I 10 migliori film Noir classici

Epica e miti di un genere maledetto e pessimista

Il noir è un sottogenere del crime story pervaso da un pessimismo cosmico. Negli Usa trionfa tra gli anni Quaranta e Cinquanta compresso dalle paure collettive provocate da grande Depressione, guerra e maccartismo. Gli eroi positivi sono molto pochi e sempre sullo sfondo. Il proscenio è per i peggiori farabutti, detective privati posizionati in una terra di nessuno posta tra il legale e l’illegale, e le dark lady bellissime e malvagie. La critica ha molto sviscerato sulla misoginia del genere, ma Piera Detassis, grande cultrice di materia e curatrice di uno splendido fascicolo tematico sostiene che “l’apparenza inganna”. Atmosfere ambigue dove si fa fatica a comprendere il giusto e chi sono i veri cattivi pervase da un erotismo dissimulato ma molto perverso. Predomina il chiaroscuro, è spesso presente il flashback, le trame sono sciarade rompicapo complesse e intriganti. 

Film bellissimi e molto amati dai cinefili novecenteschi. Da tramandare alle giovani generazioni che vedono le serie Netflix. Ho scelto i miei migliori dieci con una sigaretta accesa come il genere richiede. 

L’INFERNALE QUINLAIN di Orson Welles, 1958

Da uno sconosciuto romanzo pulp completamente rivisitato e stravolto da sua maestà Orson Welles che ne compone un capolavoro del cinema noir. Il film è la cesura perfetta tra il noir classico e quello della modernità. Charles Heston è un funzionario antidroga messicano in viaggio di nozze con la moglie e viene in contatto e contrasto con il capitano Quinlain (interpretato magnificamente dallo stesso regista), una sorta di sceriffo che applica la Legge con il suo Ordine, e ne fa un memorabile ritratto di uno sporco poliziotto, ma a modo suo un grand’uomo. Più che un film, un’allucinazione morale che si svolge tra infami commissariati e strade desolate. La miserabile cittadina di Tijuana contiene una sorta di tragedia shakespeariana dai toni sempre vibranti e avvolta da un barocchismo lussureggiante. Tecniche da maestro a partire dal piano sequenza iniziale che per fortuna viene messo a lezione nelle scuole di cinema ancora oggi. Bianco e nero d’autore con inquadrature accuratissime e molto particolari per il cinema dell’epoca. Profondità di campo esasperate, uso del grandangolo, montaggio innovativo. Scritto con cura maniacale, ha una galleria di personaggi minori riuscitissimi in cui svetta Marlene Dietrich (c’è anche Zsa Zsa Gabor) nei panni di un’indimenticabile chiromante e che si trovò per caso a recitare sul set. Secondo Goffredo Fofi “a Welles non interessa la grandezza del male, quanto l’innocenza del peccato”. Il metodo legale deduttivo di Vargas-Heston si scontra con il fiuto di chi fabbrica le prove a sostegno dell’intuito di Welles-Quinlain. Secondo Mereghetti “noir sadico dalle ascendenze kafkiane”. Finale tragico. Massacrato dalla produzione che stravolge l’impianto originario del film allontanando definitivamente Welles da Hollywood.
Il restauro prodotto nel 1998, sulla base di un memo wellesiano, per le cure del montatore Walter Murch (è il premio Oscar di Apocalipse Now) e del critico Jonathan Rosenbaum lo ha riportato all’ineguagliabile idea creativa di Welles. 

IL TERZO UOMO di Carol Reed, 1949

La guerra è da poco finita e lo scrittore canadese Holly Martins si reca a Vienna controllata dagli alleati per incontrare il vecchio amico Harry Lime magistralmente interpretato da Orson Welles che ne farà un personaggio memorabile anche quando non è presente sulla scena. Lo scrittore apprende che il suo enigmatico amico è morto e sembra di trovarsi nella trama di un suo romanzo. Non fidandosi delle indagini ufficiali, l’uomo inizia le proprie ricerche di un terzo uomo che può risolvere gli arcani. Memorabile l’inseguimento nelle fogne della città. 
È un film inglese in cui il regista adotta le tecniche dell’espressionismo tedesco. Contiene tutte le ansie della Guerra Fredda appena iniziata con una Vienna divisa in quattro zone alleate come Berlino. Scritto da Graham Green che poi ne farà un romanzo con insolito percorso inverso. Secondo Morandini “un perfetto ingranaggio d’azione in cui la tecnica del giallo si coniuga con una sottile indagine psicologica”. Orson Welles collaborò con il regista in molte scelte. Accreditato ufficialmente nei dialoghi, sua la celebre frase ancora molto citata: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Il personaggio di Harry Lime diventerà un alter ego di Orson Welles tanto da portarlo al centro di un dramma radiofonico di 39 puntate. Palma d’oro a Cannes e Oscar alla Fotografia. 

