I razzisti negli stadi sono ovunque ma solo in Italia spadroneggiano

Nel resto d’Europa c’è la condanna unanime di club e dirigenti, da noi un silenzio complice e imbarazzato

Il razzismo esiste a tutte le latitudini. Non solo. Ma, tristemente, è un fenomeno che non accenna diminuire. Nemmeno nell’osservatorio calcistico. Le cronache sono sempre contraddistinte da episodi di razzismo. Nella Supercoppa europea il centravanti del Chelsea ha sbagliato un rigore e i tifosi – se così possiamo definirli – lo hanno attaccato per il colore della sua pelle. Lo stesso trattamento è stato riservato da alcuni supporter del Manchester United a Paul Pogba anche lui colpevole di aver sbagliato un rigore decisivo in campionato. In Francia, da alcune settimane, si discute molto dei cori omofobi che infestano gli stadi. Le partite vengono interrotte, non sospese.

In questa cornice sembra non fare alcuna differenza il contributo italiano. È razzismo quello inglese, è razzismo quello italiano nei confronti di Lukaku e di altri calciatori di colore: lo scorso anno, a memoria, furono bersagliati Kean, Matuidi, Koulibaly. Qualcun altro certamente lo abbiamo dimenticato.

In realtà la differenza c’è ed è significativa. Nel Regno Unito, così come in Francia, ma vale anche per altri Paesi, è chiara la linea di demarcazione tra il comportamento civile e quello incivile. A testimoniarlo sono le reazioni delle cosiddette autorità. Che non comprendono soltanto istituzioni e forze dell’ordine, ma anche e soprattutto i club, i dirigenti del calcio. Il Chelsea, il Manchester United hanno reagito in maniera inequivoca. Si sono definiti disgustati e più volte i club inglesi hanno espulso a vita dagli stadi chiunque si sia reso protagonista di simili episodi.

La reazione del sistema-calcio rende chiaro che ci sono comportamenti che non sono ammessi. Ecco, una simile reazione in Italia non esiste. È questa la macroscopica differenza tra il calcio italiano e il calcio europeo. Da noi c’è sì stato il comunicato del Cagliari dopo i buu a Lukaku, ma un comunicato in cui la parola di razzismo non compariva (sarà stata una dimenticanza, il testo condannava l’episodio) e molto attento a preservare la probità del popolo sardo.

Nulla, però, rispetto a quel che è accaduto all’Inter. Dopo i buu razzisti nei confronti di Lukaku, i tifosi organizzati della curva nerazzurra hanno preso carta e penna e hanno espresso un concetto che è molto più condiviso di quanto si possa presumere. “Non sono cori razzisti. In Italia funziona diversamente, da noi sono solamente un modo per aiutare la propria squadra. Non è come nel resto d’Europa. Non c’entra niente col razzismo”. Comunicato cui ha fatto seguito l’assordante silenzio dell’Inter di Suning. Che ha taciuto anche di fronte alla coreografia con cui la curva dell’Inter ha omaggiato la morte di Diabolik leader degli Irriducibili, dal casellario giudiziario piuttosto consistente, ucciso a Roma con un colpo di pistola.

La differenza, affatto sottile, tra l’Italia e il resto d’Europa è che da noi la legge dei razzisti impera col connivente silenzio del sistema calcio – al di là di qualche periodica ipocrita dichiarazione di facciata – mentre all’estero i razzisti agiscono sapendo di correre un rischio (essere bannati a vita dal proprio club e anche incorrere nella giustizia) non con la certezza di chi sa di spadroneggiare. 

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

Massimiliano Gallo

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Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.