I 10 migliori film sull’ambiente e la sostenibilità

Con la crescita della sensibilità verso l’ambiente sono cresciute anche le opere nate con fini ecologici

Per un giornale elettronico che ha come suo orizzonte editoriale la difesa dell’ambiente e la sostenibilità con il mondo che ci ospita era necessaria e doverosa una top ten della Settima arte dedicata a questo vitale tema della nostra  agenda politica. Con la crescita della sensibilità dell’opinione pubblica e di chi fa cinema (in questi anni chi produce ha enormemente aumentato i protocolli green per buone pratiche sostenibili nella realizzazione di un film) i numeri di opere nate con fini ecologici hanno ottenuto una crescita esponenziale per schierarsi dalla parte di quel torto che i potenti non vogliono considerare e che dai tempi dei Lumiere hanno posto all’uomo la molteplicità del mondo. Bertrand Tavernier, regista e critico, infatti indica in “Puits de pètrol a Baku. Vou de près” del 1899 il capostipite di un giacimento ancora poco indagato e studiato con attenzione. Il documentario in anni recenti ha avuto una crescita molto importante ma non si poteva eludere il ruolo delle opere di finzione che per natura specifica hanno una enorme influenza sulla coscienza collettiva. Nel formulare la classifica si è tenuto in considerazione non solo la denuncia doverosa che molti autori tengono nella loro proposta ma anche il valore estetico e artistico dei film che a mio parere ne fanno opere indispensabili alla visione. Divertire, rendere consapevoli e sensibili all’intero creato è il loro fine. 

IL SALE DELLA TERRA di Wim Wenders e Julien Ribero Salgado, 2014

Sebastiao Salgado è uno dei più grandi fotografi viventi che ha messo al servizio dell’uomo la sua arte e la sua volontà umanistica. Da un quarto di secolo gira il pianeta per documentare le migrazioni, il lavoro, le carestie, non smettendo mai di mettere al centro le numerose contraddizioni della modernità e della sua esistenza ma soprattutto il modello di sviluppo che mette la merce davanti alle persone. Fu una missione umanitaria in Africa a trasformare quello che era un economista in un fotografo in bianco e nero che con libri e mostre ha ottenuto grande considerazione. La biografia di un grande artista e le sue opere sono state inquadrate in questo documentario da un celebre regista internazionale che ne incrociò per caso il valore guardando alle vetrate di una sua mostra a Los Angeles negli anni Ottanta, e dal figlio non certo preoccupato dall’agiografia di un padre così autorevole e anche della mamma che ha saputo trasmettere al marito la passione della fotografia. Il pedinamento come inchiesta sui lavori realizzati per libri dedicati all’America Latina con The Other Americas, sulle drammatiche condizioni dei popoli africani (Sahel: The End of the Road), sulle condizioni dei lavoratori in giro per il mondo (Workers), sulle grandi migrazioni umane (Migrations) e ultimamente sugli angoli del pianeta non ancora contaminati dalla modernità (Genesis). Il film non è la santificazione dell’artista ma la scoperta dei mondi che ci circondano e che spesso osserviamo in pochi secondi di news. Un film che diventa una sorta di preghiera laica dedicato alla moltitudine dell’altro. Dal genocidio del Ruanda al celebre reportage dei cercatori d’oro in una valle di fango, Salgado e gli autori del documentario ci ricordano come l’uomo pensante sia l’animale più crudele della terra.
Il documentario non è solo denuncia ma ha anche una sua componente di proposta. Salgado dopo aver constatato l’inumanità del mondo aveva smesso di fotografare. Ma poi grazie alla moglie – scrive Morandini – che “gli propone di riforestare le terre di proprietà della famiglia, trasformate in un deserto da anni di siccità, Salgado scopre che – con anni di duro lavoro – ritrasformando la terra arida nella foresta verde che era un tempo, torna anche la pioggia. Capisce così che l’uomo può distruggere la vita, ma può anche crearla e torna a fotografare, a ritrarre la natura, gli animali, la Terra”. Il titolo del documentario fa riferimento ad un passo del Vangelo di Matteo “Sei il sale della terra. Ma se il sale perde la sua salinità, come può essere reso di nuovo salato? Non è più buono a nulla, tranne che ad essere buttato fuori e calpestato”. Salgado in portoghese significa “qualcosa di salato”. Nelle sale italiane il film ha incassato due milioni. È fruibile su diverse piattaforme streaming. 

KOYAANISQATSI di Godfrey Reggio, 1982

Oggi è sparito dai radar della fruizione purtroppo, ma negli anni Ottanta, anche se senza grande considerazione critica, questo originalissimo documentario, grazie anche alla straordinaria colonna sonora di Philip Glass, infiammò la passione di molti estimatori. L’autore era un anonimo impiegato che decise di rivolgere la sua attenzione a un documentario che si preoccupasse della natura e lo sviluppo della civiltà. Le riprese e i numerosi montaggi hanno richiesto sei anni di lavoro. Il film era stato concepito come opera sperimentale per scuole e università ma si deve all’intuito artistico e umanistico di Francis Ford Coppola che mise il suo nome per poterlo distribuire nei cinema di tutto il mondo con l’epigrafe in calce pur non avendo partecipato al progetto artistico e permettendogli di incassare oltre 3 milioni di dollari. Il film è una sorta di viaggio che inizia ritraendo la natura come era ed è rimasta dalle origini per poi soffermarsi sul mondo che cambia ritraendo con immagini a volte accelerate o rallentate senza commento parlato ma solo con il sonoro minimalista di Glass veramente stupendo. Il film mostra persone di tutti i ceti sociali e di tutti i continenti, metropoli riprese dalla spazio. Il titolo del film deriva da una parola degli indiani Hopi che possiamo tradurre come: “Condizione che richiede un altro stile di vita”. Secondo il critico cinematografico Robert Ebert: “ciò che si vuole mettere in contrasto non è tanto l’idea di un genere umano che sa convivere con la natura e un altro che la depreda, ma tra un mondo abitato da uomini e uno senza uomini, in cui la natura si manifesta in tutta la sua magnificenza”. Primo film di una trilogia ma i successivi “Powaqquatsi” e “Nayoquatsi” non hanno raggiunto la notorietà del primo fatto salve alcune proiezioni musicate dal vivo da Glass. 

AVATAR di James Cameron, 2009

Tre Oscar e secondo incasso della storia del cinema che con i suoi numeri ritengo abbia consentito a far aumentare le consapevolezze e il senso comune ecologico e della sostenibilità ambientale. Ha impiegato diverse nuove tecniche cinematografiche a partire dall’uso del 3D. Fantascienza ambientata nel 2154 anche se c’è chi distingue che si tratta di una fiaba ecofantastica. Un ufficiale paraplegico viene mandato sul pianeta Pandora per costituire una formazione di avatar artificiali che combattano contro gli indigeni Na’vi’ per allontanarli dal pianeta e poter disporre del prezioso unobranium. Il Time mise in evidenza “la creazione più intensa e convincente di un mondo fantastico mai visto nella storia del cinema”. Una natura che si ribella all’uomo e ne difende le fondamenta. Non avevamo mai visto una rappresentazione di un popolo alieno così umano che facilmente ricorda i pellerossa che ostacolavano l’uomo bianco predatore delle risorse del sottosuolo. Uno spettacolo di altissimo livello mette al centro di tutta la vicenda l’energia panica che tiene in vita Pandora. Per il saggista Ray Menarini con Avatar “nel nuovo cinema digitale cameroniano abita un universo che respira tutto insieme, incarnazione del web, e si muove con una flora, una fauna e una popolazione totalmente vivi”. E per l’attesissimo sequel il regista ha rifiutato le riprese in Amazzonia annunciando che sarà il primo film senza impatto ambientale nella storia del cinema. È stata già messa a disposizione un’area di 100.000 metri quadri per installare una serie di pannelli solari con il sistema Mbs Media Campus, che produrrà l’energia necessaria per il set. La mobilità di tutti i lavoratori coinvolti nella produzione del film e i materiali di scena saranno eco-compatibili. Ci sarà molta cura persino nella scelta dei prodotti della pulizia.

MISSION di Roland Joffè, 1986

Il grande cinema spettacolare con una vicenda di grande respiro mette al centro il rapporto dell’uomo occidentale e lo sfruttamento e l’espropriazione dei popoli nativi. Un mercante di schiavi spagnolo in cerca redenzione, si unisce alla missione fondata da un gesuita in Sud America con lo scopo di convertire i nativi al cristianesimo e di preservarne le loro abitudini battendosi per evitare che diventino gli schiavi delle piantagione dei latifondisti europei. Il film si basa su fatti realmente accaduti ma la sceneggiatura inventa il coinvolgimento diretto nello scontro armato dei padri gesuiti per rendere più coinvolgente la trama. Secondo Walter Veltroni “un bellissimo film, pieno di forza epica, di respiro storico, di tensione morale”. Quando vinse a Cannes, nel 1986, molti storsero il naso. Ma la verità è che questa storia di una comunità di gesuiti assediata insieme agli indios nel Sudamerica alla metà del Settecento è di straordinaria forza emotiva. A chi oppone la critica del troppo buonismo oppongo la forza visionaria di chi prende in mano il proprio destino armi in mano. Che lo facciano in modo inventato dei gesuiti lo rende più epico. Splendide scene la suonata con con oboe del missionario, la battaglia cruenta e il gruppo di bambini della tribù che riesce a salvarsi dal massacro e abbandona il villaggio ormai distrutto, deserto e ridotto in cenere. I giovani ritrovano un violino e qualche oggetto usato nella guerra, e con questi fuggono con una canoa nella foresta. La lotta continuerà. Oscar alla Fotografia. Musica indimenticabile di Morricone

DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI di Werner Herzog, 1984

Ambientato nel deserto australiano, riguarda la vicenda di un territorio conteso tra una compagnia mineraria e i nativi aborigeni con un geologo che si mette dalla parte dei nativi. Conflitto tra culture che trova nella trama un punto significante nella causa giudiziaria complicata dai problemi di comunicazione dell’unico sopravvissuto di una tribù della quale nessuno conosce la lingua o quando gli aborigeni chiedono di poter far entrare nell’aula un loro oggetto sacro rimasto seppellito per secoli e ottengono che l’aula di giustizia si svuoti. Il film è nato dalla conoscenza del regista della reale vicenda appresa partecipando a un Festival in Australia decidendo di coinvolgere i sopravvissuti di quell’esperienza per poterla ricostruire in termini cinematografici. Un regista che già aveva messo della sua narrazione la Natura (Aguirre furore di Dio, Fitzcarraldo, Cobra Verde) ne trova la sintesi più compiuto in questo film che ha anche un profondo rispetto del Sacro. Secondo Morandini “Un western cosmogonico per ecologisti “verdi” difensori della natura pessimisti ma non rassegnati” 

UNA STORIA VERA di David Lynch, 1999

Come indica il titolo il film è ispirato ad un fatto realmente accaduto. Un anziano contadino dell’Iowa, Alvin Stewart che nel ’94, a bordo del suo trattore tosaerba, affronta un viaggio di sei settimane percorrendo quasi 400 km a 8 km orari per andare a trovare il fratello Lyle, che aveva avuto un infarto, per raggiungere il Wisconsin. Al logorio della vita postmoderna si contrappone l’elogio della lentezza per affrontare la complessità dell’esistenza e che attraverso la vicenda del protagonista riconsidera il mondo come va affrontato con sincerità nel confrontarti con chiunque incontri per strada: un prete in un cimitero, dei ciclisti, due meccanici fratelli, una donna che ha investito un cervo. Lynch che ci aveva abituato a ben altre estetiche ci racconta una storia pura ed ecosostenibile di un vecchio senza patente che con il trabiccolo del suo lavoro agricolo si mette in viaggio per andare un fratello con cui non erano mancati rancori non pensando al Tempo e affrontando lo spazio con l’ecologia della mente. Secondo Mereghetti, profondo esegeta di Lynch, “Una meditazione sulla morte, sulla memoria, il passato, la famiglia”

LE QUATTRO VOLTE di Michelangelo Frammartino, 2010

Più che un documentario  un film molto originale e di rara bellezza poetica di una straordinario autore milanese di origini calabresi che trionfa a Cannes nella prestigiosa sezione della Quinzaine. E in Calabria realizza il film nella Caolonia dei genitori e ad Alessandria del Carretto dove già De Seta aveva mostrato i dimenticati che alzavano nel giorno della festa un grande albero trasportandolo dalla montagna. Si inizia con la nascita del carbone, poi la storia di un anziano pastore che porta al pascolo le sue capre e si cura con medicina popolare. Quando muore gli animali vengono affidati ad altri e il capretto che abbiamo visto nascere si perderà andando a finire vicino al maestoso albero della festa. Quell’albero che dato ai carbonai servirà a dare calore alle case della comunità. I quattro elementi dell’esistenza (uomo, animale, vegetale e minerale) fanno parte di un ambiente sostenibile e in perfetto equilibrio. Senza dialoghi e con immagini bellissime  ci racconta secondo Goffredo Fofi “con la stessa sicurezza di Esiodo o Virgilio, una realtà tutta di oggi – in luoghi lasciati ai margini della storia, dal benessere dalla modernità – e tutta di ieri, se non forse di domani”.

ERIN BROKOVICH – FORTE COME LA VERITÀ di Steven Soderbergh, 2000

Legal movie di impegno civile hollywoodiano e di denuncia che arriva forte e d’impatto senza comizi grazie ad un regista molto bravo e all’interpretazione di una star come Julia Roberts che guadagna un Oscar nei panni della protagonista con sceneggiatura su un fatto realmente accaduto. Una single con tra bambini disoccupata trova lavoro grazie ad un avvocato che ne aveva curato i diritti in una causa. La neofita segretaria per caso trova in un faldone dei dimenticati documenti che provano le colpe  di un’industria californiana che ha scaricato una sostanza nociva nella falda acquifera provocando molti tumori. Palpitante la fase delle ricerche delle prove che sfocia in una gigantesca class action nei confronti di chi ha sostenuto il falso contro la salute pubblica. Il cinema mainstream riattualizza le grandi storie del new deal e della new Hollywood anni Settanta valorizzando chi abita nelle case povere delle province di distretti industriali che vedono l’americano medio messo in scacco da chi ha al suo servizio potenti studi di avvocati. 

WALL-E  di Andrew Stanton, 2008

La Pixar si mette al servizio dell’ecologia e dell’ambiente con un film a cartoni animati di ottima fattura. La toccante storia d’amore tra un robot terrestre e un drone ad alta tecnologia proveniente dallo spazio. Su un pianeta Terra ormai disabitato a causa dell’eccessivo inquinamento, il robot Wall-E svolge con dedizione quello che è il suo lavoro da ormai settecento anni: accumulare e compattare i rifiuti. A spezzare la sua secolare solitudine, arriverà, dal cielo, un congegno femminile, EVE, con la quale Wall-E vivrà un’avventura incredibile, capace di cambiare le sorti dell’umanità. L’antagonista si chiama Auto, i sopravvissuti umani sono parcheggiati nello spazio. Il robot ha una sua umanità perché tra i rifiuti ha trovato la videocassetta del film “Hello Dolly” che vedendola educa all’amore. Non c’è una spiegazione al disastro ecologico. Non c’è ne bisogno. In termini molto semplici la bella storia, che vince l’Oscar come miglior film d’animazione, fa riflettere tutti su elementi semplici ma diretti.

CHASING ICE di Jeff Orlowsky, 2012

Nel 2005 National Geographic commissiona a James Balog, fotografo ambientalista americano, un reportage per documentare gli effetti del surriscaldamento globale sui ghiacciai del Circolo Polare Artico. Nell’arco di tre anni, Balog insieme ad altri collaboratori cattura immagini in time-lapse mozzafiato che mostrano, tra l’altro, il più grande distaccamento di calotta polare che sia mai stato ripreso. Balog all’inizio della missione era scettico sul cambiamento climatico. L’indagine nel corso degli anni modifica la sua percezione. Le foto diventano il progetto di film. Dal 2012, quando è stato finito, a oggi il documentario è stato proiettato in oltre 172 nazioni, 70 università e circa 80 festival, oltre che alla Casa Bianca e alle Nazioni Unite diventando la dimostrazione pratica di quello che si discute ma non si riesce ad affrontare.

Immagine di cover di Errix (Screenshot tratto dal trailer del film Il sale della terra)

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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