IL MISTERO DEL FALCO di John Huston, 1941

Il detective privato Sam Spade indaga su un intricato caso che coinvolge tre eccentrici criminali e una misteriosa donna, tutti alla ricerca di una preziosa statuetta e molti moriranno per un risultato che non soddisfa nessuno. Trama complessa e dai diversi punti di vista. Uno dei capostipiti del genere. Tratto da un romanzo del padre dell’hard boiled Dashiell Hammett, già portato sullo schermo ma senza il successo e il mito di Bogart che rende universale il personaggio di Sam Spade: e pensare che l’attore venne chiamato come ripiego. Diventerà l’archetipo dell’uomo duro con l’anima fragile sotto il trench. Opera prima di John Huston che all’epoca era solo uno sceneggiatore. Per motivi di budget gira tutto in interni indovinandone il regime claustrofobico e adopera le tecniche dell’Espressionismo, come il piano olandese che inclina l’inquadratura. Da Welles prende invece il set con il soffitto che rende il film angoscioso insieme al bianco e nero dall’atmosfera molto cupa. Una pietra miliare.  

IL GRANDE SONNO di Howard Hawks, 1946

Bogart, sempre lui, questa volta cambia regista registro e incarna il detective di Raymond Chandler che aveva meglio proseguito l’opera di Hammett. Sceneggia un certo Faulkner a rendere la materia più letteraria. Philip Marlowe, ovviamente detective privato ma questa volta molto più ironico e disilluso, deve scoprire chi si cela dietro ai ricatti alle figlie del vecchio generale Sternwood. Una è ninfomane e tossicodipendente, l’altra fa prendere una sbandata all’investigatore. Attorno si sviluppa una girandola di omicidi in una trama anche in questo caso complessa e disseminata da colpi di scena. Stupenda la scena iniziale dove le ombre proiettate di Bogart e della Bacall, introducendo perfettamente le atmosfere notturne e intriganti del genere, si accendono reciprocamente una sigaretta. Un film realizzato con grande stile dove lo spettatore spesso guarda gli avvenimenti prima dei personaggi.

LA DONNA DEL RITRATTO di Fritz Lang, 1943

Un criminologo solo in città per le vacanze incontra una bella donna che ha visto ritratta in quadro. Si addormenta leggendo “Il Cantico dei cantici” (lo stesso libro di “C’era una volta in America”) e si trova e vivere uno dei più incredibili incubi cinematografici  dai risvolti psicanalitici. Non c’è differenza tra sogno e realtà e tutti possiamo essere colpevoli o innocenti. Un film sull’ambiguità del doppio girato con atmosfera onirica. Ognuno può essere coinvolto nella colpevolezza del delitto. Tratto da un romanzo è in netta continuità con i filmi del maestro del cinema espressionista tedesco. Secondo Gianni Amelio: “La sorpresa finale è di quelle che fanno epoca e viene ancora oggi imitata in televisione”. Per Mereghetti “Uno dei migliori ritratti del grigiore borghese e di quello che può nascondere dietro la faccia rispettosa”.

LA FIAMMA DEL PECCATO di Billy Wilder, 1944

Un assicuratore si lascia intrappolare in uno schema di omicidio e frode da una dark lady molto diabolica che vuole incassare la polizza sulla vita del marito. È smascherato da un collega pignolo che uccide la donna avida e perversa. “La fatalità sostituisce la suspence nella ricerca del colpevole”. Inizia con la confessione del colpevole a un dittafono strutturando il film con un lungo flashback. Altro capolavoro del noir denso di contenuti e girato da Wilder con stile molto originale che adopera una fotografia in chiaroscura e disegna la femme fatale Barbara Stanwyck in modo perfetto, con la sua sua chioma bionda e il braccialetto alla caviglia. Sei nomination ma nessuna statuetta. Tratto da un libro dell’autore del “Postino suona sempre due volte” e sceneggiato da Chandler alla sua prima esperienza di scrittura cinematografica. 

