I 10 migliori film sul terrorismo di sinistra

Anni Settanta: il piombo e la celluloide

Le parole sono importanti. I diretti protagonisti delle insorgenze dei gruppi armati di sinistra nell’Europa occidentale non hanno mai accettato la definizione di terroristi. Ma la Storia, che è scritta dai vincitori in larga parte, ha assegnato malgrado loro questa scomoda patente. Certo di terrore e vittime ne provocarono, con il loro assalto al cielo praticando lotta armata contro il sistema e i governi. Furono sospese molte libertà e non mancarono anche le torture ai prigionieri e il fenomeno determinò la sconfitta dei movimenti di massa.

Nella classifica di questa settimana ho scelto i migliori dieci film che abbiano meglio saputo affrontare dal punto di vista estetico questa controversa, e oggi anche poco conosciuta dalle giovani generazioni, pagina del Novecento. Il fenomeno della lotta armata in Europa ha avuto una larga rilevanza in Irlanda e nei Paesi Baschi come irredentismo nazionalista anche se venato da istanze sociali, ma da un punto di vista politico la questione è stata molto rilevante nella Germania Ovest e in Italia.

Nel nostro Paese il cinema fu incapace di raccontare un sommovimento così enorme realizzando film in ordine sparso e affidandolo a singoli autori che nel corso di quattro decenni hanno colto l’attimo per fornire chiavi di lettura di quanto fosse accaduto in Italia. Nella filmografia, ben studiata da Christian Uva nel suo “Schermi di Piombo. Il terrorismo nel cinema italiano” non mancarono film brutti, complottisti e spesso girati con poche risorse anche se animati da buone intenzioni. Meglio seppe fare il cinema tedesco che attorno al problema fece nascere una delle sue più felici stagioni. Ma anche il cinema italiano, se pur a molta distanza dagli avvenimenti, se non per numero complessivo ma per qualità, attraverso alcuni suoi registi ha saputo lasciare una valida traccia su una delle stagioni più intense della storia repubblicana.  

BUONGIORNO, NOTTE di Marco Bellocchio, 2001

Dopo 23 anni dal rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e architrave della politica del compromesso storico con il Partito Comunista Italiano, il cinema riesce a compiere una riflessione cinematografica di altissimo livello  che fornisce chiavi di lettura adeguate del più drammatico episodio della storia repubblicana, che di fatto determinò l’inizio della fine della cosiddetta Prima Repubblica.
Bellocchio, che pur era caduto sull’argomento realizzando l’opaco “Gli occhi, la bocca” sullo stesso argomento (non il caso Moro ma la lotta armata marxista), si poggia molto liberamente sulla biografia romanzata scritta dalla brigatista Anna Laura Braghetti, che fu carceriera di Moro, e dalla giornalista Paola Tavella, per raccontare i drammatici giorni del rapimento e molte tensioni esistenziali che ne determinarono l’esito. Decisiva la scelta finale non realista dove uno straordinario Roberto Herlitzka nei panni di Moro viene liberato dai brigatisti andando libero per le strade di Roma. Un “se” su come poteva andare e non andò per le rigidità del Partito armato e della fermezza istituzionale sorda a ogni trattativa per liberare il prigioniero. Tutte le ragioni e i torti sono in campo, infatti il film è stato apprezzato con ragioni diverse sia dai parenti di Moro che dai brigatisti coinvolti. La carceriera nel film è figlia di partigiani emiliani e in contatto con un giovane che scrive una sceneggiatura che porta lo stesso titolo del film tratto da una poesia di Emily Dickinson. Ottimi tutti gli attori, soprattutto Maya Sansa e Luigi Lo Cascio. Indovinate musiche di Pink Floyd e Verdi. Riferimenti filologici al leninismo e alla lotta armata resistenziale ben strutturati. Eccellente utilizzo dei filmati d’epoca. A Venezia premiato solo per la sceneggiatura con furibonde polemiche per la mancata assegnazione del Leone d’Oro. Aldo Moro continuava a far da scandalo anche da morto. 

ANNI DI PIOMBO di Margarethe Von Trotta, 1981

“Un film di formazione  che spiega come il piombo della colpa potè condurre a quello dei proietti”. Il cinema tedesco attraverso la sensibilità femminile di una delle sue migliori registe riesce, a pochi anni dagli avvenimenti, a fornire degli occhiali di decodificazione di quanto fosse avvenuto in una guerra civile generazionale che si stentava a riconoscere nel suo drammatico svolgimento. Non è un caso che il fortunato film con il suo titolo ribattezzerà a futura memoria quella stagione anche in Italia. La Von Trotta si affida alla vera storia delle sorelle Esslin, figlie di un pastore protestante, che prendono vie diverse: Juliene nel movimento femminista, Marianne nella lotta armata della Raf. Un rapporto-conflitto che si sposterà nel carcere speciale con la sospetta e drammatica morte della sorella militante e su cui la giornalista femminista si mette a indagare. Il film fa emergere in modo riuscito il peso della colpa storica del nazismo che si rifletterà su chi in Germania scelse la lotta armata. Stupenda la scena della visione delle due sorelle che guardando il documentario “Notte e nebbia” di Resnais e scoprendo l’orrore dei campi di concentramento vanno nei bagni del cinema a vomitare. Molto realista la rappresentaIone dell’annullamento della persona nella carcerazione speciale. Bravissime le due interpreti. Leone d’Oro a Venezia 

