I 10 migliori film di Woody Allen

A proposito di un genio del cinema

Woody Allen è un genio assoluto del cinema che con puntualità cronometrica ogni anno si presenta ai suoi numerosi estimatori (più europei che americani) con un nuovo titolo di una filmografia giunta alle soglie dei 50 film. Negli ultimi tempi grazie al politicamente corretto del Me too e ad accuse di molestie sessuali in verità mai provate in nessun tribunale, Allen subisce un ostracismo americano da Inquisizione che non riesce comunque a fermare la sua prolifica creatività. Anche la sua recente autobiografia “A proposito di niente” è stata rifiutata da numerosi editori internazionali, mentre in Italia la meritoria “Nave di Teseo” l’ha pubblicato in formato digitale causa coronavirus, e sarà nelle librerie appena riapriranno.

Appartengo a quella tribù cosmopolita che ha incontrato Allen da giovane rubricandolo all’inizio come semplice comico e poi ha accompagnato la propria esistenza ai suoi film.

Gli voglio bene perché i miei amici come quelli dei suoi film sembrano un cast di Fellini. Grazie al suo cinema abbiamo amato e sofferto Cechov, disquisito di pene (organo maschile) e arte, perché del sesso abbiamo sempre voluto sapere tutto. L’agnosticismo guardando il suo cinema sullo schermo ci ha fatto riflettere anche su Dio e in particolare sul punitivo Dio ebraico, ma abbiamo anche riconosciuto il piagnucoloso, l’ipocondriaco, il fifone che alligna in noi. Lo riconosciamo anche quando partecipiamo a un party, passeggiamo in un parco o andiamo a una cena con due coppie di amici intellettuali. La psicanalisi è diventata domestica per noi pur non avendo mai pagato un analista. Io che amo vivere nel suo cinema mi assumo la responsabilità di scegliere i suoi migliori dieci film, avvertendovi che manca al primo posto in lista il capolavoro “Manhattan” piazzato la settimana scorsa nella top ten dedicato alla Hollywood degli anni Settanta. 

IO & ANNIE (1977)

Primo film della maturità del regista e capolavoro assoluto della sua filmografia, secondo solo a “Manhattan”. Autobiografismo in forma di film dedicato nel titolo alla protagonista (“Annie Hall”) interpretata da Diane Keaton, compagna del regista in quel periodo. Come accade nella trama i due cercano vanamente come coppia di rimanere assieme anche nella vita dopo un intenso rapporto.
Allen è anche attore e interpreta Alvy Singer, comico ebreo televisivo, mostrandone la sua carriera, il progressismo politico e la vita introversa newyorchese segnata da ottimo umorismo ebraico condito da vitale pessimismo. Lei è l’opposto essendo protestante e californiana tendente al conservatore. Un racconto autentico della società dello spettacolo che sferza i modi di vivere di New York e Los Angeles ma anche il trionfo dell’imbranato intellettuale che con autoironia dipinge i miti americani. Affaristi, attori in cerca di successo, psicanalisti danarosi, intellettuali ossessionati dalla mode culturali formano il circo alleniano. C’è spazio anche per il solipsismo e la paura della morte. Dialoghi fulminanti che si citano addosso. Cameo di Mc Luhan nella parte di se stesso nella godibilissima scena in fila in un cinema. Quattro Oscar (miglior film, sceneggiatura, regia e interprete femminile). Non compreso da tutta la critica all’uscita. Scrisse del film Grazzini sul Corriere: “semina spilli arrugginiti e stupidelli sotto le vigne dell’assurdo poetico”, al contrario di Morandini che lo presenta come “un capolavoro dell’allenismo: caldo, spiritoso, ironico, delizioso”.