OMBRE MALESI di William Wyler, 1940

A Singapore una donna uccide a sangue freddo un uomo e poi dice al marito e all’avvocato che è stata legittima difesa. Bette Davis è la moglie di un piantatore inglese che – lei sostiene – voleva violentarla. Il titolo originario è “The letter”, quella che che viene ritrovata nell’indagine e che accerta che il delitto ha un movente passionale. Per questo motivo viene ricattata e nel processo viene assolta ma sarà smascherata dalla vedova della vittima. Tratto da un libro poi trasformato in piece teatrale. La messinscena è molto sinistra con una fotografia notturna che gioca sulla luce bianca della luna piena. L’atmosfera tropicale della colonia in disfacimento aggiunge una cornice strepitosa in cui si consuma il molteplice misfatto. Più volte rifatto, (c’è anche una versione del 1929) nessuno comparabile con questo capolavoro. 

GIUNGLA D’ASFALTO di John Huston, 1950

Noir capostipite del sottogenere gran colpo per bottino che ti cambia la vita al centro della trama. Doc, il protagonista, nei sette anni di carcere ha preparato cartesianamente una rapina a una gioielleria studiata in ogni dettaglio. Quando esce mette su una banda con personaggi meravigliosamente scritti e ritratti. Il colpo riesce tra un dedalo di sotterranei ma quando c’è da spartirsi il bottino sarà un feroce regolamento di conti senza vincitori. Secondo Morandini: “Ha la forza di una complessa allegoria morale, radicata nel costume americano, sfuggendo alla convenzione del genere: non c’è un traditore, non una divisione manichea tra buoni e cattivi”. Uno dei più bei film di Huston. La scena in cui un rapinatore muore dissanguato tra i cavalli è stata citata come omaggio da Cimino in “Ore disperate”. Primo ruolo di rilievo per Marylin Monroe.

IL GRANDE CALDO di Fritz Lang, 1953

Il sergente di polizia Bannion sta indagando sull’apparente suicidio di un agente corrotto dalla mafia. All’improvviso dai suoi superiori gli viene ordinato di fermarsi ma l’uomo continua a fare ricerche finché un’esplosione mirata a lui uccide sua moglie. Si allea con la donna del gangster che l’ha sfigurata versandole del caffè bollente in faccia, in una scena di grande impatto violento che creando una donna dal volto a metà turbò non poco critica e pubblico dell’epoca. La tecnica espressionista è dedicata con grande successo ai temi della corruzione e di quanto la legalità abbia sempre dei limiti che nessun Codice può garantire. Ma centrale rimane il motivo della vendetta e che pone ogni uomo nella condizione di uccidere secondo la tesi ricorrente del cinema di Lang.

LE CATENE DELLA COLPA di Jacques Tourner, 1947

Un detective privato, ritiratosi in un paesino di provincia, scopre di non poter sfuggire al proprio passato quando un ex datore di lavoro molto squalo e l’ex amante, la dark lady moglie di quest’ultimo, lo attirano in una trappola fatale. Tre donne attorno a Robert Mitchum (alla sua prima volta nei panni del protagonista). Acapulco e San Francisco tra i luoghi di un intrigo che si presta sempre a nuovi inattesi colpi di scena in un intreccio molto labirintico. Il passato torna in forma di flashback. La dark lady e le fragilità delle passioni umane. Restauro della Rai che ha aggiunto molte scene inedite in inglese non sottotitolato. Un dramma dell’ossessione e della disperazione. Bellissime le scene nel bar di Acapulco dove il direttore della fotografia Nicholas Misuraca “gioca con le ombre degli interni oscurando spesso le silhouette dei diversi personaggi”.

Immagine in cover: Foto di Orson Welles in Touch of Evil (L’infernale Quinlain)

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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