Omaggio a Morricone: i 10 migliori western all’italiana

Ripubblichiamo la classifica stilata da Paride Leporace: i primi 3 hanno le musiche di Morricone

Il cinema western apparteneva agli americani fin dagli esordi del 1903. Negli anni Sessanta il Western in America viveva una profonda crisi d’identità. Forse fu il caso, certo ci fu genio,  ma tutto si deve a Sergio Leone, figlio di un regista del muto che firma con pseudonimo inglese un film che cambierà assetti produttivi italiani e immaginari collettivi dei ragazzi degli anni Sessanta. In tre lustri il cinema tricolore sforna almeno quattrocento titoli (stima per difetto, c’è chi sostiene che furono seicento) che formeranno maestranze, arricchiranno esercenti e distributori, lanceranno un nuovo star system conquistando i mercati di mezzo mondo. Snobbato dalla critica oggi il genere è rivalutato. Molti film erano brutti , alcuni decisamente cattivi, non mancarono i film buoni. Ho scelto i miei migliori dieci

PER UN PUGNO DI DOLLARI di Sergio Leone, 1964 

Un pomeriggio del 1963 il direttore della fotografia Enzo Barboni e il suo collega Stelvio Massi uscendo dal cinema Arlecchino a Roma incontrano Sergio Leone al caffè Rosati. Sono entusiasti della visione del film “L’ultimo samurai” di Akira Kurosawa. Perché non ne facciamo un western? Quasi una sorta di pazzia. Il maestro giapponese l’ha modellato da un romanzo di Dashiell Hammett (quello del Falcone Maltese). Leone sceneggia con Duccio Tessari e Fernando Di Leo. Imbroglio della produzione che non ha pagato i diritti. Si gira in Spagna. Il pistolero solitario che arriva in paese a dorso di un mulo è stato scelto in modo rocambolesco in America. Girava telefilm ed è lo sconosciuto Clint Eastwood, unico vero americano in una locandina che propone pseudonimi ad inganno compreso Ennio Morricone ribattezzato Don Savio. Lo straniero è un Arlecchino servitore di due bande. Il cattivo Ramon è un poco celebre Gianmaria Volontè. Il film rischia di essere vietato ai minori di 18 anni. Revisionato arriva quasi per miracolo in una sala di Firenze. Nasce un passaparola gigantesco che attrae masse spettatori. Un film costato 120 milioni incassa oltre due miliardi di lire dell’epoca e viene venduto in tutto il mondo. Una leggenda metropolitana sostiene che John Ford abbia coniugato il termine “Spaghetti western”. Certo il western era rinato tra Cinecittà e l’Almeria.   

IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO di Sergio Leone, 1966 

Chiusura della trilogia del Dollaro. Il primo trattamento scritto da Age e Scarpelli prevedeva solo due protagonisti che cercano un tesoro in mezzo alla Guerra di Secessione. Leone comprende che “i due magnifici straccioni”  non bastano e riscrive adattando per tre. Ennio Morricone che sta già nei juke box grazie alle colonne sonore precedenti compone un capolavoro. Altrettanto il regista che con il montatore Nino Baragli inventano un duello finale a tre ribattezzato “triello” che entra nella storia del cinema per intensità emotiva e perfezione tecnica.  Da vedere a corollario il bellissimo documentario Netflix “Salvate Sad hill” in cui i fan del film recuperano dall’oblio il ricostruito cimitero in Spagna adoperato per il finale. 

GIÙ LA TESTA di Sergio Leone, 1971 

Il Sessantotto lungo italiano si era impossessato del Western spaghetti. Per idee egemoni e per il pubblico pagante che ogni sera andava a cinema dopo la riunione in sezione. Il film si apre con un citazione di Mao che inneggia alla violenza rivoluzionaria. Messico 1913. Fanno coppia antagonista un bandito messicano interpretato da Rod Steiger e un ex militante dell’Ira, grande esperto di esplosivi, magnificamente e con romanticismo decadente portato addosso da James Coburn. C’è anche un ottimo Romolo Valli. Leone era diventato una garanzia di successo e qualità. Giovani di sinistra che passeranno alla lotta armata prenderanno a riferimento del loro agire Sean Mallory. Nuova strepitosa colonna sonora di Morricone

DJANGO di Sergio Corbucci,1966 

Western che fa aumentare a dismisura il tasso di violenza e sadismo, primo vietato ai minori di 18 anni. Stravolgimento dei canoni di Leone. Secondo la definizione del regista il protagonista “non va a cavallo ma a piedi, si muove al freddo e non al caldo, combatte con la neve invece che con il sudore e con la polvere”. Trascina una bara in cui custodisce una micidiale mitragliatrice. Grande successo internazionale anche negli Stati Uniti e lancia Franco Nero come star internazionale. Ancora oggi in Africa chiamano gl’italiani Django. Idolatrato da Quentin Tarantino che cita ne “Le iene” la cruentissima scena del taglio dell’orecchio e ne fa un remake di grande successo con Di Caprio e cameo per Franco Nero. Un seguito ufficiale e un pugno di titoli che per motivi commerciali richiamano il personaggio nato per omaggiare la figura del musicista jazz Django Reinhardt. 

LO CHIAMAVANO TRINITÀ di E. B. Clucher, 1970 

Nessuno lo voleva produrre perché è un western senza morti ammazzati. Invece tutti vogliono vedere le gesta di Terence Hill e Bud Spencer che modulandosi sulle movenze da Stanlio e Ollio danno vita ad una delle più celebri coppie cinematografiche. Pseudonimo per il regista Barboni che dirige alla grande enormi scazzottature e schiaffoni in un film che cerca il comico invece della violenza e che trova grande identificazione del pubblico con le gesta di Trinità e Bambino ed incassa tre miliardi di lire. Tutti ricordano Trinità che si fa trasportare da una slitta con il suo cavallo. Ancora le suonerie telefoniche hanno il suadente tema di Pino Micalizzi. Nella trama ci sono anche i Mormoni da difendere dall’allevatore affarista interpretato da una star internazionale come Farley Granger. 

WEST AND SODA di Bruno Bozzetto, 1965 

Sconosciuto e dimenticato il primo film di Bozzetto è uno straordinario lavoro d’animazione quasi coevo di “Per un pugno di dollari”: senza violenza, con ecologismo ante litteram, dotato d’ironia malinconica muove l’eroe solitario, una fanciulla del West e gl’immancabili cattivi. Secondo Mereghetti: “È contemporaneamente parodia, omaggio e rilettura con squarci surreali del western più classico (da “Ombre rosse” a “Sfida infernale”)”. Bellissime le voci di Nando Gazzolo e Carletto Romano. Purtroppo non ha avuto epigoni. Da recuperare.

TEPEPA di Giulio Petroni, 1969 

Sottotitolo “Viva la Revolucion” a segnalare che durante l’Autunno caldo in Italia si stava dalle parti di Zapata. Scritto da Ivan Della Mea (cantautore militante di Lotta Continua) e supervisionato dal mestiere di Franco Salinas. Tepepa è il rivoluzionario che prosegue la rivoluzione di Francisco Madero. Fantastico Tomas Milian che si doppia in un particolarissimo italocubano che aggiunge freschezza all’antieroe sottoproletario figlio del tempo. Nei panni del cattivo colonnello una meraviglioso Orson Welles

VAMOS A MATAR COMPAÑEROS di Sergio Corbucci, 1970 

Franco Nero questa volta è uno svedese, Tomas Milian acconciato alla Guevara. Ancora una volta ci si arruola per la rivoluzione messicana guidata dall’incorruttibile professore interpretato da Fernando Rey, attore feticcio di Buñuel. Per il cattivo un vero americano affidato al cruento Jack Palance. Corbucci calca la sceneggiatura contro l’imperialismo americano molto alla sbarra per le vicende del Vietnam e dell’America latina. Anche qui ottima colonna sonora di Morricone. Unico film western sequestrato dalla magistratura per il profluvio di parolacce, subito dissequestrato. Le parolacce diventeranno una costante del successivo cinema popolare degli anni Settanta.

CORRI, UOMO CORRI di Sergio Sollima, 1969 

Secondo titolo di una trilogia di western politico che si deve ad uno dei migliori registi artigiani del cinema italiani.  Il personaggio di Tomas Milian è il peone “Cuchillo” già apparso ne “La resa dei conti” e che deve molte suggestioni ai successi di Sergio Leone. Qui il peone prende coscienza  politica contro l’occupante Asburgo grazie alla conoscenza in galera di un poeta idealista. Cuchillo diventerà un mito di riferimento per molti giovani di Lotta Continua che metteranno in pratica la politicizzazione dei detenuti nelle carceri italiane. 

I GIORNI DELL’IRA di Tonino Valeri, 1967 

Una trama classica che si deve al talento di Tonino Valeri. Psicologico e violento mette nei titoli due star del genere come Lee Van Cleef e Giuliano Gemma. Tratto da un romanzo americano mette a confronto lo spietato pistolero che entra in contatto con uno spazzino emarginato da tutti. Ma nella piccola città il pistolero di professione si dovrà molto pentire di aver insegnato a sparare al giovane Scott. Indimenticabile colonna sonora di Riz Ortolani, citata come omaggio di Tarantino in Kill Bill

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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