Il lago di Bolsena sta morendo

Un’intera area dell’alto Lazio è a rischio ambientale

Un’intera area a rischio ambientale, stretta tra sversamenti fognari inquinanti, un progetto geotermico anch’esso inquinante e in zona sismica, e i noccioleti, che succhiano acqua e sputano veleni, minando un’aerea archeologica

«Il principale problema del lago di Bolsena è la disinformazione, per questo la nostra Associazione è fortemente impegnata in attività didattiche e in conferenze pubbliche per diffondere la conoscenza del suo ecosistema». Piero Bruni, ingegnere presidente dell’Associazione Lago di Bolsena è un signore sorridente, molto determinato a difendere il suo territorio, benché abbia raggiunto i 92 anni. «Il nostro obiettivo è che tutto il bacino diventi un’area biologica, senza colture intensive, senza geotermia e senza scarichi di liquami fognari nel lago, ma la strada da seguire è tutta in salita».

Il lago di Bolsena si trova tra le Terme di Saturnia e gli ultimi 11 abitanti di Civita di Bagnoregio, il più bel borgo morente d’Italia, nella parte alta del Lazio, a Nord di Roma. «Ma contro il nostro sogno di vivere in un ambiente ecocompatibile – aggiunge Bruni – ci sono diversi problemi, fra i quali, il più pressante è l’impianto geotermico di Castel Giorgio, previsto nella confinante regione Umbria, per produrre energia elettrica con pozzi profondi oltre 2000 metri. Il progetto, in via di imminente autorizzazione, prevede di estrarre 1000 tonnellate all’ora di fluidi geotermici da sotto il bacino del Tevere e di reimmetterli sotto il bacino del lago di Bolsena. Il rischio è che i fluidi geotermici, che contengono alte percentuali di arsenico e altre sostanze cancerogene, risalgano lungo le numerose faglie presenti nella caldera vulcanica, inquinando l’unica falda acquifera superficiale, della quale fa parte il lago di Bolsena e dalla quale viene prelevata l’acqua per la nostra rete potabile».

«È possibile che altrove le centrali geotermiche siano compatibili con l’ambiente – aggiunge Giancarlo Breccola, vicepresidente della stessa Associazione -, ma qui, oltre che contaminare la falda acquifera, possono provocare un aumento del rischio sismico, già abbastanza alto».

«Non vogliamo che la falda del lago venga inquinata dai fluidi cancerogeni della centrale – aggiunge Rosella Di Stefano, insegnante -. La gran parte dei cittadini sostiene i sindaci e le associazioni che tutelano il territorio; per questo si è attivato un grande movimento che sta raccogliendo contributi spontanei con il crowdfunding. Grazie all’aiuto di tutti, alla fine del mese sarà presentato un ricorso al TAR».

«Altro grave problema è che il collettore fognario, a causa di frequenti guasti, riversa nel lago i liquami di otto Comuni che si affacciano sullo specchio lacustre, anziché avviarli interamente al depuratore, situato più lontano, lungo il fiume emissario Marta», aggiunge Breccola.

Attualmente il lago è minacciato anche dalla proliferazione di centinaia di ettari di nuovi noccioleti, che richiedono molta acqua irrigua e numerose quantità di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti, come chiarisce la stessa Arpa (lo si può leggere a pag. 83 del pdf “Piano di Caratterizzazione Lago di Vico – ARPA Lazio“). “Inoltre la falda acquifera ha già dato quello che poteva dare e non c’è più acqua disponibile per colture irrigue aggiuntive”, spiega Breccola. Come ha riconosciuto il sindaco del Comune di Bolsena, «il lago oggi è letteralmente sotto attacco». Insieme alle associazioni, protestano docenti dell’Università di Viterbo, ingegneri, geologi e tecnici, esperti conoscitori della zona, come pure studiosi dell’Istituto Superiore di Sanità.

«Io collaboro facendo educazione nelle scuole – mi dice Rosella Di Stefano – con un progetto didattico che fa conoscere il lago di Bolsena a tutti gli oltre 800 ragazzi delle scuole medie del bacino lacustre. Oltre a studiare dispense preparate da studiosi del territorio, i ragazzi vanno con il battello pubblico sul lago a pescare il plancton con appositi retini e, una volta tornati a terra, lo esaminiamo con il microscopio; noi insegnanti li portiamo a visitare aziende agricole biologiche e a fare campionamenti di microplastiche sulle spiagge. I nostri studenti sanno bene che l’anello che raccoglie i reflui urbani è incompleto; infatti, spesso accade che i vari campeggi, bar e ristoranti che si trovano lungo la costa occidentale, non coperta dal collettore, scaricano abusivamente i loro reflui nel lago».

Riguardo alla coltivazione del nocciolo, che sta aumentando attorno al lago di Bolsena, «il nostro timore è che accada quello che è successo al vicino lago di Vico – continua Di Stefano -. Lì, negli ultimi decenni, si è sviluppata una mono-coltura i cui trattamenti con fitofarmaci e fertilizzanti hanno determinato un grave stato di degrado. Il lago di Vico ha un volume d’acqua che è la trentesima parte di quello del lago di Bolsena. Essendo piccolo il suo degrado è stato rapido, ma per lo stesso motivo il suo stato ecologico potrebbe essere ripristinato in pochi decenni con opportuni drastici provvedimenti, avendo un tempo di ricambio dell’acqua di circa 20 anni. Il lago di Bolsena si inquina più lentamente, ma il suo degrado rischia di essere irreversibile perché il suo tempo di ricambio è stimato in 300 anni! Se lo perdiamo, non possiamo più salvarlo», specifica l’insegnante.

«Bisogna anche riflettere sulle conseguenze che l’agricoltura intensiva può avere sulla salute umana. Secondo autorevoli studi, alcune sostanze tossiche usate in agricoltura sono entrate nella catena alimentare umana aumentando tumori, leucemie, disturbi della tiroide e addirittura danni neurologici, specialmente nei bambini – prosegue Di Stefano -. Gli agricoltori oggi beneficiano di incentivi economici per coltivare noccioli in modo biologico per i primi 5 anni, ma quando la pianta è diventata produttiva i coltivatori abbandonano il biologico e iniziano a usare fitofarmaci, anche perché la Ferrero non comprerebbe nocciole che non hanno un adeguato calibro e certe caratteristiche. Tra l’altro, in alcuni campi attorno al lago, sono stati piantumati noccioleti in area con vincolo archeologico, dove le radici delle piante possono gravemente danneggiare i depositi esistenti a poca profondità, determinando una perdita di patrimonio storico-artistico».

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente