Ferrari

Il flop della Ferrari senza Marchionne

Da luglio in poi

Sergio Marchionne si è addormentato con la Ferrari potenziale campione del mondo, in testa alla classifica piloti della Formula Uno con Sebastian Vettel. E ora, se si sarà svegliato da qualche parte, starà fumando persino più del solito e imprecando l’impossibile. Senza di lui, Maranello si è dissolta. Il manager col pullover, che ha stravolto e salvato la Fiat, che è entrato più volte in collisione col sistema Italia, è stato dichiarato in coma irreversibile prima del Gran Premio di Germania che si è corso il 22 luglio. Da appena ventiquattro ore Marchionne non era più il presidente della Ferrari. In quel momento, la scuderia più affascinante della Formula Uno era in testa al Mondiale con Sebastian Vettel che aveva otto punti di vantaggio su Lewis Hamilton. Da allora, però, tutto è cambiato.

Le prima avvisaglie ci furono subito, non in pista ma a Piazza Affari. Dopo la morte di Marchionne, il titolo crollò dell’8%: il secondo peggior risultato di sempre. Era la Ferrari il grande cruccio del manager italo-canadese. Cruccio sportivo. Perché dal punto di vista industriale, l’aveva risollevata eccome. Il cavallino rampante quotato in Borsa anche a New York (oltre a Milano) e trasformato in uno dei grandi marchi di lusso. Mancava la ciliegina sulla torta: riportare il Mondiale a Maranello. Marchionne aveva già deciso: dopo la sua uscita programmata da Fca, si sarebbe dedicato soltanto alla Rossa. Dicono che stesse cercando casa a Modena. Aveva risollevato la scuderia puntando sulla valorizzazione delle risorse interne. E questo sembrava l’anno giusto. Prima del maledetto luglio.    

Quattro vittorie di Hamilton su cinque Gran Premi

Da quando Marchionne non è più presidente della Ferrari, Hamilton ha vinto quattro gare su cinque. Mentre Vettel ha trionfato solo in Belgio e soprattutto Maranello è parsa una scuderia allo sbando. In cinque gare è successo di tutto. Già in Germania, con Marchionne biologicamente (solo biologicamente) ancora vivo, ci furono le prime avvisaglie. Con l’ordine di scuderia imposto a Raikkonen di far passare Vettel. Enzo Ferrari non lo avrebbe mai fatto, è contrario ai suoi principi, è sempre la pista a stabilire chi è il più veloce. E poi Vettel che non ha trovato di meglio che andare a sbattere contro un muro. E perdere la gara e il primo posto in classifica.

A Monza il trionfo dell’approssimazione

L’unica vittoria della Ferrari post Marchionne è stata in Belgio, con Vettel ovviamente. Preludio all’attesissimo Gran Premio di Monza dove è andata in scena l’approssimazione della Ferrari. Due rosse in prima fila, Raikkonen davanti a Vettel, grande eccitazione sugli spalti. Sembrava il giorno del riscatto e invece è stato il giorno del dilettantismo. Con Vettel che prima ha provato invano a superare Raikkonen e poi è entrato in collisione con Hamilton. Un suicidio sportivo pochi secondi dopo la partenza. È finita con Hamilton braccia al cielo, le bandiere rosse ammainate e Vettel quarto, sempre più lontano dalla vetta. E Marchionne chissà dove.

Fino all’altra figuraccia rimediata ieri a Singapore. Dopo aver nel frattempo comunicato che dall’anno prossimo il signor Raikkonen non guiderà più la Rossa. Al suo posto l’astro nascente Leclerc. La musica, però, non è cambiata. La Ferrari ha sbagliato strategia al cambio gomme e ha perso altri tredici punti in classifica.

Marchionne ha lasciato con Vettel in vantaggio di otto punti su Hamilton; in meno di due mesi, l’inglese gliene ha mangiati quarantotto di punti e ora la classifica dice: 281 a 241. Mancano ancora sei gran premi. In teoria, tutto è possibile. In pratica, restano frasi come «Non capiamo che cosa non abbia funzionato» oppure «Sono io il principale nemico di me stesso» pronunciata da Vettel a Singapore. Psicologia a buon mercato più che filosofia di cui Marchionne è stato da sempre grande appassionato e studioso.

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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