I migliori 10 film italiani sul potere

Vizi e virtù nel Palazzo della Politica

La classifica di questa settimana nasce dalle riflessioni del critico Gianni Canova che all’argomento si è molto dedicato, dapprima nel saggio sulla voce “Potere” nel secondo volume del “Lessico del cinema italiano” , e poi in forma più compiuta nel volume “Divi Duci Papa Caimani. L’immaginario del Potere nel cinema italiano da Rossellini a The Young Pope”.
E’ sempre un Potere arcigno quello dei migliori film italiani, i suoi biopic sono spesso santini agiografici sbiaditi se non ricorrono alla maschera dissacratoria del grottesco. Nei film tricolori prevale l’intrigo e l’inganno a danno del cittadino e della democrazia. Film senza buoni per molteplici ragioni salvo eccezioni. Un Potere cattivo che limita e opprime. Il cinema ne approfitta per effettuare opera di denuncia e costruendo un suo genere di successo. Ci si riferisce per questa top ten strettamente al potere politico tralasciando quello economico, giudiziario, religioso, militare tranne per le sue relazioni con la politica. Il cinema del Palazzo, inteso nella definizione che ne fa Pier Paolo Pasolini, quindi direttamente riferito a ciò che accade all’interno della politica, delle stanze del potere, dunque del “Palazzo”, quasi sempre opposto a quanto propone e contesta la piazza.
Questi i miei migliori dieci.

IL DIVO di Paolo Sorrentino, 2008

Mentre è ancora in vita un film dedicato ad uno dei principali uomini politici italiani. Quel Giulio Andreotti che tra le sue frasi celebri scolpì a futura memoria l’aforisma: “Il potere logora chi non ce l’ha” anche se la citazione viene da Tayllerand. Con la complicità documentaria del giornalista Giuseppe D’Avanzo, Sorrentino si cimenta in un riuscito affresco del Divo Giulio dalla sua mancata elezione al Quirinale coincidente con la strage di Capaci (rappresentata con un magnifico colpo di genio che mescola allegoria con realismo) fino al processo per mafia. Al suo quarto film, quello della consacrazione, Sorrentino si affida al grottesco, mette alla berlina la celebre corrente di squali e affaristi (nel magnifico cast spiccano l’Evangelisti di Flavio Bucci ma anche Buccirosso e Popolizio) e ne fa un film drammatico sull’uomo che meglio incarna il Potere oscuro italiano con una trasfigurazione di un personaggio reale noto a tutti che si trasforma nel simbolo stesso del Potere. Una maschera che tiene a distanza e controlla tutto. Toni Servillo, attore feticcio di Sorrentino, con un riuscito trucco, diventa la maschera di Andreotti mescolandone splendore e miseria di una divinità degenerata. Si muove di notte in una Roma deserta raggiungendo il suo studio da dove governa misteriosi archivi ed elemosine clientelari perché “l’Andreotti di Sorrentino è soprattutto un virtuoso della segretezza, un campione dell’inaccessibilità”. E attorno si susseguono le morti violente che incrociano la vita del Divo: Moro, Ambrosoli, Dalla Chiesa, Lima, Sindona. Costellato da felici momenti pop contrappuntati da song italiche di grande successo un film potente per racconto e analisi diventa grande spettacolo d’autore. Con affetto sono raffigurate solo i personaggi femminili della moglie e della segretaria del politico interpretate da Anna Bonaiuto e Piera Degli Esposti. Strepitosa fotografia di Bigazzi e palpitante montaggio di Travagliati. Premio speciale della Giuria a Cannes. Vedendo il film Andreotti, esperto e appassionato di cinema, dice ad un giornalista: “È un film impegnato, ma se si occupavano di qualcun altro, era meglio”.

LE MANI SULLA CITTÀ di Francesco Rosi, 1963

Capolavoro di denuncia e documentazione su come il Potere del cemento condizioni la politica mettendo la speculazione al centro degli interessi che non guardano mai al bene pubblico. La foresta del cemento di Napoli e il drammatico crollo di un palazzo sono intercalate dalla sequenza del protagonista Nottola, un titanico Rod Steiger che spiega la sua strategia speculativa con la complicità dell’amministrazione comunale. L’oratoria come stile domina il film girato in un realistico bianco e nero che documenta come la destra monarchica (siamo nel periodo del sindaco Achille Lauro) per i suoi interessi sia pronto a trasformarsi in moloch democristiano. Per Goffredo Fofi il film rivela “in maniera diretta il volto del potere politico ed economico collegandolo,, senza perifrasi ai suoi effetti catastrofici sul sociale”. Scritto dal regista con Raffaele La Capria, Enzo Forcella, Enzo Provenzale e con il consigliere comunista Enzo Fermariello che interpreta il suo stesso ruolo in consiglio comunale a Napoli, il film rappresenta una presa d’atto della reazione del progressismo partenepeo alla speculazione imperante dichiarata con la celebre epigrafe-didascalia: “I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce”.
Leone d’oro alla Mostra di Venezia con fischi e feroci contestazione dell’alta borghesia presente in sala che si vedeva accusata dei suoi peggiori vizi parassitari nel mezzo del boom economico. Un film che non ha perso smalto e che resta un esempio di scuola sia per il cinema che per il giornalismo d’inchiesta.

IL GATTOPARDO di Luchino Visconti, 1963

Uno dei più importanti best seller del Novecento pubblicato da Feltrinelli viene messo sullo schermo da Luchino Visconti che con maestria spettacolare e raffigurativa ispirata alla pittura ottocentesca ne fa una narrazione rivelatrice. Il film fotografa, attraverso la storia di una famiglia nobile siciliana, come il Potere venga mantenuto anche con la rivoluzione di Garibaldi che permette solo un nuovo consociativismo con i nuovi ricchi ai danni delle classi popolari nel passaggio dal dominio dei Borboni a quello dei Savoia. Non è un film politico ma grande cinema di raffinata tecnica ed estetica che disvela il Risorgimento come rivoluzione mancata soprattutto nel Mezzogiorno e che lascia presente ancora oggi la frase “tutto cambi perché nulla cambi”. L’apoteosi del trasformismo meridionale incarnata dal nipote del principe, il bel Tancredi, che appare prima con la camicia rossa garibaldina, poi promesso sposo per interesse e ufficiale sabaudo e alla fine sarà parlamentare del nuovo Regno auspicando repressione per i riottosi. Il mondo del passato, conosciuto da Visconti per appartenenza di schiatta, trova fulgore nella vacanza estive a Donnafugata e nel sontuoso ballo in un palazzo di Palermo con riprese durate 36 giorni e che diventano una proustiana ricerca del tempo perduto. Musica epica di Nino Rota. Palma d’Oro a Cannes e film mito che non perde la sua sontuosa bellezza nella penetrante cronaca storica.

IL CAIMANO di Nanni Moretti, 2006

Film apologo su uno dei maggiori politici italiani del Novecento: Silvio Berlusconi. Mentre Sorrentino sullo stesso personaggio si dedica ad un ampio racconto corale (“Loro” che prende i toni della serie tv sulla lunghezza di due episodi) Moretti, protagonista con il movimento dei Girotondi nati per contrastare il Cavaliere e la blanda opposizione della Sinistra, firma il miglior film mai fatto su Berlusconi.
La trama delinea un’operazione di metacinema con Silvio Orlando produttore sfigato e senza speranze che si affida ad una giovane regista che vuole girare un film su Berlusconi che si chiama “Il caimano”. Tra film trash e numerosi camei di registi e critici, il film riesce a far comprendere la difficoltà di poter trovare una narrazione condivisa per raccontare Berlusconi. Ancora una volta non un film realista ma un’ossessione mentale per tutti, come ben ricordiamo in quel periodo, e che Gianni Canova articola in quattro parti in commedia: quello della sceneggiatura del film, quello divistico e metacinematografico con cui Michele Placido vorrebbe eguagliare Volonté, quello mediatico delle immagini televisive del vero Berlusconi, e quello interpretato dallo stesso Moretti condannato in Tribunale come accadrà nella realtà qualche anno dopo. Un Berlusconi pirandelliano da uno, nessuno, centomila.

TODO MODO di Elio Petri, 1976

Questa volta il libro da cui è tratto il film è quello omonimo di Leonardo Sciascia affidato alla maestria grottesca di Petri che mette in scena un lavoro originale che alternando toni comici e drammatici racconta gli esercizi spirituali dei notabili di un partito cattolico (la Dc non è mai citata ma ferocemente processata) che si riuniscono in un convento-albergo e che in effetti devono ridisegnare la loro mappa dei poteri. Su tutto domina la figura del “presidente” interpretato da un indimenticabile Volonté delineato sulle riconoscibili movenze di Aldo Moro e che sarà ucciso dal segretario del partito. Impressionante profezia sulla sorte di Moro che verrà ucciso due anni dopo determinando la maledizione del film che sparirà da qualsiasi programmazione fino ad un recente restauro. Una maschera mimetica quella di Moro “abilissimo nel non prendere decisioni, nell’evitare azioni, nel cercare sempre mediazioni: un antieroe dell’atto mancato”. Un film come ha scritto Maurizio Grande che “annuncia la rovina della Democrazia Cristiana e profetizza la sua distruzione attribuendola ad Aldo Moro”.

SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA di Pier Paolo Pasolini, 1975

Film testamento del maggiore intellettuale italiano ucciso contemporaneamente all’uscita della pellicola, ne diventa il suo de profundis adoperando l’eterno fascismo storico italiano ambientando nei tempi repubblicani una metafora molto leggibile dell’epoca che si appresta ad ammazzare Pasolini con la stessa violenza che si mostra nel film. Sade viene trasposto a Salò e Marzabotto in una precisa identificazione del nuovo fascismo. “La struttura cervicale, che ripete il verticismo teologico dell’inferno di Dante chiude il film in in una tensione unitaria e tende a costruire una serie di piani contigui, che conferiscono il senso della circolarità dei giorni (girone delle manie, della merda e del sangue) in una fredda specularità rovesciata” (Edoardo Bruno). Perseguitato dalla censura per anni il film ha la sua prima a Parigi e non a Roma e potrà circolare con dei tagli solo dopo l’ultima sentenza del 1976. Processato dalla stampa d’opinione con giudizi molto duri e sprezzanti. La forza della ragione di Pasolini invece sovrasta gli orrori che ha raccontato con feroce e sanguinario estetismo.

CADAVERI ECCELLENTI di Francesco Rosi, 1975

Ancora una volta Sciascia, quello de “Il Contesto”, per un giallo politico come pretesto molto utile a Rosi per abbandonare l’inchiesta e rappresentare il Potere negli anni Settanta. Una lunga sequenza di uccisione di magistrati avviene tra la Sicilia e Roma. L’ispettore Rogas non si lascia depistare e comprende che è in atto un piano eversivo per destabilizzare il Paese. Una sorta di “labirintico apologo della Strategia della tensione” non ideologico perché grazie alla trama coinvolge il consociativismo del Pci debole nel fermare la deriva autoritaria in nome del compromesso storico con la Dc. Si aggiunge anche la mafia con la collaborazione alla sceneggiatura del giornalista Jannuzzi esperto di materia che contamina la trama con richiami all’uccisione del procuratore di Palermo Scaglione che provocarono feroci polemiche, dure quanto quelle dei comunisti che si sentirono traditi da un loro regista di riferimento per area culturale. Pregevoli scenografie di Guttuso e Schifano con predominanza del nero che consegnano al film un’angoscia metafisica del Potere che condanna tutti in modo inappellabile. Inusuale successo di pubblico per un film di Rosi.

VINCERE di Marco Bellocchio, 2009

Il miglior film sull’eterno fascismo italiano che attraverso Bellocchio offre del suo condottiero una metafora che non tralascia la storia e la politica con toni melodrammatici riuscendo a fondere toni lirici e grotteschi con la fotografia espressionista di un magnifico Ciprì e di un montaggio vertiginoso che consegna dei toni veramente palpitanti per immagini e narrativa filmica.
Lo scandalo segreto del Mussolini socialista che ha avuto una moglie Ida Dalser e un figlio. Il futuro capo del Fascismo deve nascondere questa profonda traccia esistenziale. Per il regime Ida Dasler è una minaccia. Lei e il figlio spariscono in manicomio. Secondo Morandini : “il film più estremo e potente di Bellocchio. Il più storico-politico”. Con superbe interpretazioni di Filippo Timi e Valeria Mezzogiorno un film metacinematografico ma soprattutto molto fisico. Cinema di corpi. Secondo Canova: “la testa marmorea del Duce su cui Bellocchio chiude “Vincere” è il punto d’approdo terminale di un lavoro sul corpo mediale del Capo che è tra le cose teoricamente più dense e radicali che il cinema italiano abbia mai realizzato”.

VIVA LA LIBERTÀ di Roberto Andò, 2013

Ideale proseguimento, ma più compiuto e determinato, de “La terrazza” di Scola epicedio della Commedia all’italiana, dedicato al potere politico e culturale della Sinistra italiana. Un regista allievo di Francesco Rosi ne trae l’ispirazione civile per una perfetta trama sullo stato delle cose presenti dell’ultimo decennio. Enrico decide all’improvviso di abbandonare la politica per trasferirsi a Parigi e andare alla ricerca di una donna con la quale ha avuto una relazione sentimentale anni prima. Il fratello gemello decide immediatamente di prendere il suo posto e diventa popolare, anche grazie all’incoraggiamento del fedele Andrea Bottini. Che lo va a scovare nel sottosuolo dove è costretto a rifugiarsi per il suo disagio psichico. Toni Servillo in due ruoli gemelli è perfetto nell’interpretazione. La politica spettacolo del gossip incrocia quella dei sentimenti autentici e si contrappongono attraverso le storie siamesi dei due fratelli che ci offrono un racconto filosofico della politica con raro lieto fine anche se aperto. Bellissimo il comizio dove il fratello sostituto conquista il suo popolo fiaccato recitando il Brecht di “non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”. Il valore del personale che torna a camminare con il politico attraverso due fratelli gemelli.

IL PORTABORSE di Daniele Lucchetti, 1991

Una sorta di apologo in commedia che apre una crepa nel rampantismo dilagante e nell’arroganza dei dignitari socialisti che avevano occupato la scena pubblica pensando di essere eterni. Il cinema torna a incidere nella società civile scagliando la prima grande pietra contro la Casta quando ancora non era così definita. Un professore interpretato da Silvio Orlando viene cooptato dal ministro Botero, un energico Nanni Moretti molto adatto al ruolo, lo copta come gostwriter e lo introduce agli agi di chi vive la cortigianeria del Palazzo. Il marcio che avanza travolgerà tutto con una ribellione del professore.
Film rifiutato dalla Rai e prodotto dalla Sacher che ne fa una sorta di marchio di scuderia. Lucchetti interpreta un cameo in cui è un regista pubblicitario. Botero non è l’unico colpevole. La deriva politica e morale come fotografia impietosa di un momento di ennesima crisi della Repubblica. Ma attenzione, nel film Botero vince le elezioni. La rivolta del professore è un’inconsapevole e inutile vittoria di Pirro.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

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