I cinquant’anni di Paolo Sorrentino

Filmografia di un grande autore

Paolo Sorrentino oggi, 31 maggio, compie cinquant’anni. Mezzo secolo di vita del regista italiano più affermato sul piano internazionale grazie a un premio Oscar per “La grande bellezza” e una filmografia possente nel suo sviluppo e nella geometrica potenza estetica e cinematografica. Io mi dichiaro sorrentiniano militante, prima lo ero in maniera felliniana e qualcosa vorrà dire. Sono anche un suo fan ovviamente, e nella sua stessa accezione espressa recentemente fatta per un’intervista a Paolo Conte “sono obnubilato dall’idolatria”.
Ho visto tutti i suoi film dopo averlo scoperto per caso e segnalazione contestuale al debutto veneziano. Mi piace rivedere le sue opere all’infinito perché mi creano godimento da spettatore. Adoro anche i suoi libri e da qualche tempo cerco di studiare anche la scrittura dei suoi film per la perfetta architrave culturale e stilistica con cui costruisce il successivo lavoro per immagini.
I suoi personaggi mi tengono compagnia e spesso mi fanno riflettere. Il suo cinema mi piace e mi emoziona.
Un regista lo apprezzi dal coraggio e dalla fantasia più di un giocatore. Da Paolo Sorrentino abbiamo appreso che gli schemi si possono rompere, che nel lavoro di gruppo devi avere capacità di comporre le ansie dei singoli, che anche un aiuto cuoco può suggerirti un finale.
È un regista che divide pubblico e critica.
Questa rubrica analizza ogni settimana dieci titoli dedicati ad un autore, attore, tema o corrente. Sono circa il numero dei lavori che ha realizzato Sorrentino in questo mezzo secolo in cui ha arricchito il nostro immaginario.

Buon compleanno maestro.

L’UOMO IN PIU’, 2001

Un’opera prima a basso costo che lascia il segno per regia e mestiere. Frutto di una gavetta dal basso in diversi ruoli, qualche cortometraggio, sceneggiature, anche una con Contarello per un film sui neomelodici mai realizzato. Un produttore, Nicola Giuliano, con cui da ha costruito la premiata ditta, coinvolgendo da subito il conterraneo Toni Servillo un grande attore del teatro che con Sorrentino diventa protagonista cinematografico.
Gli anni Ottanta a Napoli. Tony e Antonio Pisapia, calciatore e cantante condividono il nome. Il giocatore in seguito ad un incidente di gioco cerca di diventare allenatore. Il cantante ha il successo azzoppato dalle donne e dalla cocaina. L’elogio della sconfitta in contesti precisi descritti dalla cinepresa con un stile che si fa subito notare. La metafora calcistica del titolo è la linea d’ombra della crescita che conduce alla decadenza. Nella vita non esiste pareggio. I due personaggi sembrano mutuare quelli reali di Agostino Di Bartolomei e Franco Califano ma il regista ne nega ogni ascendenza con i suoi personaggi che mescolano felicemente pop e noir.

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE, 2004

Un thriller destrutturato. L’io narrante del protagonista Titta Di Girolamo con perizia di racconto ci svela un camorrista solipsistico alle soglie della paranoia che vive in un albergo a Lugano ed ha un segreto che non confida assolutamente a nessuno. Toni Servillo si conferma essere l’attore di Sorrentino. Cinema da campi lunghi ambientato in non luoghi svizzeri. Virtuosismi da ripresa che a volte sfiorano l’eccesso. Film dai tempi lenti che predilige l’ellissi. Già compare il citazionismo su Céline. Saggio sul popolo degli insonni e rappresentazione anticonformista della tossicodipendenza.
Clima ovattato e candido in apparenza, ma il retrogusto è di corruzione nella linda Svizzera delle banche. Ottima direzione di attori soprattutto Renato Pisu e i camorristi che appaiono nella seconda parte del film. Fotografia di Bigazzi e colonna sonora raffinata iniziano ad essere punti fermi dei futuri percorsi. Il pubblico d’essai e Cannes comprendono che è a 33 anni alla sua opera seconda è già nato un autore.

L’AMICO DI FAMIGLIA, 2006

Questa volta lo scenario è la provincia cattiva dell’Agro Pontino. Un sarto strozzino è l’amico di famiglia orribile, viscido e sordo che alimenta il suo desiderio di soldi e oppressione. Anche una miss di periferia, figlia di una sua vittima cade nella sua rete. Attori scelti con cura e diretti magistralmente. Dall’avanspettacolo Giacomo Rizzo risorge a protagonista con Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio e un poco noto Marco Giallini. La bella diventa carnefice e la bestia rimane tale. Un nuovo viaggio al termine della notte “dove il brutto è anche cattivo, e il bello stenta a farsi trovare”. Non amato da molta critica e dal pubblico della prima ora ma i sorrentiniani apprezzano come Fabio Zanello che scrive: “questo interesse verso gli zombi di cui pullula la provincia dell’Italia centromeridionale, è una riflessione accorata per ritrarre la decadenza socio-economica di un mondo, una ricerca sul linguaggio dove collocare una pietra angolare”.

IL DIVO, 2008

Raccontare Andreotti ancora in vita offrendo una delle migliori riflessioni sul potere. Il film a Cannes ottiene il Gran Premio della Giuria e catapulta Sorrentino sulla scena internazionale ridando all’Italia, che si afferma sulla Croisette anche con “Gomorra” di Garrone un ruolo di primo piano anche per i contenuti realistici da cui trae il suo nuovo cinema che viene definito neoneorealista. Ma Sorrentino si eleva sul grottesco. Come già scritto in questa rubrica mette alla berlina la celebre corrente di squali e affaristi (nel magnifico cast spiccano l’Evangelisti di Flavio Bucci ma anche Buccirosso e Popolizio) e ne fa un film drammatico sull’uomo che meglio incarna il Potere oscuro italiano con una trasfigurazione di un personaggio reale noto a tutti che si trasforma nel simbolo stesso del Potere. Una maschera che tiene a distanza e controlla tutto. Toni Servillo, attore feticcio di Sorrentino, con un riuscito trucco, diventa la maschera di Andreotti mescolandone splendore e miseria di una divinità degenerata. Magnifico uso di canzoni pop e splendida fotografia notturna.

THE MUST BE THE PLACE, 2011

Primo film girato in inglese e con protagonista un magnifico Sean Penn che interpreta l’ex rockstar Cheyenne, truccato e vestito come Robert Smith dei Cure, proponendo una nuova maschera grottesca estremamente malinconica che arricchisce già assortita galleria sorrentiniana. Un prigioniero del suo passato che vive in Irlanda con la moglie completamente schiavo della sua immobilità. E’ costretto a recarsi dal padre morente, ebreo scampato all’Olocausto, negli Stati Uniti compiendo un viaggio dove personaggi e situazioni si presentano come un prisma sfaccettato. Ha detto il regista che Cheyenne “è un Candide che rivaleggia in purezza con quello volterriano, il primo ciak con Sean Penn, la sensazione di non avere a che fare con un attore, ma con un extraterrestre prestato alla recitazione”. Il titolo del film è un tributo ad una canzone dei Talking Heads che saranno anche omaggiati nella notte degli Oscar da Sorrentino, presente nella splendida colonna sonora che annovera brani di Iggy Pop e la curatela di David Byrne nel film più rock di Sorrentino. Ma è anche un film che riflette sul posto dove vuoi stare. Un tema molto caro al regista.

LA GRANDE BELLEZZA, 2013

Il film premio Oscar apogeo della triade Sorrentino, Servillo, Nicola Giuliano era stato già indicato in questa rubrica come uno dei migliori film dell’ultimo decennio, ma in effetti dobbiamo collocarlo tra i migliori del cinema italiano di sempre con buona pace dei denigratori. Dal colpo di cannone al Gianicolo al tuffo nel Tevere fino alla decostruzione della terrazza romana che irride l’impegno narrato da Scola, e ormai derubricato a moralismo sciatto, il film ci offre la fotografia del generone romano perfetta. La monumentalità capitolina eterna è attorniata da clero scadente, medici esteti finti guru e con la Dda pronta ad irrompere su terrazze frequentate da benvestiti che mandano avanti l’Italia come poi sarebbe accaduto con “Mafia capitale”. Verdone esce dalla macchietta, le donne vagano con i pensieri, la musica caciarona s’incrocia con quella da camera e tecno per un baccanale multiforme e strabiliante per sensi contemporanei e menti perverse. Da Céline in epigrafe al rutilante mondo mondano di Gambardella trovi chiavi che aprono tesori, rondini mosaici in cielo, aerei che sfrecciano, fenicotteri sui balconi, sante alle prese con le radici. The “King” Barillari interpreta sè stesso in una via Veneto spettrale con sceicchi che mangiano spaghetti e cinesi che vanno a spasso. Venditti fa Venditti, la Ferilli fa la ferillona coatta, semplice, bona da grandangolo che entra nel caravanserraglio della modernità cafonal neoromana. Sorrentino rende cinema quello che per anni abbiamo visto e raccontato da Dagospia. Gambardella-Servillo è l’epigono naturale del Marcello della “Dolce vita”. Esiste una versione lunga con diverse scene tagliate che arricchiscono molto l’alto respiro dell’opera. Un capolavoro del XXI secolo.

YOUTH – LA GIOVINEZZA, 2015

Dopo un Oscar un regista si può permettere di girare in straordinario hotel svizzero che ha ospitato la migliore intellettualità d’Europa e schierare un cast che annovera Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda e Rachel Weisz.
Il film racconta la storia di due vecchi amici, un musicista in pensione e un regista in attività, consuoceri che si ritrovano durante una vacanza sulle Alpi e rivivono assieme il loro passato. Valorizzando le emozioni.
La grandezza dell’arte e il suo limite legato all’età che avanza con il topos della morte ricorrente in Sorrentino. I denigratori si sentono delusi da una cornice chiusa barocca che a lor dire contiene macchiette. Ma non si tratta di Morte in Engandina ma è invece il trionfo di chi vecchio non sarà mai perché è sempre animato da una coscienza vitale giovanile non per anagrafe. Come l’omaggio a Maradona, icona feticcio di Sorrentino (il tifo per lui ha salvato la vita del regista che non si recò ad una gita in montagna dove morirono i suoi genitori per l’esalazione di gas di una stufa). Appare anche Venezia invasa dalle acque. Non sapevamo che stava per diventare luogo di caccia dell’arte di Sorrentino.

THE YOUNG POPE, 2016

Sorrentino è il primo regista che continua a rimanere nel cinema pur girando una serie televisiva. Serie internazionale da grandi budget e successi ma realizzato come un lungo film a puntate. In “The Young Pope” resta salda la cifra ironica, il ritmo del racconto, la contaminazione del pop con temi alti, lo sfondo umano della morte e della malinconia. I topos del cinema sorrentiniano. “Il presente è una feritoia dove c’è spazio per un solo paio d’occhi. I miei.” dice il giovane Papa dopo averci mostrato alcuni suoi sogni/incubi. E’ evidente la coincidenza esistenziale con il regista che riesce ad incantare su una Storia collettiva che attraversa il rapporto con il Dio silente e la Storia rovescia luoghi comuni che emozionano non poco. Un Papa giovane che fuma e che non vuole apparire come Mina. Abbandonato dai genitori da adolescente. Attori stratosferici. Jude Law (scelta suggerita dalla moglie del regista) non tradisce le attese di una star di altissimo livello. La rivelazione è senza dubbio Silvio Orlando. Dal recitato in inglese alla caratterizzazione del personaggio, anima una sorta di protagonista che potrebbe condurre da solo il gioco narrativo con la bellissima deriva di napoletanità. Diane Keaton è una perfetta suor Mary. Involucro corporale del tema della Madre. Un’eleganza stilistica strepitosa sia se indossa l’abito religioso o una trasgressiva shirt che contamina Madonna con il sacro. Tutto attorno il gioco dei caratteri e del casting rende potente il film seriale di Paolo Sorrentino. Vaticano ricostruito come sapeva fare il grande cinema del passato. Non di meno le musiche che grazie alla serie hanno consentito il recupero di Nada e altre amenità. Irriverente a partire dalle sigle. Un lavoro superbo e avvincente.