ZELIG (1983)

Geniale rappresentazione filmica di un’idea culturale e filosofica che si avvicina al Candido di Voltaire ma con un’originalità propriamente alleniana. Un finto documentario degli anni Trenta mescola alla perfezione le scene girate con filmati d’epoca dove tecniche d’avanguardia introducono il personaggio di Leonard Zelig, interpretato da Allen, sorta di camaleonte che assume le sambianze di chi gli si avvicina. Il bianco e nero poco nitido rafforza la rappresentività di una trama spesso sostenuta dalla voce fuori campo. La compagna dell’epoca Mia Farrow interpreta una psicanalista che se ne innamora e lo tira fuori dai guai che attira la sua istrionica condizione. Gli intellettuali Saul Bellow, Bruno Bettheleim, Susan Sontag rilasciano finte interviste sul caso Zelig. Il film ha avuto un forte impatto sulla cultura di massa al punto che in psichiatria è stata rubricata una sindrome di Zelig riferita alle persone affette da camaleontismo condizionate dall’ambiente in cui vivono. Anche ristoranti, pub, trasmissioni televisive di successo, cooperative culturali mettono nello loro insegne il titolo del film. Un’opera cinematografica che con divertimento e il solito umorismo ebraico autoironico fotografa le comunicazioni di massa, il totalitarismo, il fordismo in conflitto con l’individuo.

HANNAH E LE SUE SORELLE (1986)

Una sinfonia cinematografica che alterna le molteplici trame su musiche di Bach, aree pucciniane, e vecchie canzoni che creano il filo conduttore delle diverse storie in una scansione temporale scandita da tre feste del Giorno del Ringraziamento nel giro di due anni. L’Io ipertrofico di Allen si scinde in sei personaggi (Hannah, Elliot, Lee, Holly, Frederick, l’architetto). Al rapporto drammatico si aggiunge il sentimentale e sulla scena appare, a poco a poco, la figura del narratore. Allen, in mezzo ad un cast memorabile garantisce umorismo da sorriso con un personaggio che ha paura di avere un tumore al cervello. Grande lezione cechoviana a Manhattan con costruzione perfetta di strepitosi personaggi femminili in felice antagonismo con quelli maschili. Si parlerà di nuovo realismo alleniano. La casa di Hannah è quella vera di Mia Farrow. Tre Oscar per miglior sceneggiatura, e agli attori non protagonisti Michela Caine e Dianne Wiest. Lo avrebbe anche meritato la fotografia di Carlo Di Palma.

MATCH POINT (2006)

Un thriller dal sapore hitchcockiano per impostazione (lo richiama anche l’ambientazione londinese) ma girato e soprattutto scritto con autorevolezza alleniana. La trama gira attorno alla vicenda di un giovane povero irlandese, bello e sicuro di sè, insegnante di tennis che ha la possibilità di dare lezioni ai membri della famiglia Hewitt, nobili e ricchi, che sin da subito lo accolgono nel loro giro di amici. Un’attricetta inevitabilmente americana mette tutto in discussione con un gioco delle coppie di straordinaria geometria e l’omicidio compare sotto rete. Rivisitazione di Dostojevskji con trionfo del delitto perfetto senza castigo che esalterà non poco la critica nei confronti a distanza. Una splendida Scarlett Johansson svetta in un cast tutto inglese. Inizia la fase apolide di Allen che causa fondi produce all’estero valorizzando location cineturistiche. Colonna sonora basata sulla musica lirica cantata dal grande Enrico Caruso.

LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO (1985 )

Il Pirandello dei sei personaggi in cerca di autore diventa forma filmica compiuta nella storia di una barista ai tempi della grande crisi post 1929 che trova la sua felicità al cinema e vive una magnifica storia con un attore che esce dal film ed entra nella sua vita reale. Secondo film in cui Allen non è attore (il primo era stato il bergmaniano poco riuscito “Interiors”).  L’illusione consolatoria del cinema rappresentata con una leggerezza perfetta ricostrisce magnificamente in bianco e nero il film seguendo la traccia di Buster Keaton. La rivolta del personaggio che mette paura ai produttori è una delle migliori metafore dei conflitti tra arte e industria.  Grande esegesi antropologica sul vedere il cinema in una sala. Secondo NewsweekLa rosa purpurea del Cairo è una delle più astute, allegre e insieme tristi esplorazioni del cinema come macchina dei sogni e strumento di fuga dalla realtà”. Infatti finisce con la derelitta protagonista che va a vedere un film di Fred e Ginger.

