Il 9% dei consumatori italiani sceglie cosmetici green senza petrolati

Italia, patria della bellezza. E della biocosmesi

Oltre a detenere il record di numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, il Bel Paese detiene il 60% della produzione mondiale di cosmesi, con un fatturato che nel 2017 ha sfiorato gli 11 miliardi di euro, grazie anche alle esportazioni in costante aumento (+7,1% nel 2017 per un valore di 4.617 milioni di euro).

Un comparto assai caro all’economia italiana, quello della cosmesi, che negli ultimi anni è stata il terreno di non poche battaglie ecologiste, una su tutte l’emendamento approvato e contenuto nella manovra di bilancio che a partire dal 2020 abolirà i prodotti di cosmesi e di igiene personale da risciacquo con all’interno microplastiche. Verso un futuro più sostenibile e attento alla salute sembrano guardare anche i consumatori: un’indagine di Cosmetica Italia ha rilevato infatti che 950 milioni di euro del fatturato del 2017, pari al 9% dei ricavi totali del comparto in Italia, proviene dalla vendita di cosmetici eco-friendly, privi, tra le varie cose, dei tanto discussi petrolati, le strane sigle (Paraffinum liquiduum, Mineral Oil, Mycrocrystalline Wax, eccetera) riportate sul retro dei cosmetici alla voce ‘INCI’.

Come suggerisce la parola stessa, i petrolati sono idrocarburi ottenuti dalla distillazione dei residui di petrolio che rimangono a seguito della evaporazione dell’olio. I petrolati contenuti nei cosmetici non naturali sono pertanto distillati di petrolio a tutti gli effetti, ma raffinati, cioè purificati dalle impurità, e perciò chiamati ‘petrolati bianchi’. Idratanti e sicuri secondo alcuni, potenzialmente cancerogeni secondo invece una normativa del 2004 emessa dall’Unione europea, che ha fissato al 3% la soglia di sostanze impure e potenzialmente pericolose ammesse nel petrolato da cosmesi. Una percentuale all’apparenza irrisoria, che può fare la differenza se l’azienda di produzione non dispone di strumenti e controlli altamente selezionati.

Al fine di tutelare i consumatori che scelgono la biocosmesi, l’Ue ha moltiplicato gli sforzi degli organi di competenza che monitorano e controllano che i prodotti green lo siano davvero, al di là dell’etichetta, e siti come quello dell’ICEA forniscono gli elenchi aggiornati delle aziende green certificate. Controlli sempre maggiori, che tutelano consumatori e ambiente, vista la scarsissima biodegradabilità dei petrolati che quotidianamente inquinano i fiumi e i mari per mezzo delle schiume e delle creme che finiscono nelle fognature. E quanto a inquinamento, l’aria che tira non è certo delle migliori, a partire dagli ambienti domestici, dove la maggior parte dei prodotti di bellezza in commercio rilasciano nell’aria emissioni del silossano D5, un composto organico volatile (VOC) particolarmente inquinante, capace, stando ai recenti studi, di danni degni del gas di scarico.

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Stela Xhunga

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