LA MEGLIO GIOVENTÙ di Marco Tullio Giordana, 2003

Un regista che si era destreggiato bene con l’argomento (meglio con “Maledetti vi amerò”, meno con “La Caduta  degli Angeli Ribelli”) nella sua opera meglio compiuta sulle poche vittorie e molte sconfitte della generazione del Sessantotto racconta una riuscita storia corale polifonica affidando il segmento della lotta armata al personaggio di Sonia Bergamasco, compagna femminista del protagonista psichiatra basagliano (un ottimo Lo Cascio) che abbandona figlia e famiglia per abbracciare le ragioni del partito armato. Un Io diviso dal percorso politico pacifista del marito “motivata da una nevrosi personale che sembra derivare più da un malessere individuale che da un’ideologica insofferenza per i torti sociali diffusi”. Ammirevole lavoro di sceneggiatura di Rulli e Petraglia. Premiato a Cannes, pioggia di David e di Nastri, e amatissimo dal pubblico, nonostante che la Rai, che lo produsse, ne abbia limitato la distribuzione al cinema e la messa in onda in televisione. 

COLPIRE AL CUORE di Gianni Amelio, 1982

Grazie al suo impianto estetico contestuale che vede sempre la ricerca di un padre che ha abbandonato il figlio, Gianni Amelio costruisce un raffinato lavoro negli anni Ottanta che sembrano voler rimuovere tutto quello che era accaduto. Film non ispirato alla cronaca ma ben costruito nella sceneggiatura scritta con Vincenzo Cerami. Perfetto il gioco filmico che vede il padre professore universitario ex partigiano fiancheggiare la lotta armata ospitando in casa un ragazzo che viene ucciso dalla polizia. Il figlio quindicenne inizia a indagare, pedina e fotografa per capirne le motivazioni morali e politiche che si mostreranno molto lontane dalle sue. Alla fine lo denuncia alla polizia. Per la prima volta i terroristi sono mostrati per quello che sono senza giustificarli. Il preciso ambiente borghese milanese è rappresentato con maestria grazie anche agli ottimi attori protagonisti. Film povero di risorse ma ricco di tecnica e inventiva figurativa. Anche per questo film la Rai produttrice del film ne ostacolò la diffusione rallentando l’uscita nelle sale, non sfruttando il clamore mediatico del Festival di Venezia e programmandolo in televisione cinque anni dopo. 

LA SECONDA VOLTA di Mimmo Calopresti, 1995

Riuscita opera prima che rivela l’enorme talento di Mimmo Calopresti, ex militante di Lotta Continua, sceneggiatore insieme a Francesco Bruni, nella sua Torina asettica e con la Fiat in ristrutturazione: qui ambienta la storia di un professore universitario che a distanza di 12 anni incontra la donna che lo ha ferito in un attentato. Lei non lo riconosce, lui finge di corteggiarla per incrociare il destino umano della sua carnefice in semilibertà, donna ormai cambiata, forse anche troppo. Ma il confronto è impossibile. Prodotto e interpretato da Nanni Moretti, che assegna una sorta di marchio di fabbrica a un film tutto al presente che ha il merito di riprendere un discorso sulla lotta armata senza flashback eroici e urla ideologiche ma, come ben riflette Mereghetti, “solo con due personaggi che incarnano con dolore e intensità il dramma più sospeso e inafferrabile della recente storia d’Italia”. Segnante la protagonista Valeria Bruni Tedeschi che diventerà la compagna del regista. 

LA MIA GENERAZIONE di Wilma Labate, 1992

Una brava regista ex militante di Potere Operaio, ha il merito di lavorare con due suoi ex compagni che avevano aderito alla lotta armata scegliendo le Unità Combattenti Comuniste, per trarne una sceneggiatura che sa ben riflettere su quanto accaduto in Italia negli anni Settanta portando un punto di vista fazioso mai espresso prima. Si racconta un on the road emergenziale in un cellulare occupato da un militante, interpretato da Claudio Amendola, e un ufficiale dei carabinieri, uno smagliante Silvio Orlando, che vorrebbe indurlo con l’inganno a prendere la via della collaborazione con la Giustizia per motivi premiali. Il film fa i conti con un’incomunicabile Storia condivisa, lontana ancora oggi e di distanza siderale negli anni Novanta, che riconoscendo l’inoppugnabile sconfitta si arroga il diritto di rivendicare le ragioni dei vinti che a volte hanno maggiore dignità dei vincitori. 

GERMANIA IN AUTUNNO di Autori vari, 1978

Un manifesto programmatico del Nuovo Cinema Tedesco che vede 13 registi (tra i tanti Fassbinder e Reitz) sporcarsi sartrianamente le mani con un film collettivo che interviene sui drammatici fatti tedeschi che pochi mesi prima avevano registrato il sequestro e l’uccisione del capo degli industriali tedeschi, il dirottamento di un aereo tedesco a Mogadiscio con il riuscito intervento delle teste di cuoio, e la morte mai ben chiarita in un supercarcere dei principali esponenti della Rote Armee Fraktion. Vi si alternano filmati documentari, interviste, riprese d’archivio ed episodi di finzione. Molto belle le sequenze che mettono a confronto i funerali di Stato di Schleyer con quelli che non si vogliano concedere ai tre terroristi morti in carcere con richiami all’Antigone di Sofocle. Un punto di vista molto di parte da chi non stava né con lo Stato né con la Raf ma guardava a  quest’ultima con un’ampia benevolenza considerato che alcuni militanti si erano molto incrociati sulle strade della creatività alternativa. I gauchistes italiani omologhi guardarono interessati, rammaricandosi di non sapere aver agito come i cineasti tedeschi. 

LA PRIMA LINEA di Renato De Maria, 2009

Uno dei registi più pop italiani si cimenta con la storia di Prima Linea, gruppo armato ben diverso per costituzione antropologica e politica dalle più celebri Brigate Rosse, attingendo alle memorie di un suo capo, Sergio Segio, che aveva affidato al libro “Miccia Corta” la sua esperienza nella lotta armata. Il leader piellino si dissocerà dalla lettura che viene data dal film che lo vede incarnato sullo schermo da Riccardo Scamarcio e che con Giovanna Mezzogiorno nei panni della sua compagna Susanna Ronconi vengono rappresentati nel momento crepuscolare della loro sconfitta politica e militare. Polemiche da parte dei parenti delle vittime anche sui finanziamenti di Stato concessi per l’interesse culturale e che il produttore Andrea Occhipinti rifiuterà per mantenere il dibattito solo sull’opera. Sostanzialmente è un film su due terroristi innamorati come dice uno dei fratelli Dardenne anch’essi produttori. Per Morandini è un film che “ha il merito innegabile di rendere l’idea dell’assurdità e della lucida follia del pensiero, delle scelte e delle azioni di molti giovani nell’incubo degli anni ’70 e ’80”.

GLI INVISIBILI di Pasquale Squitieri, 1988

Film povero di mezzi ed eretico per contenuto, tratto dal romanzo di Nanni Balestrini, scrittore per mestiere ritrovatosi coinvolto in quell’operazione “7 aprile” che manda in carcere tutta l’area intellettuale e militante dell’Autonomia Operaia in nome di molti teoremi e poche prove. Un regista mutevole dal punto di vista ideologico ma anarcoide per vocazione si appassiona alla vicenda e realizza un film che attraverso il ruolo del Professore evoca la figura di Toni Negri e il suo percorso carcerario insieme ai brigatisti che considerano gli autonomi dei nemici del popolo. Nella sua estetica naïf ma spettacolare tipica del cinema di Squitieri un film carcerario poco visto e molto avversato, che ha il merito di portare un punto di vista completamente assente nel cinema italiano. Film rimasto invisibile non solo nel nome. Si può vederlo solo su Vimeo

ITALIA ULTIMO ATTO di Massimo Pirri, 1977

Film stracult amato dalla rivista Nocturno e degli appassionati di “poliziottesco” all’italiana, più che un instant movie è una sorta di film profezia. Un anno prima del caso Moro tre estremisti di sinistra preparano e mettono in opera un’azione per uccidere il ministro degli Interni al fine di scatenare una reazione che inneschi una guerra civile. Luc Merenda che di solito era il commissario fa il capo, la terrorista si chiama Mara come la  Cagol, Lou Castel richiama lo scontro interno che veramente arriverà nelle BR e su un muro compare un orologio con la data del 16 marzo che l’anno successivo scandirà la storia italiana. Uno degli sceneggiatori, figlio del celebre critico Morando Morandini, qualche anno dopo farà parte del gruppo eversivo che uccise il giornalista Walter Tobagi composto in larga parte da giovani della borghesia rossa milanese. Un mestierante film vintage di genere che restituisce tensioni storiche meglio di alcuni pretenziosi titoli d’autore sullo stesso argomento. Su YouTube circola una versione doppiata in inglese. 

Foto di Alexander Antropov

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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