LORO, 2018

Un film che era meglio fosse una serie Tv. Raccontare dopo Andreotti il Cavalier Silvio Berlusconi aveva acceso grandi attese. Alla chiamata non poteva che esserci Servillo tornato al meglio in un’ottima prova per l’acclamata ditta Sorrentino. Un film eccessivamente lungo e proiettato in due parti per motivi commerciali prendendo esempio dal precedente di “Novecento” di Bertolucci. Le vicenda di casa Berlusconi pur con una convincente Elena Sofia Ricci nella parte di Veronica Lario questa volta diventa oleografia dipinta senza vetriolo. Molto meglio le cornici della gaudente corte dei miracoli tutta orge e pasticche e la crudeltà dl sottobosco politico berlusconiano. Grande attesa per il pubblico che accorre a vedere la prima parte e che nella seconda ha abbandonato il contratto con la cifra di Sorrentino. Belle scene come quella della telefonata del Berlusca ad una signora anonima ma tutto viene presto dimenticato. Quasi che le immagini d’autore del film fossero l’ennesimo spot della narrazione leggendaria del divo di Arcore. Credevamo fosse un capolavoro è stato solo un film di passaggio. Meritevole ma non epocale.

THE NEW POPE, 2020

Una degna continuazione della precedente serie. Il giovane Papa è in coma a Venezia ed il mondo è in apprensione. Sia il popolo di Dio, quello più estremo in perenne veglia con le felpe personalizzate e quello della Curia romana guidata da una magnifico Voiello che cerca una soluzione. John Malkovic interpreta John Brannox e sarà una straordinaria scoperta estetica, teologica, con travagli interni da grande personaggio che vive nel suo castello britannico. Altissima rappresentazione del potere secolare della Chiesa affidata ad un Papa molto diverso dal precedente. Il cinismo di Voiello è straripante nella sua alta dose di ironia, i ruoli di Cècile De France e Ludivine Segnier aggiungono ambiguità complici che ampliano il punto di vista femminile della filmografia sorrentiniana, il torvo interesse degli speculatori è mostrato con maestria. Il Papa è stato un punk e compare sulla scena anche Marylin Manson nella parte di sé stesso. Fotografato con arte pittorica da Bigazzi, ancora magnificamente scenografato per accompagnare dei dialoghi che solcano lo spettatore in frasi che conquistano subito i social in presa diretta. Le suore che ballano la lap dance e le tamburriate hanno indignato il mondo cattolico ma sono la coerenza pop del regista verso un’opera alta che premia intrattenimento e riflessione. Dall’integralismo islamico con i suoi attentati alle rivendicazioni femministe delle suore vaticane a Sharon Stone anche lei nella parte di sé stessa che va dal Papa a chiedere conto sui matrimoni omosessuali emerge un grande affresco di una storia universale che potrebbe riservare ancora grandi sorprese. Il grande cinema in forma seriale. Un ibrido dell’audiovisivo. Una modernità firmata da un regista geniale come Michelangelo.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Potrebbe interessarti anche

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Consigli per gli acquisti

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy