La Decomar, azienda italiana, ha messo a punto una nuova tecnologia per dragare in modo sostenibile i fondali marini dei porti. I fondali dei porti, infatti, sono dei veri e propri accumulatori di sostanze inquinanti. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019.

Il dragaggio diventa “eco”

Nei fondali dei porti “dormono” enormi quantità d’inquinanti accumulati negli anni, una vera bomba ecologica. Ma la soluzione esiste

Rifiuti. Li si mette da parte, magari nascondendoli e ce li si dimentica. Complice il sistema naturale che spesso li sottrae alla vista e li rimette nel ciclo dell’ecosistema a poco a poco, facendoli diventare, un pezzo del nostro sistema “naturale”. Così a piccole, ma dannose, dosi, ecco che ciò che abbiamo “dimenticato” nell’aria, nel suolo o nel mare, rientra in circolo, un circolo persistente e invasivo che entra anche nella catena alimentare e, quindi, alla fine dentro di noi.

Succede in maniera evidente, per esempio, con l’ecosistema marino, dove le plastiche che raggiungono le acque prima galleggiano, poi affondano e a poco a poco diventano microplastiche che entrano nella catena alimentare e finiscono nei nostri piatti.
Non ci sono solo le plastiche accumulate sul fondo del mare: vere e proprie bombe ecologiche sono i fondali dei porti, nei quali “dormono” enormi quantità d’inquinanti accumulati negli anni. E l’Italia con i suoi oltre 8.300 chilometri di coste e i 31 porti commerciali – che hanno movimentato nel 2017 oltre 51 milioni di passeggeri e 500 milioni di tonnellate di merci – sotto questo profilo, di bombe ecologiche “sommerse” ne ha parecchie. Ma prima è necessario spiegare perché.

Il problema

I fondali dei porti, infatti, sono dei veri e propri accumulatori di sostanze inquinanti, la cui presenza nelle acque è dovuta alle attività di routine dei porti, come gli idrocarburi – compresi i micidiali policiclici aromatici (IPA) -, i metalli pesanti e gli oli minerali che rimangono per anni se non per decenni nei sedimenti dei fondali. Spesso, quindi, si tratta di sostanze ricevute in eredità dalle attività passate e la cui diminuzione non è possibile con nuovi limiti e procedure. E sono inquinanti che hanno un effetto relativamente basso fino a quando non si rende necessario l’adeguamento del porto, sia per problemi fisiologici, sia per questioni di ampliamento della capacità. In entrambi i casi, sia si tratti di un ripristino dovuto all’accumulo di sedimenti, sia quando è necessario aumentare la capacità d’accoglienza di nuove navi di pescaggio maggiore, è necessario dragare. Ossia levare uno strato, spesso consistente, di sedimenti dai fondali. E qui iniziano i problemi. Già, perché con i sedimenti si smuovono anche molte sostanze tossiche depositate da decenni, le si rimescola con l’acqua rimettendole in circolo nelle correnti marine, creando così decine di metri cubi di rifiuti che è necessario collocare al sicuro in discarica. E tutto ciò succede se si usa la classica benna o le draghe aspiranti/refluenti con le quali si sono sempre fatti i dragaggi. Ma l’alternativa esiste.

La soluzione

Un’azienda italiana, la Decomar, ha messo a punto un sistema alternativo che impedisce la dispersione nell’ambiente degli inquinanti e il riutilizzo. Si tratta di un sistema a circuito chiuso che isola i sedimenti da prelevare in un ambiente confinato e immerso nell’acqua, salvaguardando l’acqua circostante dall’intorbidamento e dall’inquinamento. La soluzione ha diversi vantaggi. Il primo è quello, come detto, di evitare l’inquinamento delle acque e il reinserimento di sostanze dannose nel ciclo biologico, e il secondo è che si tratta di un intervento che può essere effettuato senza interruzioni dell’attività portuale, evitando danni economici. Vi è poi anche una questione legata all’economia circolare. Le sostanze inquinanti, conservate nei sedimenti e accumulate negli anni, infatti, non sono più diffuse nell’ambiente circostante ma sono separate e confinate in una piccola parte del totale estratto che è quello destinato alla discarica. Tutto il resto del materiale è purificato, rivitalizzato e può essere rilasciato sul posto del prelievo, conservato per l’utilizzo in altre aree o per il ripascimento (cioè il ripristino dei lidi costieri erosi) della costa in aree limitrofe con sedimenti autoctoni, oppure per l’utilizzo in edilizia.

Erosione

E la questione ripascimento non è secondaria. Circa il 50% degli 8.300 chilometri di spiagge italiane è soggetto al fenomeno dell’erosione e si tratta di un comparto che genera oltre 13 miliardi di Pil: una discreta fetta degli 83 miliardi di euro afferenti al turismo più in generale in Italia. E gli interventi di ripascimento oggi sono un onere non indifferente per la pubblica amministrazione e per l’ambiente. La sola regione Toscana, per esempio, ha speso ben 13 milioni di euro per riparare all’erosione causata dalle mareggiate dell’autunno 2018. La sabbia necessaria, infatti, proviene dalle cave, dai fondali marini oppure dall’interno delle spiagge stesse, con inevitabili aumenti di costi per il trasporto. Oppure con problemi di compatibilità ambientale e paesaggistica. Il caso del porto di Pescara, sotto a questo profilo è emblematico. Il porto in questione, infatti, è da anni oggetto di un dragaggio tradizionale che oltre a non aver risolto il problema della navigabilità del canale, ancora precaria nonostante tutto il lavoro svolto negli anni, ha prodotto una collina artificiale nell’area portuale, composta da materiale di bassa qualità inutilizzabile per il ripascimento delle spiagge vicine che pure ne avrebbero bisogno.

Non solo porti

Ma il sistema Limpidh2O, questo il nome che gli ha dato Decomar, consente anche la circolarità tra funzioni diverse. Esiste, infatti, l’esigenza di dragare altro oltre ai porti e più in generale i fondali marini. Fiumi, laghi e bacini idroelettrici. Nel caso di fiumi e laghi questo sistema consente di svolgere le operazioni necessarie senza ledere i già fragili ecosistemi. Per quanto riguarda i bacini idroelettrici il sistema consente di risolvere più di una questione. Tutti i bacini idroelettrici italiani infatti sono datati e durante i parecchi decenni della loro vita hanno accumulato notevoli quantità di sedimenti sul fondo che ne stanno riducendo la capacità d’accumulo d’acqua, in un momento in cui invece questa capacità deve essere valorizzata a causa dei cambiamenti climatici. Il cambiamento sia delle quantità d’acqua piovana annuale, sia della modalità nella quale la pioggia precipita al suolo – con eventi sempre più rapidi e intensi – mette a dura prova la capacità d’accumulo dei bacini idroelettrici il cui volume è limitato dall’accumulo dei sedimenti. Il sistema di Decomar, in questo caso, consente di intervenire senza compromettere la funzionalità degli impianti idroelettrici – con i quali produciamo il 16,5% dell’elettricità italiana, ossia quasi il 42% di quella da fonti rinnovabili – che sono importanti non solo sotto il profilo energetico, ma anche come “serbatoio” di sicurezza per l’agricoltura. I sedimenti provenienti dai bacini idroelettrici, infine, sono per la gran parte puliti, visto che provengono da bacini che non hanno alle spalle, nella quasi totalità dei casi, attività umane inquinanti.
Cosa impedisce, quindi, l’utilizzo di un sistema come questo? Semplice. La mancanza di visione sistemica dei problemi. In Italia si cercano di solito soluzioni puntuali nelle quali non si leggono i contesti complessivi. E così si perdono anche le occasioni di fare di più con meno. Come recitava uno slogan dell’Unione europea di qualche anno fa al quale sembra che l’Italia abbia come una sorta d’allergia.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet