I 10 migliori film sul Vietnam

La sporca guerra americana raccontata dal cinema

Il conflitto che vide il gigante americano aggredire sul terreno militare e ideologico il Vietnam – che aveva una capacità di resistenza grazie alle precedenti guerre con Giappone e Francia – nel corso del secondo Novecento divenne un terreno di lotta globale, anche considerato che avveniva nel bel mezzo del Sessantotto.

La guerra abbe un fronte interno in America con milioni di persone che si opposero alle decisioni dei governi che non potevano consentire la presenza di un stato comunista nello scacchiere asiatico. In tutto il mondo globale progressista i vietnamiti erano considerati i nuovi pellerossa da sostenere. I conservatori invece mitizzarono i berretti verdi impegnati in operazioni militari in un territorio ostile e con un Paese diviso in due e schierato in fronti opposti. Migliaia di morti americani e reduci devastati nella mente per esperienze al limite dell’umano. Gli americani furono sconfitti abbandonando il Vietnam. Fu un trauma per tutta l’America. Chi tornò dal fronte era avversato da tutti. Poco dopo nacque una consapevolezza su molte efferatezze compiute anche dagli eroici Vietcong e ancor di più del terribile genocidio perpetrato dai Khmer rossi in Cambogia. Se gli americani erano responsabili di devastazioni con napalm e bombardamenti a tappeto dall’altra parte i rossi non erano esenti da colpe. Elementi storici che hanno dato materia viva per molti film  dedicati al Vietnam. Alcuni sono capolavori assoluti. Ho scelto i miei migliori dieci. 

APOCALYPSE NOW di Francis Ford Coppola, 1979

Un film che resta nel tempo e non tramonta mai. “Non è un film sulla guerra nel Vietnam – ha detto il regista Coppola – è il Vietnam”. Film con gestazione e lavorazione epica durata tre anni. Un tifone e morti durante le riprese nelle Filippine. Un documentario a futura memoria sul dietro le quinte. Ambientazioni perfette e recitazioni impeccabili. Durava 153 di minuti la prima versione originale massacrata dalle prime recensioni e portata incompleta a Cannes dove a sorpresa trionfa vincendo la Palma d’oro e salvando una produzione titanica e un montaggio durato anni. Sarà consenso di critica e di pubblico universale con sequenze memorabili e dialoghi celebri entrati nell’immaginario collettivo e una colonna sonora capace di mettere nella stessa compilation “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner e “The end” dei Doors.
Nel 2001 Coppola tornerà a Cannes per presentare la versione Redux di ben 202 minuti che viene distribuita di nuovo nelle sale per poter far ammirare gli episodi che erano stati tagliati nella travagliata vicenda produttiva di un film monumento. A distanza di anni e per il quarantennale Coppola sentenziò che quella di Redux era una durata troppo lunga ed elaborò la versione definitiva del film: 183 minuti di “Final Cut” che dovrebbe dare un assetto definitivo al film summa sul Vietnam, metafora dell’esistenza umana e della follia della guerra desunto dalla letteratura di Conrad rielaborata da John Milius.  Il suono di Walter Murch e le immagini di Vittorio Storaro – premiati all’epoca con l’Oscar – sono stati rimasterizzati e digitalizzati in 4 K ricavati dal negativo originale, con il lavoro di un maestro del cinema che rielabora sempre ossessionato dalla perfezione. Indimenticabili  il viaggio sul fiume, i deliri psichedelici,  l’odore del napalm a fianco del surf affidati a un cast stellare che declina Marlon Brando, Martin Sheene, Robert Duvall, Denis Hopper, Harrison Ford, quest’ultimo nella parte del colonnello Lucas (dichiarato omaggio all’omonimo regista che si occupò della sceneggiatura e che doveva essere l’autore del film).
Ha scritto il poeta Davide Rondoni nella sua bellissima ode L’angelo delle ombre. Visione di Marlo Brando in Apocalypse Now di F.F Coppola: “Era Vietnam o casa / nostra dove padre e madre si rubavano l’ombra / della bocca, era in qualunque luogo ci tocca / vedere Marlo Brando a sedere / che sgranocchiava qualcosa come noi / nelle sere ai tavolini sparsi dei bar, e lui, diceva che conosceva l’orrore e diceva d’esserne-amico.”

FULL METAL JACKET di Stanley Kubrick, 1987

Il Vietnam ricostruito in studio e in Gran Bretagna, raccontato da un maestro del cinema che aveva paura di prendere l’aereo. La parte bellica è preceduta dall’addestramento delle reclute con la personale tragedia e caduta all’inferno di una recluta apostrofata come “Palla di lardo” per un attore che ingrassò di 35 chili per poter avere il ruolo. Il contraltare è il sergente istruttore Hartman, non sbatte mai le palpebre, ex marine che conosceva molto bene quel ruolo e che impegnò non poco il doppiatore italiano per il recitare scandito da comandi, insulti e bestemmie.  Pochi sanno che aveva partecipato alla scena degli elicotteri in “Apocalypse Now”. Dapprima incaricato da Kubrick come consulente militare, fu scritturato come interprete per le sue notevoli capacità oratorie.
Tratto dal romanzo di Gustav Hashford, che era stato in Vietnam, è il primo film di Kubrick che affronta la contemporaneità e secondo Morandini “andando al di là del Vietnam per prendere a bersaglio l’atrocità del secolo, il tempo sporco della Storia”. 
La prima parte vede diciotto giovani reclute trasformarsi in macchine di guerra. Nella seconda il protagonista Joker (ma guarda un po’) parte come corrispondente di un giornale di guerra e finisce nell’offensiva del Tet del 1968, con riprese effettuate nel Sussex, nella centrale del gas in demolizione del quartiere di Beckton, a Londra e tra le palme importate dalla Spagna. I vietnamiti non si vedono mai. 
Celebre il dialogo del protagonista che mette a confronto la scritta sul suo casco “nato per uccidere” e il simbolo dei pacifisti a dimostrare l’impossibilità dell’umanità in certi contesti.
Riuscitissimo il finale con i soldati che cantano la canzone di Topolino, eterno tentativo di consolarsi con la gioia dell’infanzia per poter preservare la loro umanità devastata dalla guerra.
Secondo Carlo Affatigato Full Metal Jacket “si dissocia dall’idea hollywoodiana di film bellico e diventa più una analisi sull’individuo e sul rapporto che si instaura tra realtà ed essere umano, di fronte alle esperienze estreme raccontate nel contesto della guerra”.

IL CACCIATORE di Michael Cimino, 1978

L’8 dicembre del 1978 usciva nelle sale americane un capolavoro assoluto della storia del cinema firmato da Micheal Cimino. Tre amici operai alle prese con la tragedia del Vietnam. In Italia esce l’anno successivo e molto pubblico di sinistra s’indignò per la rappresentazione feroce dei Vietcong nelle torture ai prigionieri americani. Ma era quasi tutto vero. Inventata solo la roulette russa che diventa intreccio sostanziale con la celebre sequenza che vede Robert De Niro tornare a Saigon e mettersi al tavolo per sfidare e salvare il suo amico e commilitone.
Dramma intimo e crepuscolare che si svolge in tre atti assumendo movenze indimenticabili. La scena del ballo fu provata per cinque giorni e i due attori che cadono sfiniti lo sono veramente, veri gli schiaffi dei vietnamiti durante la roulette russa. Cast memorabile. Primo grande successo di Meryl Streep. Per De Niro “la mia esperienza più difficile sul piano fisico e psicologico”. A John Cazale, al tempo compagno di Meryl Streep, e uno degli amici protagonisti del film, fu diagnosticato un tumore. La produzione lo licenziò in quanto non si sapeva se ce l’avrebbe fatta. Tutto il cast si rivoltò, Robert De Niro pagò di tasca sua l’assicurazione dell’amico John, che completò le riprese, ma non vide mai la prima del film.
Tante le scene memorabili.  Tra queste la caccia al cervo e il funerale di Nick che si conclude con tutti i protagonisti che cantano Good Bless America “Dove la commozione del lutto si trasfigura nel bisogno di speranza, perfetta e commovente rappresentazione del vitalismo assolutamente non ideologico di una nazione e di una cultura”.
In Italia fu proiettata la versione di 150’. Oggi è facilmente reperibile quella completa di 180’ in tecnologia 4 k. 

PLATOON di Oliver Stone, 1986

Oliver Stone era stato volontario in Vietnam tra il 1968 e il 1969. Aveva molto visto e vissuto quella tragica esperienza per raccontarla in un film da lui scritto e diretto. Infatti, il protagonista del film, Chris Taylor, è partito volontario “perché non trovavo giusto che a combattere fossero solo i poveri o gli uomini di colore”. Secondo Stefano Reggiani: “Forse la novità più rilevante di Platoon è l’accoglienza ricevuta in patria. E stato probabilmente come un deflusso liberatore, la guerra-guerra, il Vietnam finalmente visto da chi c’è stato, la consapevolezza che una generazione di ragazzi non poteva non dannarsi, non corrompersi, non odiarsi in quella giungla dello smarrimento senza giustificazione”. Le atrocità americane sono descritte con cruda realtà, l’uso delle droghe come antidoto alla quotidianità dell’orrore mostrano un cuore di tenebra collettivo e generazionale. Alla guerra contro i Vietcong si sovrappone il conflitto interno che spacca in due il plotone: da una parte il tenente Barnes , veterano sopravvissuto a numerose ferite con l’attitudine del killer più spietato, dall’altra il tenente Elias, che comincia a nutrire seri dubbi sul vero senso della guerra e usa la marijuana per sfuggire alla realtà.
Chris, spinto dal precipitare degli eventi, dovrà decidere da quale parte schierarsi e scegliere l’eredità del “padre buono” o di quello “cattivo”. Rivelazione per William Dafoe. Quattro Oscar: (miglior film, regia, montaggio e suono); bella la colonna sonora d’epoca. 

BIRDY LE ALI DELLA LIBERTÀ di Alan Parker, 1984

Il tema è di quelli che sono tornati a casa ma il Vietnam non possono dimenticarlo. Birdy è un giovane reduce del Vietnam rinchiuso in una clinica psichiatrica a causa di un grave trauma cerebrale. Un suo amico d’infanzia, anch’egli sopravvissuto alla guerra, fa di tutto per salvarlo. Tratto da un romanzo che però racconta i reduci della Seconda guerra mondiale. Il protagonista, senza nome, ha sempre voluto volare ed è attratto dagli uccelli: evidente metafora di libertà. L’epoca giovanile in un quartiere povero di Filadelfia ne fa anche un film sull’amicizia che si poggia su due grandi interpreti e contribuì a lanciare come star Nicholas Cage. Quell’amicizia e libertà che la guerra aveva mandato in crisi negli Stati Uniti. Vi si coglie, rivedendolo, la stessa sensibilità poetica della prima visione. Musiche di Peter Gabriel. Premio speciale della Giuria a Cannes

TORNANDO A CASA di Al Ashby, 1978

La moglie di un marine in Vietnam, Sally Hyde, decide di fare volontariato in un ospedale per veterani e si occupa di Luke Martin, un uomo sulla sedia a rotelle. Tra i due si sviluppa un’amicizia che si trasforma ben presto in una storia d’amore. Il progressismo liberal che affronta i reduci con i buoni sentimenti e i due attori protagonisti, Jane Fonda, attivista militante contro la guerra, e John Voight prendono l’Oscar assieme a quello della migliore sceneggiatura originale. Palma d’oro anche a Cannes da un film non amato dalla critica ma ben accolto dal pubblico. L’idea originaria è di Jane Fonda. Il reduce paralitico aveva protestato contro la guerra ed è pedinato dal Fbi che aggiunge non poco pepe alla storia. Anche il marito torna a casa ma è depresso e devastato dal prima e dal dopo. Film orientato sulla sensibilità femminile assente nei maggiori film sul Vietnam. Restano impresse le scene dei mutilati e quella di sesso tra Sally e Luke. 

RAMBO di Ted Kotcheff, 1982

Il reduce torna a casa e tutti lo maltrattano. John Rambo è un antieroe springsteiniano che nel cuore della provincia americana si ribella e con una forza bruta e spettacolare sfida tutti come fossero i Vietcong nella giungla, tenendo in scacco Fbi e Guardia Nazionale. Dovrà arrivare il suo ex comandante in Vietnam per convincerlo ad arrendersi con l’onore di tutte le armi. Piacque molto alla destra repubblicana e i loro alleati nel mondo per la centralità che assume l’ex eroe in divisa che ha combattuto al servizio degli Usa. Ma fu amato anche dalla sinistra liberal perché Rambo è lo sconfitto che si ribella all’ordine costituito e che critica in modo diretto il Potere. Resta sicuramente un grande film spettacolare che non perde impatto emozionale e che ha dato vita a una lunga serie di sequel, con Stallone assoluto protagonista, che si sviluppa in un arco di tempo di 37 anni, dal 1982 al 2019. Nessuno degno del capostipite.

URLA DAL SILENZIO di  Roland Joffe, 1984

Vincitore di tre Oscar. Sidney Schanberg, giornalista del “New York Times”, viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguire la guerra tra i Kmer rossi e il governo di Lan Nol e là si avvale del dottor Dith Pran (un laureato in chirurgia) come guida ed interprete. Una storia vera eroica e commovente realizzata dallo storico produttore dei film di Woody Allen. La barbarie della guerra e dei campi di rieducazione attorno all’amicizia professionale. Il film che ha meglio raccontato l’epica dura dei grandi inviati di guerra. Ma anche il più duro attacco critico alla convenzione politica di Pol Pot tesa all’annientamento di intere generazioni e che poggia sulla rigenerazione ideologica degli adolescenti. Film bello e devastante. 

BULLET IN THE HEAD di John Woo, 1990

Il Vietnam raccontato con occhio asiatico in una produzione di Honk Kong e firmato da un regista cinese molto bravo nei film d’azione. Tre giovani amici scappano da Hong Kong a Saigon, dove cercano di sopravvivere tra criminalità e mercato nero. Ma la guerra li coinvolge e vengono arrestati perché sospettati di aiutare i Vietcong; dopo essere stati rilasciati vengono rapiti dai Vietcong stessi. Il film racconta della guerra e di un gruppo di amici che cercano di viverci dentro e la conseguente perdita d’innocenza come in quelli occidentali. Molte le sequenze violente che impressionano lo spettatore. Secondo Morandini: “La sostanza sta in un commovente e pessimista melodramma sull’amicizia e la morte come presa di coscienza della tragicità dell’esistenza”: 

GOOD MORNING VIETNAM di Barry Levinson, 1988  

La commedia per raccontare la guerra sporca. Ispirato alla storia del presentatore radiofonico Adrian Cronauer (un ottimo Robin Williams vince il Golden Globe) che viene inviato in Vietnam allo scopo di trasmettere allegria nella vita dei soldati coinvolti nella guerra. L’uomo riesce nell’intento ma è in grado anche di irritare il sergente Dickerson a causa del proprio punto di vista sul conflitto. Immediatamente il programma viene censurato per le critiche a Nixon. Il film è nato dalla bontà dell’attore protagonista che ha spesso  improvvisato i suoi straordinari “pezzi” radiofonici superando l’estro di Cronauer. Degno epigono di “Mash” mescola il dramma della guerra con la riuscita satira comica che mette alla berlina l’ottusità della censura e della guerra. 

In cover: La Città imperiale di Huế, antica capitale imperiale del Vietnam.
Foto by CEphoto, Uwe Aranas

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Potrebbe interessarti anche

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy