I migliori 10 film di Pietro Germi

Un regista popolare e americano

Pietro Germi è un regista troppo dimenticato e che nel corso della sua carriera subì costante contrasto ideologico per la sua cultura laica e riformista che vide l’avversione della critica comunista e cattolica per il dibattito sulle idee e i contenuti mettendo da parte l’innegabile talento tecnico e autoriale.

Formatosi come attore al Centro Sperimentale di Cinematografia saprà farsi valere come interprete di alcuni suoi film ma quella lezione sarà anche molto utile come regista nel dirigere la recitazione dei suoi interpreti e anche nel sapere valorizzare i suoi caratteristi (si pensi all’impiego costante di Saro Urzì tra i tanti che impreziosiscono i suoi lavori).

Aiuto di Blasetti che ne forma i fondamentali è un esponente atipico del Neorealismo che adopera come corrente di successo per costruire un’estetica poggiata saldamente sulla lezione del cinema americano classico. Da John Ford trae ispirazione per i suoi primi lavori che hanno il ritmo del western e dell’epica popolare. Elabora e fonda anche la Commedia all’Italiana in modo estremamente originale raggiungendo grandi successi di pubblico e riconoscimenti con premi internazionali.

Aveva anche scritto e ideato con ambientazione bolognese “Amici miei” ma la malattia che lo conduce alla morte costringe a cederne il progetto all’amico Mario Monicelli che lo omaggia nei titoli di testa con l’epigrafe: “Un film di Pietro Germi”.

Questi i miei migliori dieci di un regista popolare che merita di essere ancora visto e anche studiato.

UN MALEDETTO IMBROGLIO, 1959

Un autentico capolavoro avvincente e strabiliante dalla prima sequenza all’ultima di un giallo poliziesco a forti tinte noir.

Tratto da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” il romanzo di maggior successo di Gadda. Pietro Germi se ne impossessa personalizzandolo e dando vita anche ad un serrato dibattito critico sulle affinità e divergenze tra libro e film. L’azione viene spostata nella contemporaneità ma la critica al fascismo presente nel romanzo rimane, non scompare. Germi è anche interprete, e che interprete, del protagonista, il commissario Ingravallo antieroe solitario scomodo ai superiori, sbirro deduttivo, ha una donna che non incontra mai, vive in pensione e non sopporta i comportamenti ambigui. Tutto ruota attorno ad un condominio di piazza Farnese dove prima un furto e poi un omicidio focalizzano le indagini su un’ampia fauna corrotta dal denaro. Quasi tutti hanno scheletri negli armadi. Montato divinamente e fotografato in chiaroscuro “Un maledetto imbroglio” è denso di colpi di scena degni di Hitchcock. Unendo ritmi comici e drammatici il plot del film ha connotati realisti quali l’antagonismo italico tra polizia e carabinieri e fornisce un affresco sociale romano illuminante della società in transizione tra dopoguerra e boom economico mescolando ambienti borghesi e popolari affidandone i ruoli positivi ai principali personaggi femminili. Cast stellare con particolari meriti per Claudio Gora, Claudia Cardinale, Nino Castelnuovo, Saro Urzì e Franco Fabrizi che sarà condannato a interpretare per sempre il ruolo del malamente senza scrupoli. Germi scrive anche il testo della bellissima canzone “Sinnò me moro” musicata da Carlo Rustichelli e cantata dalla figlia sedicenne Alida Chelli. Il primo film giallo italiano. Forse il migliore.

DIVORZIO ALL’ITALIANA, 1961

Germi va in Sicilia e passa al comico creando il topos che darà vita al fortunato genere della Commedia all’italiana. Tratto da un romanzo drammatico di Giovanni Arpino anche in questo caso Germi si impossessa della trama letteraria per plasmare un’originalissima satira contro i costumi più arretrati della Sicilia più profonda che negano alla donna i più elementari diritti civili e persino umani. Il film è un profondo j’accuse laico in forma di sberleffo contro un’Italia che non concede l’istituzione del divorzio e che prevedeva ancora nel suo codice penale indecenti attenuanti per il delitto d’onore.

Il protagonista è uno straordinario Marcello Mastroianni che con il personaggio del barone Ferdinando Cefalù detto Fefè disegna uno dei migliori ritratti della sua vasta galleria. Il film scopre anche la sedicenne stupenda Stefania Sandrelli e annovera il ruolo grottesco di Daniela Rocca e le belle interpretazioni di Leopoldo Trieste e Lando Buzzanca.

Omaggio socioantropologico alla “Dolce vita” di Fellini con tutti i maschi del paese arrapati di vedere il film. Palma d’oro a Cannes e Oscar per la migliore sceneggiatura. Un film che ha segnato un’epoca.

SEDOTTA E ABBANDONATA, 1964

Pietro Germi resta in Sicilia e con molti attori del precedente film, Sandrelli in testa, insieme ad Age e Scarpelli mena nuovi fendenti satirici contro l’ossessivo tema maschilista dell’onore in un periodo che fa assurgere agli onori della cronaca la giovane siciliana Franca Viola che aveva rifiutato la pratica del matrimonio riparatore. La commedia demolisce anche questa volta l’arretratezza del pater familias, le leggi obsolete e anche la magistratura e i carabinieri. Film femminista ante litteram tutto schierato verso l’altra metà del cielo. I personaggi sono disegnati con caricaturale affetto ma con corrosiva critica in cartoline perfettamente riuscite. Strabiliante il ruolo e l’interpretazione di Saro Urzì (Palma d’oro a Cannes) nei panni del padre della ragazza del titolo che offre un magnifico monumento alla condanna della famiglia patriarcale. Ha scritto Morandini: “Germi non è mai stato così pungente e sferzante, con un stile poi da lasciar a bocca aperta. Un capolavoro della commedia all’italiana”.

IL FERROVIERE, 1956

Pietro Germi da un soggetto autobiografico ricava la trama di un film di straordinario successo popolare che molto poggia anche sulla sua interpretazione di Andrea Marcocci affiancato dall’inseparabile Urzì. Un macchinista che alza il gomito, ha problemi in famiglia assediata dai nuovi costumi e che sarà degradato di mansione per un segnale non visto per lo stress psicologico causato da un suicida che si era buttato sotto la sua locomotiva. I compagni di lavoro gli voltano le spalle e non lo sostengono. Marcocci si chiude in sè stesso e in occasione di uno sciopero non aderisce.

Tra due giorni di Natale si svolge questa sorta di ballata postneorealista che ha momenti di grande cinema alla Renoir nelle scene dei treni in corsa e che ha una capacità di lettura molto profonda della trasformazione della classe operaia anche se Germi pigia sul pedale di certo deamicismo da libro Cuore. La critica comunista più blasonata versò curaro contro il film che invece andò benissimo negli incassi. Nel 1990 è stata ritrovata una lettera privata scritta a Togliatti da tre illustri intellettuali comunisti, Antonello Trombadori, Carlo Salinari e Paolo Spriano che chiedevano al segretario del Pci di incontrare il regista, socialdemocratico militante ma autore di un film “pervaso da ogni parte di sincero spirito socialista”.

IL CAMMINO DELLA SPERANZA, 1950

Quando gli emigranti eravamo noi italiani. Un on the road che parte dalla Sicilia con un gruppo di uomini e donne che in seguito alla crisi della zolfara del paese attraversano la penisola tra insidie e pericoli per raggiungere la Francia e trovare lavoro e dignità. Esodo quasi fordiano alla “Uomini e topi” con il protagonismo epico di Raf Vallone che sul set incontra Elena Varzi che diventerà la compagna della sua vita. Il crumiraggio e il senso della classe si scontrano tra le contraddizioni degli umili. Fellini tra gli sceneggiatori. C’è scarsa memoria sulla polemica nata dal fatto che la Commissione ministeriale negasse le agevolazioni fiscali per il danno d’immagine verso l’Italia dipinta come un paese d’emigranti. Dato inoppugnabile e che grazie ad una forte mobilitazione fece accedere il film alla premialità. Nel film si ascolta per la prima volta la popolare canzone siciliana “Vitti na crozza” musicata su un testo ascoltato da un minatore siciliano. Orso d’argento al Festival di Berlino.

SIGNORE & SIGNORI, 1966

Terzo anello dedicato ai temi della famiglia e al comune senso del pudore con intelligente risalita dell’Italia per permettere al genovese Germi di aggredire con la satira l’opulenta e bigotta provincia veneta che si arricchisce con il boom economico.
Un gruppo di commercianti e professionisti della media borghesia, dietro un’impeccabile facciata di perbenismo, nasconde una fitta trama di tradimenti reciproci. Sceneggiano di nuovo Age e Scarpelli che lavorano alla grande sull’idea originaria del soggetto di Flaiano ma c’è anche Vincenzoni che non citata mette alla berlina l’ambientazione della sua Treviso con le corna di coppie democristiane che mescolano la messa con l’alcova. Un moralismo becero fratello delle arcaicità siciliane non compreso da molta critica tricolore. Non sfugge invece ai giurati di Cannes che gli assegnano la Palma d’oro ex aequo con “Un uomo e una donna” di Lelouch.

IN NOME DELLA LEGGE, 1949

Il primo approdo siciliano di Germi che mette sullo schermo per la prima volta la mafia con una sorta di western che raccoglie al meglio le visioni e la regia di un maestro come John Ford. Il miglior critico e biografo di Germi, l’ottimo Mario Sesti, ha analizzato con certosino puntiglio gli innumerevoli punti di contatto e citazioni con i classici del genere a partire dalla recitazione del protagonista Massimo Girotti che sembra rifare l’Henry Fonda di Sfida infernale “negli sguardi fissi e muti, quasi ipnotici, con i quali sfida i suoi nemici nel bar tabacchi”.
Tratto da un romanzo autobiografico di un pretore, Germi con ritmo dello spettacolo plasma un integerrimo magistrato che da Palermo giunge in provincia e affronta gl’interessi della cosca locale e del latifondista mentre lui è sostenuto solo da un carabiniere leale e da un ragazzo. Tutto l’ambiente lo avversa. Lettura sociologica perfetta tra gli interessi di massari e baroni che vessano il popolo complice e omertoso. Uno spin-off del cinema civile alla Damiani e alla Petri degli anni Sessanta. Il pentito di mafia Tommaso Buscetta in un celebre libro intervista ha detto che il protagonista del film gli ricordava Giovanni Falcone.

IL BRIGANTE DI TACCA DEL LUPO, 1952

Il brigantaggio e l’Unità ancora come un western con Amadeo Nazzari addobbato da John Wayne per una trama tratta da un romanzo di Bacchelli che ben metabolizza in chiave popolare la difficoltà degli ultimi schiacciati tra esercito sabaudo e ribelli meridionali.

Non attendibile sul piano storico il film racconta vicende lucane girate in set calabresi con scenari molto ben scelti e con un ritmo spettacolare che non fa mancare l’arrivano i nostri finale trasformando l’Aspromonte in una sorta di Monument Valley per un Sud western ancora poco indagato. Infarcito da melò, duello rusticano e vendetta d’onore contro il brigante fellone e un onore delle armi da parte dei piemontesi agli sconfitti che rende tutto molto cinematografico e spettacolare.

ALFREDO ALFREDO, 1972

Nel suo ultimo film Germi riprende i temi della commedia per continuare a sostenere ancora la campagna del divorzio che era arrivata allo scontro frontale. Richiama Stefania Sandrelli farmacista grottesca e tiranna (l’esatto opposto del suo film d’esordio) ma pesca il jolly produttivo di avere come protagonista Dustin Hoffman fresco reduce del successo del “Piccolo grande uomo” che ripropone i tic timidi de “Il laureato” ben facendosi guidare da Germi per il suo bancario inetto marchigiano che troverà riscatto nell’incontro libertario con Carla Gravina. Ricco di trovate in una sceneggiatura funambolica ne esce un film divertente molto apprezzato dal pubblico e come al solito molto avversato dalla critica paludata che voleva solo impegno e non poteva capacitarsi del finale molto aperto.

SERAFINO, 1968

Riuscita pochade agreste dai sapori boccacceschi con il protagonista nei panni di un moderno Bertoldo di montagna. Lui è uno straordinario Adriano Celentano bocciato al primo provino da Germi per voler interpretare il personaggio troppo alla Celentano da Clan. Recepite le indicazioni del regista Celentano non la sbaglia e disegna uno dei suoi migliori personaggi con canzone omonima che diventa un grande successo come il film campione d’incassi della stagione della grande rivolta operaia e studentesca registrando al botteghino tre miliardi di lire quando un biglietto ne costava circa duecento. Una favola agrodolce nell’ennesimo sottogenere di una grande maestro artigiano che conosceva la macchina cinema in ogni suo possibile dettaglio.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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