RADIO DAYS (1987)

Il romanzo di formazione del bambino Allen attorno alla radio diventa racconto memoriale di un’epoca e di una generazione ma anche della working class e in particolare a New York. Commentatori sportivi, star dello spettacolo, la Guerra dei Mondi di Orson Welles si intersecano e fanno da contraltare alla vita povera ma  esilarante della famiglia ebrea di Woody.
Cast di enorme valore (unica volta di Mia Farrow e Diane Keaton in uno stesso film di Allen) con indovinate scenografie d’epoca e fotografia illuminante di Di Palma. Ben 43 motivi musicali scandiscono l’età d’oro della radio con hit di grandi nomi quali Bing Crosby, Glenn Miller, Carmen Miranda. Bellissimo il finale sui tetti di Times Square il Capodanno del 1944 con tutte le star radiofoniche che percepiscono che il mondo sta per cambiare. Per Tullio Kezich il film è una sorta di fratello americano dell’Amarcord di Fellini.

PRENDI I SOLDI E SCAPPA (1969)

L’esplosivo vero esordio (l’opera prima era un film giapponese cui aveva recuperato le scene mancanti mettendoci la firma) di un comico scatenato che ha già molto sceneggiato e dimostra di saper fare cinema dietro e davanti la macchina da presa. Originalissimo per struttura, sintassi e recitazione egocentrica. Il giovane Allen con molto mestiere rovescia gli stilemi del noir gangsteristico e carcerario a racconta la storia di un aspirante criminale disadattato che fallisce tutte le sue rapine e la racconta in prima persona nella peregrinazione dei diversi penitenziari. Si ride tantissimo per gag memorabili che mettono insieme dialoghi fulminanti e comicità visiva molto diretta. Le idee erano ben chiare dall’inizio. 

OMBRE E NEBBIA (1991)

Originalissima deviazione della filmografia alleniana con un cast che schiera Madonna, Jodie Foster, Mia Farrow, John Malkovich. Uno strangolatore seriale terrorizza un’intera cittadina ed è ricercato da una gruppo di vigilanti volontari che hanno a cuore la sicurezza del proprio villaggio. Allen torna ad essere giullare diretto interpretando il libraio Max Kleinman cooptato nelle ronde e capace soltanto di incappare in un guaio dietro l’altro fino ad invaghirsi del circo e della sua magia eterna con evidente omaggio felliniano. Ambientazione mitteleuropea negli anni Venti e sublime fotografia in bianco e nero che alterna toni espressionistici a quelli fiabeschi con tocchi di musica di Kurt Weill per 90 minuti di grande cinema alleniano.

CRIMINI E MISFATTI (1989)

Fratello stretto di “Match Point” ma costruito in modo molto diverso con l’incastro di due storie divise in parallelo e raccordate da una sola scena. Racconta di un oculista perseguitato e ricattato dall’amante e di un cineasta (interpretato dallo stesso Allen) depresso dal suo mestiere e che non sopporta il successo di una star televisiva molto immorale. Il crimine sta dietro l’angolo ad interrogare i protagonisti dei misfatti. Anche questa volta il delitto paga e i cattivi non saranno puniti. Apologo divertente nelle trovate e nelle citazioni di vecchi film. E’ un titolo alleniano che secondo Mereghetti trova la sua parola chiave nella cecità: “L’uomo non sa più vedere né se stesso né il cinema e anche Dio sembra aver distolto il suo sguardo dai mortali”.

MIDNIGHT IN PARIS (2011)

Allen adora Parigi. E in questo film le regala un’apertura che fa il paio a quella di Manhattan. Woody ogni anno vi trascorre il Natale ed è una sorta di sua città ideale dove rincorre i miti delle stagioni passate dalla Storia che, come in molti di noi, rievocano il rammarico di non aver vissuto altre epoche che immaginiamo felici. Uno sceneggiatore americano in vacanza con la fidanzata e i suoi genitori invadenti una notte entra in un locale e si trava catapultato nel clima di Fiesta degli anni Venti incontrando Bunuel, Picasso, Hemingway, Scott Fitzgerald e tutta l’allegra brigata intellettuale che con divertente gioco filmico porta e riflettere sul presente che ha bisogno sempre di rifugiarsi nel passato. Infatti Degas rimpiange il Rinascimento. Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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