Il diario di Federica, tornata in Cina dall’Italia assieme ai figli per sfuggire al coronavirus

Federica vive da 3 anni in Cina con marito e figli. Era tornata in Italia ma…

Il settimanale francese Courrier International ha pubblicato il diario di Federica che racconta il suo viaggio di andata e ritorno Cina-Italia per sfuggire al coronavirus. Di seguito la traduzione di ampi stralci del suo diario

Federica e la sua famiglia

Mi chiamo Federica, vivo da 3 anni a Chengdu – 1.100 km da Wuhan – con i miei figli, Andrea (7 anni) e Sofia (9), e mio marito Massimiliano. In totale, qui 600 persone sono state infettate su 16 milioni di abitanti.

Sono pasticciera e consulente per ristoranti e scuole (consulenza sui prodotti, ecc.). Massimiliano è un pilota di aerei.

18 gennaio, lockout in Cina

Il 18 gennaio sono andata a lavorare munita di gel idroalcolico e una mascherina. I miei colleghi mi hanno avvisato: «Da domani non lavoreremo più». Ristoranti, bar, caffè stavano per essere chiusi causa coronavirus. Gli studenti erano già stati mandati in vacanza.

Dalla stessa sera ci siamo trovati confinati con l’autorizzazione per uscire solo per fare la spesa con la mascherina.

Virus o no, io ordino comunque di solito quasi tutto su Internet. In Cina le consegne a domicilio sono molto diffuse, ben organizzate e quasi la norma, quindi per me sotto questo aspetto non era cambiato niente. Ogni volta che scendevamo a ritirare la spesa, la guardia che sorveglia il palazzo – ai fattorini non era permesso di entrare nell’edificio – misurava la nostra temperatura.

I genitori di Federica: “Ritornate in Italia, qui non c’è il virus”

Non volevo tornare in Europa. Massimiliano però insisteva: «Dato che le scuole sono chiuse, non puoi lavorare e in Italia non ci sono malati, meglio che torni lì».

A migliaia di miglia di distanza, a Schio, la nostra città di circa 40.000 abitanti in provincia di Vicenza, i miei genitori erano preoccupati. Anche loro insistevano che salissi su un aereo.

Ritorniamo in Italia: nessun controllo a Malpensa

Il 30 gennaio, dopo dieci giorni di confino in casa, i bambini e io abbiamo preso un volo con scalo a Doha, mascherina sul naso. Mi sono presa cura di disinfettare frequentemente le mani dei bambini. Non avevamo avuto alcun contatto con l’esterno per dieci giorni, quindi ero piuttosto tranquilla riguardo al nostro stato di salute: nessuno di noi aveva la febbre. Siamo arrivati all’aeroporto di Milano Malpensa. Quando sono scesa dall’aereo ho informato l’equipaggio di cabina che stavamo venendo dalla Cina per sapere quali misure dovevano essere rispettate. Nessuna. Mi è stato detto che avrei potuto passare i controlli di polizia come al solito. Questa mancanza di cautele mi ha preoccupata.

Autoquarantena e ritorno a una vita quasi normale

All’arrivo, sono rimasta con i bambini per due settimane nella nostra casa sul Lago di Garda senza uscire, per essere sicura che nessuno di noi avesse sviluppato sintomi. Il 14 febbraio finalmente siamo arrivati a Schio dai miei genitori. Massimiliano si è unito a noi lo stesso giorno. Aveva smesso di lavorare il 6 febbraio perché la maggior parte dei suoi voli per l’Asia erano stati cancellati.

La mia principale difficoltà in Italia risiede nel fatto che i bambini, che prendono lezioni esclusivamente in cinese, difficilmente possono partecipare online a causa della differenza di fuso orario (la Cina è 6 o 7 ore avanti rispetto all’Italia). A volte potevano collegarsi con i loro insegnanti ma non sempre. Mi sono occupata dei compiti di matematica, che sono più facili da fare in italiano. Comunque ogni giorno ho dovuto inviare la loro temperatura alla scuola tramite un’app, un obbligo per tutti i bambini cinesi o i bambini che frequentano la scuola in Cina.

I nostri vicini avevano paura delle persone che venivano dalla Cina. Portavo i bambini a giocare nel parco ma quando arrivavano gli altri dovevamo andar via. Un’atmosfera pesante, alla quale si è aggiunta la mia paura di non poter tornare in Cina se i confini fossero stati chiusi.

Comunque, dal momento che nel Vecchio Continente l’atmosfera era piuttosto serena ho portato Andrea e Sofia al Carnevale di Colonia dal 20 al 25 febbraio. 

Il coronavirus esplode in Italia. Ritorniamo in Cina!

Quando siamo tornati da Colonia il numero di casi Covid-19 era esploso in Italia. Il 28 febbraio erano state registrate 530 persone infette. Ero andata via per fuggire dal coronavirus… Ho immediatamente guardato i voli di ritorno per la Cina.

Il 14 marzo siamo partiti. Ci siamo fermati per nove ore ad Addis Abeba, in Etiopia. Siamo stati accompagnati in un hotel per evitare qualsiasi rischio di contatto con i viaggiatori all’aeroporto. Il 16 marzo il nostro aereo è atterrato a Chengdu. Sull’aereo siamo stati divisi in gruppi in base alla nostra nazionalità. Abbiamo compilato un documento rispondendo a domande del tipo: Hai avuto la febbre negli ultimi giorni? Hai tosse?…”

Dopo che le autorità hanno terminato di esaminare i documenti, abbiamo lasciato l’aeroporto. Erano le 8 di sera. Siamo stati portati tutti in un hotel dove ci hanno fatto un test per misurare l’acido nucleico.  Non siamo potuti uscire dalla stanza.

Il ritorno a casa, a Chengdu, con il consenso dei vicini

Il giorno successivo siamo saliti a bordo di un piccolo autobus che ci ha portato a casa perché, per fortuna, i nostri esami erano negativi. In precedenza era stato richiesto l’accordo dei nostri vicini per il nostro rientro a casa nonostante il nostro passaggio in Italia. Noi, come le altre persone sottoposte a test in hotel, compresi i bambini, dovevamo rimanere a casa per quindici giorni.

Di nuovo in quarantena

Una volta tornati e confinati, abbiamo dovuto inviare via app la nostra temperatura ogni giorno alle 10 alle 15. In qualsiasi momento un agente statale avrebbe potuto effettuare un controllo a sorpresa per accertare che seguissimo la procedura. Due donne cinesi sono state incaricate per tutte e due le settimane di confino di assicurarsi che stessimo bene, che non avessimo bisogno di nulla. Sono state molto utili e incredibilmente gentili. Questo sistema si applica agli stranieri e ai cinesi di ritorno dall’estero.

Adesso possiamo uscire

Ora possiamo uscire. Ovunque ci spostiamo, la misurazione della temperatura è automatica. Dobbiamo anche presentare il documento dell’ospedale con la scritta “Covid negative“. Non sto ancora lavorando e la scuola non ha riaperto. Andrea e Sofia dovevano riprendere il 13 aprile. La data è stata spostata al 6 maggio. Almeno da qui i bambini possono guardare le lezioni tramite WeChat – l’app di messaggistica cinese – e in TV. Il recupero è lento. Usciamo sempre con maschera e gel idroalcolico. Qualche giorno fa siamo andati a cena in un ristorante indiano che ci piace molto. Dopo aver ovviamente superato il controllo della temperatura, ci siamo sistemati al tavolo. Intorno a noi solo altri due tavoli erano occupati, a due metri di distanza.

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Foto: Five Eyed Fox, Montague, United States per Unsplash

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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