torna in questo altro vertice del binomio Bergman-Von Sydow. ispirato questa volta da una leggenda. Von Sydow indossa i panni di un proprietario terriero che manda la figlia vergine a portare i ceri a un santuario della Madonna seguendo la tradizione. L’accompagna una serva pagana che sembra l’alter ego dello scudiero del Settimo Sigillo. Tre pastori l’uccidono per stuprarla per poi finire a casa del padre che si vendicherà con spirito molto mediterraneo. Alla fine una miracolosa fontana sorgerà sul luogo del delitto. Fotografia strepitosa. Secondo Morandini: “un miscuglio tra Cappuccetto Rosso e Shakespeare” con tutto il meglio che ne deriva.  Premio Oscar come film straniero. 

COME IN UNO SPECCHIO di Ingmar Bergman, 1961

Inizio della trilogia religiosa bergmaniana e scoperta come luogo di vita e di cinema di Bergman dell’Isola di Faro, dove il film è girato per raccontare i tremendi conflitti esistenziali di una famiglia composta da quattro persone, con Von Sydow nella parte del marito di Karin appena uscita da un ospedale psichiatrico e che il padre osserva per i suoi libri. Von Sydow è un medico dal temperamento razionale che non si accorge delle attenzioni morbose della moglie verso il giovane fratello al quale la donna confida le proprie allucinazioni a sfondo mistico-religioso. Tutti guardano gli altri come uno specchio. La malattia, Dio, il senso dell’essere. Uno straordinario quartetto di attori in un memorabile dramma da camera. Nuovo Oscar come miglior film straniero.

FINO ALLA FINE DEL MONDO di Wim Wenders, 1991

Splendida riflessione sul vedere ai tempi del digitale che arriverà. Wim Wenders ormai lontano dai ritmi lenti degli esordi si avvale di Max Von Sydow nei panni del professore che in un sotterraneo del deserto australiano ha inventato un sistema telematico che consente di registrare il fermento della vita e poterlo far vedere alla moglie cieca attraverso le immagini che il figlio (William Hurt) registra con una speciale telecamera. Sogni, pensieri, suggestioni da Venezia a Pechino fanno del film una sorta di caleidoscopio entusiasmante che contamina diversi generi cinematografici. 

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO di Stephen Daltry, 2011

Adattamento di un romanzo di Jonathan Safran Foer in cui l’attentato dell’11 settembre e le sue  conseguenze vengono rivissute mediante il punto di vista di un ragazzo newyorkese di dieci anni, Oskar Schell, che nel crollo delle Torri Gemelle ha perso il padre Thomas. E accanto al ragazzo “svetta prominente un magnifico Max von Sydow nella parte di un uomo misterioso affetto da una forma di mutismo, e che pertanto comunica con Oskar solo attraverso un blocco per gli appunti e con il linguaggio del proprio sguardo”. Una ennesima grande prova recitativa fuori dai cliché da cattivo e da personaggio eroico. Una sintesi dell’umanesimo bergmaniano e la forza commovente del cinema.

PELLE ALLA CONQUISTA DEL MONDO di Bille August, 1987

Da un classico della letteratura scandinava di inizio Novecento, scritto da Martin Andersen Nexø, il regista danese Bille August ha tratto uno dei film europei molto apprezzato dalla cinefilia degli anni Ottanta. L’odissea dell’emigrante svedese Lasse Karlsson e di suo figlio, il piccolo Pelle, che alla metà dell’Ottocento approdano su un’isola della Danimarca e devono far fronte a durissime condizioni di vita, fra angherie e discriminazioni. È la cornice di un racconto di formazione che si aggiudicò la Palma d’Oro a Cannes e il Premio Oscar come miglior film straniero. Per Von Sydow e la sua bella interpretazione solo la nomination. 

LA VERGOGNA di Ingmar Bergman, 1968

Coppia protagonista formata dall’attore bergmaniano con Liv Ullmann, sono marito e moglie violinisti in un film senza colonna sonora assordante e senza musica, che si rifugiano su un’isola (ovviamente quella di Faro) per sfuggire agli orrori e ai coinvolgimenti della guerra ma invece ne verranno risucchiati da una sceneggiatura che presenta incredibili colpi di scena. Una riflessione potente contro l’antica stupidità della guerra. Molto citato il giudizio di Bergman sul film: “La prima parte, dedicata alla guerra, è brutta, la seconda parte, sugli effetti della guerra, è bella”. Dialoghi improvvisati che danno forza alla prova recitativa dei due attori in uno dei film forse più sperimentali di Bergman.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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