I 10 migliori film sull’Olocausto

La forza della Memoria attraverso le immagini

Il cinema, da sempre, ha contribuito a tener vivo e attualizzare la riflessione sulla Memoria, attraverso moltissimi film che si sono presi la responsabilità di far sapere quello che era accaduto, anche se ancora mancano di narrare le persecuzioni di altri perseguitati che non siano ebrei. Ho scelto i miei migliori dieci film contemplando capolavori assoluti della storia del cinema e storie che hanno un’originalità narrativa e di linguaggio che meritano di essere viste dalle giovani generazioni. Una scelta che può tornare utile in concomitanza della Giornata della Memoria, che tutto il mondo celebra per ricordare l’Olocausto. 

IL GRANDE DITTATORE di Charlie Chaplin, 1940 

Primo film parlato di Chaplin che mette da parte il personaggio di Charlot per dare voce a quello che era necessario dire in uno straordinario film che ha il merito di essere stato girato mentre i terribili avvenimenti nazisti erano in corso di svolgimento e non conosciuti nel loro drammatico svolgimento di “soluzione finale”. L’uso della satira riuscitissima vede Chaplin interpretare la storia di un barbiere ebreo che perde la memoria durante la prima Guerra mondiale e resta estraneo all’ascesa del dittatore Adenoid Hynkel che gli somiglia come una goccia d’acqua. La commedia contamina il film di personaggi ispirati dalla Storia. Non solo Hitler ma anche Mussolini, la moglie, Goebbels, e le vicende dell’annessione dell’Austria.

L’oppressione nazista nei quartieri ebrei è impressionante per veridicità in un’epoca che ancora non aveva compreso quello che stava accadendo. Lo sberleffo al dittatore che gioca con il mappamondo, con il tappeto sonoro della musica di Wagner musicista di riferimento del nazismo, è una delle scene madri di una massima pietra d’inciampo del cinema. Nello splendido finale il barbiere prenderà il posto del dittatore e al balcone tiene un discorso teso ai valori della pace e della fratellanza che ancora oggi non ha perso forza morale nel trascorrere del tempo. Ha scritto Anna Falliranno “Chaplin aveva colto perfettamente gli stereotipi della rappresentazione del potere […]; evidente appare anche lo studio dei filmati di propaganda e l’analisi attenta delle pose e della tecnica oratoria di Hitler”. A guerra finita Chaplin ebbe a dire: “Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”. 

SCHINDLER’S LIST di Steven Spielberg, 1993

Uno dei più grandi registi si sporca le mani con la tragedia della propria razza e religione e gira un altro film capolavoro. Spielberg  fuoriesce dalla sua precedente filmografia di puro intrattenimento, non prende alcun compenso di un film che voleva solo produrre e mette la sua arte al servizio della Memoria. Il film s’ispira alla vera storia di Oscar Schindler, un industriale tedesco che, mettendo a rischio la propria vita e la propria carriera, riesce a salvare migliaia di ebrei da un tragico destino. Molte riprese a spalla con uno straordinario bianco e nero per aumentare la drammatica veridicità dei tragici avvenimenti, fondendo stilemi del documentarismo e del neorealismo. Ci sono alcune scene a colori: all’inizio con le luci delle candele accese per la festa ebraica dello Shabbat, nella sottolineatura indimenticabile del cappotto rosso di una bambina che perisce nella mattanza (accusa spietata agli Alleati di non aver fatto tutto per fermare l’Olocausto nazista) e nel finale quando gli ebrei sopravvissuti e gli attori insieme al regista pongono delle pietre, secondo l’usanza ebraica, sulla vera tomba di Schindler. Ben 7 premi Oscar e definitiva consacrazione di Spielberg. Grazie al film tutti conoscono oggi la frase del Talmud: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.

LA VITA È BELLA di Roberto Benigni, 1997

Un comico e regista italiano si assume la grande responsabilità di affrontare la tragedia dell’Olocausto con una fiaba comica dai delicati sentimenti universali. Durante la dittatura fascista, merito contestuale sulle nostre colpe nazionali, un giovane ebreo (lo stesso Benigni) conosce una maestra elementare (Nicoletta Braschi) e con lei costruisce una famiglia. L’aggravarsi delle leggi razziali e i rastrellamenti nazisti portano l’uomo ad essere deportato in campo di concentramento con il figlioletto Giosuè. Per proteggere il piccolo dagli orrori dello sterminio, il papà costruisce un gioco che lo preserva da quello che sta accadendo. Grande successo internazionale con tre premi Oscar (miglior film straniero, Benigni miglior attore e la colonna sonora di Piovani) ma anche film da incassi stratosferici in tutto il mondo e con 16 milioni di spettatori alla prima televisiva italiana. Molte le polemiche. Monicelli e alcuni esponenti comunisti contestarono duramente la scelta di stravolgere la Storia con la liberazione dei campi da parte americana e non sovietica giudicata una benevolenza opportunistica per la corsa all’Oscar. Anche in America la contesa fu al calar bianco. Durissimo tra i tanti il New Yorker che scrisse “Benigni nega l’Olocausto” illustrando l’articolo con una vignetta del celebre fumettista ebreo Art Spiegelman che mostra un reduce dei lager con l’Oscar in mano. Polemiche oggi dimenticate nei confronti di un grande film che continua a parlare al cuore e alla mente di chi ha la fortuna di vederlo per la prima volta. 

IL PIANISTA di Roman Polanski, 2002

Il racconto dell’Olocausto, visto con gli occhi di un pianista ebreo che sopravvive all’occupazione della Polonia e tratto dall’autobiografia di Wladyslaw Szpilman. Roman Polanski, che aveva rifiutato di girare il film di Spielberg, aggiunge un altro film imprescindibile alla filmografia dell’Olocausto facendo leva anche sui propri ricordi autobiografici di ebreo polacco. Diviso nella trama in due parti, tra la storia corale di una comunità e la solitudine di un uomo braccato come un topo, ha il merito, come ha  scritto Morandini “di spiegare a ritroso il cinema che ha fatto Polanski per 40 anni, le sue radici e gli incubi, con un costante controllo della materia narrativa e delle emozioni”. Musiche stupende. Messe di premi in tutto il mondo in cui svettano tre Oscar e la Palma d’Oro a Cannes

TRAIN DE VIE di Radu Mihaileanu, 1998 

Diffidate da chi lo considera un piccolo grande film. È un grande film di un regista rumeno che affida alla scemo di un villaggio ebraico dell’Europa dell’Est il compito di narrare una paradossale storia sulla persecuzione. Stanno arrivando i nazisti per deportare tutti e la comunità s’inventa un finto treno tedesco che confonde ruoli, situazioni e verismo spalmando su tutta la trama una comicità lunare e surreale. La commedia contamina la tragedia senza mostrare lo sterminio poggiandosi sui personaggi tipo del rabbino, del comunista, dei perseguitati rom, di veri e falsi nazisti. Sostenuto dalle possenti musiche klazmer di Goran Bregovic l’opera buffa nell’edizione italiana si avvale delle competente consulenza di Moni Ovadia. Battute, situazioni farsesche, pericoli scampati, scambi di persona in salsa yiddish ne fanno un’opera perfetta.

ARRIVEDERCI RAGAZZI di Louis Malle, 1987

Film di formazione ispirato a una storia realmente accaduta nella Francia collaborazionista e vissuta dal regista che ne firma anche la sceneggiatura. Alcuni ebrei si nascondono in un collegio di gesuiti registrati sotto falso nome, ma quando la Gestapo si accorge dell’inganno arresta il direttore e tutti i ragazzi da lui protetti. Come ricorre spesso nel cinema francese gli ebrei vengono scoperti a causa della denuncia di un inserviente francese zoppo e povero che nella delazione trova la sua vendetta sociale. Film sul passaggio dell’infanzia all’eta adulta che ti fa scoprire l’orrore del mondo. Sublimi la corsa nel bosco, la lettura proibita de “Le Mille e una notte”, la proiezione di un film di Charlot e la battuta finale che giustifica il titolo del film. Applauditissimo Leone D’Oro a Venezia

IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes, 2015 

Strepitosa opera prima. Ad Auschwitz un prigioniero ungherese diventa Sommerkommander,  ossia quel tipo di prigioniero, che nella speranza di sopravvivere, aiuta i nazisti nella loro opera di sterminio. Secondo Andrea Chimento: “Lo stile concitato e la splendida messinscena (la cinepresa è perennemente attaccata al volto del protagonista) lo rendono un prodotto struggente e imperdibile”. Gli orrori del lager sono spesso fuori campo lasciandoli intuire e dotando il film di grande originalità. Un film indipendente che ha saputo mostrare un nuovo approccio alla filmografia dell’Olocausto con grande perizia cinematografica e svolgimento di racconto che non è solo scelta stilistica ma anche morale. Premio Oscar e Gran Prix speciale a Cannes.

IL DIARIO DI ANNA FRANK di George Steven, 1959

Film da recuperare nelle programmazioni scolastiche per la Giornata della Memoria. Ebbe il merito di diffondere al grande pubblico, a tre lustri dalla conoscenza dell’orrore, i contenuti del celebre diario che era stato adattato per il teatro. Quasi tre ore di durata con il padre che torna nella soffitta rifugio e trovando il diario di Anna ripercorre  il tempo e le vicende della sua famiglia prima di entrare nell’orrore dell’Olocausto. Il regista, che aveva realizzato un documentario “sconvolgente” sulla liberazione di Dachau, ha ottima mano nel tenere un’altissima tensione in un film claustrofobico interamente girato in un appartamento. Tre Oscar, uno a Shelley Winters fantastica attrice non protagonista nei panni tragicomici di una donna angosciata dai nazisti. Il miglior film di sempre su Anna Frank. 

MR KLEIN di Joseph Losey, 1976

Nella Parigi del 1942 un mercante d’arte specula sui quadri posseduti dagli ebrei perseguitati da nazisti e francesi di Petain. Ma viene scambiato per un ebreo con il suo stesso nome inseguendo in una trama molto labirintica il suo doppio. Klein finirà nella storica e realmente avvenuta deportazione degli ebrei al Velodromo nei giorni della Grande Rafle del 16 e 17 luglio ’42. Film profondamente kafkiano secondo Morandini “non è un film sull’antisemitismo ma sull’indifferenza, sull’ideologia della merce”. Losey si avvale della sceneggiatura di Solinas, di una riuscitissima fotografia e di una superba interpretazione di Alain Delon

KAPÒ di Gillo Pontecorvo, 1960 

Anche questo film poggia sulla sceneggiatura di Franco Solinas, uno dei migliori scrittori del nostro cinema. Anni fa Silvio Berlusconi apostrofò all’europarlamento il capogruppo socialista tedesco Schulz come “Kapò”. Voleva dargli del nazista. Ma kapò era la vittima che collaborava con i nazisti, in un ruolo simile a quello del film ungherese di Nemes. In questo film una giovane  donna ebrea vede morire i suoi genitori nella camera a gas. Una disperata paura di morire spinge la ragazza a concedersi freddamente ai suoi aguzzini e a schierarsi dalla loro parte. L’amore provocherà una presa di coscienza. Furibonda polemica critica da parte di Rivette dei Cahiers du Cinema che contestò la scelta registica di Pontecorvo. Resta un film di gran vigore e di originale riflessione. 

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.