Il boomerang dei sacchetti bio a pagamento

La legge sul sacchetto porta al boom dell’ortofrutta confezionata con un crollo dello sfuso

All’inizio di quest’anno si è discusso moltissimo della promulgazione della nuova legge che ha previsto, a partire dal 1 gennaio 2018, l’introduzione obbligatoria di sacchetti biodegradabili utilizzati per imbustare alimenti da banco, frutta e verdura nei supermercati e punti vendita specifici. Le buste in questione, per essere conformi alla normativa, devono prevedere un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40 per cento.

Quello che è stato messo in discussione della nuova legge non è stata l’inopinabile utilità di una regolamentazione per prevenire e arginare disastri ambientali arrecati dalle nostre tonnellate di rifiuti inconsciamente smaltiti in modo improprio, ma il fatto che a farne le spese, ancora una volta, fossero i consumatori. Le nuove buste, biodegradabili, compostabili e certificate, non sono distribuite a titolo gratuito, ma a fronte di un costo che si aggira tra 1 e 5 centesimi, a discrezione del punto vendita.

Sui social, soprattutto nell’imminente periodo di applicazione della normativa, quando i confini di ciò che era lecito fare erano ancora poco chiari, le polemiche non sono mancate e le proteste hanno saputo raggirare la legge, evitando l’uso dei sacchetti in questione, con modalità ingegnose e talvolta simpatiche: dal prezzare ogni singolo pezzo, all’uso di un solo sacchetto per imbustare più prodotti…

(PH: Corriere della sera, fonte Facebook)

 

Ma, a distanza di più di 4 mesi, qual è il risultato prodotto dalla Legge 123/2017?

In poche parole sembrerebbe aver creato un effetto contrario. La ricerca recentemente condotta dall’Ismea Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – sui dati relativi alla vendita dell’ortofrutta nel primo trimestre dell’anno evidenzia un dato paradossale sia in termini di economia familiare che ambientale: le vendite di ortofrutta fresca già confezionata sono aumentate al 32% del totale del venduto, contro il 29% del primo trimestre dell’anno precedente, a discapito dei prodotti sfusi. Scendendo nel dettaglio emerge che, sempre nello stesso periodo di analisi, le vendite di ortofrutta sfusa sono calate del 3,5% in quantità e di ben il 7,8% in termini di valore. Un trend insolito se pensiamo che i prodotti ortofrutticoli confezionati costano mediamente il 43% in più degli sfusi.

“Si tratta di numeri che rendono ipotizzabile come la reazione istintiva avversa dei consumatori – anche a seguito del forte seguito mediatico attribuito all’evento – abbia fornito un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto.” Dichiara l’Ismea.

Ci troviamo di fronte a due paradossi: il primo è che i consumatori hanno deciso di spendere di più acquistando frutta e verdura già confezionata pur di non pagare pochi centesimi per l’acquisto dei sacchetti biodegradabili; il secondo è che, nonostante la legge sia stata prevista e applicata con l’obiettivo ben preciso di ridurre l’impatto ambientale della plastica, e tuttavia, a causa dell’incapacità di sensibilizzare i cittadini sul tema ponendo l’attenzione non sul costo ma sul risultato ecologico che tale legge si prefissa di avere, ha prodotto un maggior consumo di ortofrutta confezionata e quindi di plastica, considerando la vaschetta e la plastica dell’imballaggio.

Forse una soluzione c’è: ritornare alle buone e vecchie abitudini del mercato.

 

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Claudia Faverio

Claudia Faverio

Collabora con People For Planet come social media manager e content analyst

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