I 10 migliori film Neo Noir

Ispirarsi ai classici per contaminare e rifondare il genere

Quello che viene dopo i classici noir americani. Post o neo per me pari sono. È convinzione assodata che la nuova scuola nasca dopo il Quinlain di Welles. Prendere l’impianto basico dei padri e aggiungerci nuovi stili, contenuti, commistione di generi e nuove tecniche che  Wilder e Lang non potevano adoperare perché non esistevano ancora tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Più libero dalle convenzioni e dalla censura è una lente d’ingrandimento per il mutare del mondo e viene assimilato da molte cinematografie e da registi – più autori che artigiani – consapevoli di sfidarsi con il mito. Le sensibilità sociali globali ne sono profondamente attratte e spesso se ne lasceranno condizionare l’immaginario collettivo. Un gioco d’incastri per uomini e donne sperduti nel buio, anche se spesso ma non sempre domina il colore pastellato di chiaroscuro.

Personaggi attanagliati da un male ancora una volta oscuro.  Cinefilia in evoluzione fino ai giorni nostri come testimonia un film italiano come “Le terre dell’abbastanza”.

Questi i miei migliori dieci, scritti sempre con una sigaretta tra le dita perché il divieto dei tempi nostri non ferma la mistica del genere.

ASCENSORE PER IL PATIBOLO di Louis Malle, 1957

La migliore rilettura del Noir di tutti i tempi. Quasi coevo di Quinlain ma è il film che annuncia la nuova era. Un’opera prima di un esordiente francese che anticipa la Nouvelle Vogue (che comunque ne rivendica l’appartenenza) muovendosi ispirato tra Bresson (di cui era stato assistente) e l’intreccio alla Hitchcock. Si è scritto di “decostruzione bressoniana di Hitchcock” e in effetti l’innovazione sta nella vicenda palpitante che trova maestria nel rallentamento, mai noioso, del cinema d’autore. La suspence attraversa tutta la durata del film. Il genere poliziesco in diverse sfaccettature come sperimentazione del nuovo cinema. Tratto da un romanzo e affidato ai produttori come un giallo qualsiasi, diventa invece capolavoro assoluto a insaputa dei molti. Julien è l’amante della moglie del suo principale. La coppia progetta l’omicidio del marito, che va in porto. Per un banale contrattempo però Julien resta chiuso nell’ascensore tutta la notte. A intorcigliare la trama ci pensa una coppia di giovani. Miles Davis compone una colonna sonora da urlo che con i rivoluzionari ritmi del nuovo jazz accompagna sopratutto la passeggiata infinita notturna di una stupenda Jeanne Moreau per le vie di Parigi, in una sorta di musical nero dedicato all’angoscia esistenziale delle modernità. Sostanzialmente la femme fatale finisce sul marciapiede e nei locali scalcinati. Malle vuole mostrare, riuscendoci perfettamente, la nuova Parigi diversa da quella dei film francesi classici alla René Clair. Il film è per certi aspetti il controcampo notturno della Parigi dei 400 colpi di Truffaut. Un pedinamento innovativo del personaggio che gira in strada ripresa da una troupe leggera mostra un nuovo modo di anticipare il cinema della modernità. L’erranza della donna contrapposta alla staticità di chi è chiuso nell’ascensore. 

CHINATOWN di Roman Polanski, 1974

L’investigatore privato Jake Gittes viene assunto dalla bella Evelyn Mulwray per indagare una storia di corna del marito. Un geniale regista di origine polacca e che ha perso l’innocenza con la strage di Bel Air si assume l’onore di rivisitare il Noir ambientando una torbida storia nella Los Angeles del 1937. L’investigatore privato è uno smagliante Jack Nicholson che ha vecchie ruggini con i suoi colleghi di Chinatown. La donna che lo assume è una Faye Dunaway bellissima, elegante, indimenticabile. La corruzione dilaga attraverso gli acquedotti e crea problemi agli agricoltori. L’incesto si incunea nella complessa trama. Un noir molto fosco ma che contiene tutto il romanticismo dei classici. Rafforzato dal fatto che il male assoluto è interpretato da un regista maestro del genere come John Huston che è divinamente ambiguo nel suo straordinario personaggio che ne fa un mostro da ricordare. Finale inatteso con la indovinata battuta: “Lascia perdere Jack. È Chinatown”. Una chiusa cupa, amara e privo di speranza, fortissimamente voluta da Polanski che dovette convincere  lo sceneggiatore Robert Towne, il quale invece avrebbe preferito un lieto fine. E che suo malgrado vincerà l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Lo avrebbero meritato anche le scenografie e i costumi perfetti per la ricostruzione d’epoca. Un film che non subirà mai l’usura del tempo. 

BLADE RUNNER di Ridley Scott, 1982

Nel 2019, che all’epoca sembrava lontano da venire, un ex poliziotto richiamato in servizio ha il compito di eliminare un gruppo di androidi assassini in fuga dal loro artefice, ma nel corso della propria ricerca viene a conoscenza di una verità terrificante. Gli androidi sono perfettamente simili agli umani in un contesto di fantascienza tratto da un romanzo per nulla conosciuto se non ai cultori di materia. È il primo noir ambientato nel futuro e quindi che contamina la fantascienza. Los Angeles è una metropoli distopica dove le auto volanti sfrecciano in cielo tra display pubblicitari e masse di persone sotto la pioggia che scende inesorabile a causa delle mutazioni climatiche. Tutto è avvolto dalla nebbia. Il poliziotto è un degno epigono di Sam Spade che s’innamora romanticamente di una donna fascinosamente sospesa nel ruolo. Struggente e memorabile il monologo del replicante “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”. Bellissima colonna sonora di Vangelis. Ha anticipato l’intelligenza artificiale e le chiamate video. Film cult per antonomasia con ogni dettaglio al posto giusto. Ha diversi finali e il sequel Blade Runner 2049.

PULP FICTION di Quentin Tarantino, 1994

Prendi un redivivo John Travolta sicario del boss che deve portare a ballare la donna del boss (Uma Thurman) ma con l’aiuto di un amico deve trovare una misteriosa valigetta che ancora oggi tutti si chiedono cosa contenga. Un pugile corrotto deve perdere un incontro e invece lo vince e scappa con il denaro. Due rapinatori incapaci improvvisano una rapina al self service. Uno spacciatore che fa da pronto soccorso per un’overdose. Tutto s’intreccia in una sarabanda perfetta che non ha una sbavatura. Un film che ha modificato la storia del cinema reinventando il genere che trae materia viva dai giornali pulp (che sta per narrazione dozzinale di storie di sesso e sangue) e contamina la vicenda con una scrittura perfetta come un orologio svizzero. Il teatro di tutto è ancora una volta Los Angeles, la capitale immorale del neo noir. Molto è decodificato dall’umorismo, dal paradossale, dalla vibrante colonna sonora rock che grazie al citazionismo ultra metacinematografico di Tarantino modificherà non poco mode, gusti e tendenze degli anni Novanta. Oscar per la sceneggiatura, Palma d’oro a Cannes e incoronazione definitiva per Tarantino al suo secondo film. 

UN MALEDETTO IMBROGLIO di Pietro Germi, 1958

Il più americano dei nostri registi prende un romanzo capolavoro di Gadda e lo stravolge per farne uno straordinario poliziesco a fosche tinte noir. Il primo del cinema italiano che sposta l’azione del romanzo dal fascismo agli anni Cinquanta evocandone però la nostalgia in alcune soluzioni di sceneggiatura. Germi interpreta anche il commissario Ingravallo che deve risolvere un pasticciaccio brutto che parte da un furto e assomma due delitti. Tutto ruota attorno al suo personaggio con la sua figura seria e un po’ malinconica, che lo porta con preciso puntiglio morale a non mollare, ad andare fino in fondo  dandogli un imperativo categorico che lo rende degno epigono dei personaggi di Chandler in versione romanesca. Tutti i personaggi che appaiono sulla scena hanno degli scheletri nell’armadio. Cast strepitoso con stelle al merito per Claudio Gora. Poco compreso all’epoca ha invece una grande valenza artistica e spettacolare. 

BASIC INSTINCT di Paul Verhoeven, 1992

Un avvenente scrittrice è la sospettata per aver assassinato un uomo con un punteruolo di ghiaccio durante una scopata al cardiopalmo. Indaga un poliziotto che inevitabilmente subisce l’attrazione erotica di una donna che lo conduce in un gioco molto perverso. La gran parte della critica non comprende, il pubblico va in visibilio anche grazie al famosissimo accavallamento di gambe senza slip di Sharon Stone durante un interrogatorio. Un istinto primordiale, di una bella fredda verace tutta in bianco bionda hollywoodiana. Lietta Tornabuoni declamerà il personaggio ma anche l’attrice ambigua e sfrontata, elegante e ardente novella Kim Novak. Impassibile dura e soave con il crimine che l’appassiona aggiungendo bondage e voyeurismo noir. Le innocenti non esistono nell’erotico thriller misogino. Le donne che castrano sono comunque colpevoli. Si rinnova ancora una volta il sesso fatale.

SONATINE di Takeshi Kitano, 1993

Il neo noir giapponese affidato al genere Yakuza ma con contaminazioni esistenziali e d’ambiente che riveleranno un geniale regista ai cinefili planetari. Il capo manda il suo sottoposto (interpretato dallo stesso regista) stanco del suo sporco mestiere a dirimere una contesa tra due gang. È una trappola subito percepita. Secondo Morandini “un noir alla Melville dove scorre sangue come un film di Peckipach diretto da un ideale allievo di Ozu”. Scritto e girato per sottrazione con una visione sconsolata dell’esistenza degna del miglior Hammett. La struttura del film è concepita come una sonata di musica classica. Il senso del film si ricava da un dialogo come questo: “Sei un duro. Mi piacciono gli uomini duri!” “Se fossi un vero duro, porterei una pistola con me?”“Ma tu spari con facilità…!”“Perché mi spavento con facilità”“Ma, tu non hai paura di morire…” “Quando hai avuto paura della morte per troppo tempo, cominci a desiderarla”.  Epilogo tragico e bellissimo. 

IL LUNGO ADDIO di Robert Altman, 1973

Il Philip Marlowe di Chandler torna negli anni Settanta nei panni di un calzante Elliott Gould e per un regista eretico della new Hollywood. Deve investigare sull’omicidio della moglie dell’amico e finisce per essere sospettato nel solito mondo marcio di California come già accadeva ai tempi di Bogart. Infatti degli amici, come nei noir di tradizione, mai fidarsi. Finale molto a sorpresa. I puristi marlowoniani non lo sopportano, gli innovatori nella tradizione lo adorano. Mi metto tra questi. Concorda anche Mereghetti per “uno splendido canto funebre di un personaggio e di un genere, privo di suspence in senso tradizionale, ma percorso da una sottile inquietudine che via via si trasforma in autentica tensione”. 

FINO ALL’ULTIMO RESPIRO di Jean-Luc Godard 1960

Un punto cardinale della Nouvelle Vogue che ne fa un film manifesto sul versante Godard. Belmondo ladro di automobili parigino, spaccone e spavaldo s’innamora di una giovane americana. Tutto si complica quando ammazza il poliziotto che lo inseguiva. Sarà lei a tradirlo. L’omaggio al Noir non è scontato e il personaggio di Belmondo viene da quel brodo. Citazionismo dei gesti di Bogart ma anche citazionismo nei confronti del cinema stesso, con omaggi in particolare al genere noir americano, ai suoi canoni stilistici e, come diretta conseguenza, a tutte le nuove tecniche registiche che li accompagnarono. Un film di rottura che mantiene la freschezza del giovane regista che voleva cambiare la Settima arte.  

CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT di Robert Zemeckis, 1988

Il noir contaminato dai cartoon mescola alla perfezione personaggi umani con le animazioni. Il coniglio Roger Rabbit, star dei cartoni animati, è tirato dentro in una losca faccenda, accusato di aver ucciso un produttore cinematografico. Il cattivo è un truce magistrato Doom che vorrebbe sciogliere nella salamoia tutti gli abitanti di Cartoonia per potersene impadronire. Ma dalla parte del coniglio c’è l’investigatore privato Eddie Valiant. Un film che amalgama alla perfezione atmosfere e intenzioni  del noir con la scalcinata comicità del cartone e che riesce a mettere insieme per la prima volta mondo Disney e Warner. Mitico il personaggio di Jessica Rabbit – modellata sulle fattezze di Veronica Lake, Lauren Bacall e Rita Hayworth – che lascia alla storia la celebre battuta: “Io non sono cattiva. È che mi disegnano così”.  

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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