Il morso della vipera

Il nuovo libro di Alice Basso

Esce il 2 luglio il nuovo libro di Alice Basso che è – per la gioia dei suoi lettori – il primo di una serie che racconta la storia di Anita. In una Torino degli anni ’30, in pieno regime fascista una bella ragazza decide di lavorare prima di mettere su famiglia. E trova impiego presso una casa editrice che pubblica una rivista di racconti gialli: Saturnalia.
Antifascista più di istinto che di consapevolezza, Anita non ha grandi aspirazioni di emancipazione, sa solo che il futuro che le prospetta il suo fidanzato, fascista convinto, fatto di casa, patria e soprattutto sei – dico sei – figli non è esattamente il suo ideale di vita. Almeno non subito.

Inizia così la storia de Il Morso della Vipera, lasciata al suo amore e alla sua vita Vani Sarca, la ghostwriter della precedente serie, Alice Basso riparte col botto.

E per meglio raccontarvi la genesi di questo nuovo libro chi meglio di lei stessa?

Dopo aver letto questo post, pubblicato nel suo profilo Facebook, il 2 luglio vi fionderete in libreria.

“SÌ, SÌ, È PERCHÉ SONO EMOTIVA, PUBBLICARE LA SECONDA SERIE È PEGGIO CHE PUBBLICARE IL SECONDO LIBRO CHE A SUA VOLTA È COME VENIRE MANGIATI DAL DRAGO DI TUTTE LE ANSIE E BLABLABLA, MA NON E’ SOLO QUESTO. È che questo libro – questa nuova serie – è una storia che ha spazzato via altre storie. Un tifone di storia. Per me, eh. Adesso vi spiego.

Così se poi mi vedete aggirarmi per il web mugolando “oddioddìo sta veramente per uscire aiutoaiuto” mi capite e mi tirate due Valium senza scomporvi troppo.

FLASHBACK: PRIMAVERA 2019

Poco più di un annetto fa, io sono una persona felice e serena con una strada luminosa spalmata davanti, come all’inizio delle commedie di Meg Ryan, per intenderci. Sta per uscire il quinto e ultimo libro della saga di Vani, ragione di ansia (tanto per cambiare) ma soprattutto di entusiasmo, e il futuro mi spaventa ma relativamente perché ho già sottoposto al mio editore delle nuove proposte e ne ho avuto l’approvazione. Una in particolare è già quasi terminata: un libro che parla di un tema a me caro, bisogna lavorarci ancora su per accentuare questo e smussare quello e il ritmo e l’antagonista eccetera eccetera, ma c’è tempo, è tutto tranquillo, tutto nella normalità.

Serena.
Paperina a Paperopoli.

Nel frattempo, studio. Studiare è una roba che nella mia vita ho fatto tanto e bene ma mai abbastanza e mai abbastanza bene. Fortunatamente, per quanto sia stata brava, ho sempre avuto attorno gente più brava di me, il che mi ha procurato una certa qual – indovinate? – ansia, ma ha anche sempre tenuto vivo il fuoco.

Ho appena finito di studiare un argomento in particolare, e mi ci sono appassionata tantissimo: la storia delle dattilografe sotto il fascismo, confluita nello spettacolo “Signorina Bertero, dattilografa” tenuto con le mie amate Soundscape 2.0 l’8 marzo per l’anniversario del museo di Reale Mutua. Ora – e siamo, ripeto, a poco più di un annetto fa – sto invece studiando la roba che racconto a una serie di corsi che mi capita di quando in quando di tenere nei licei o nelle librerie: corsi sulla nascita del giallo e poi del noir, letterature che non si studiano a scuola ma che raccontano la Storia in maniera favolosa.

In particolare, una delle cose che studio accende il mio interesse. “Accende”, vabbè: “incendia” sarebbe più esatto. È il tema del rapporto del fascismo con i gialli. Il giallo è il genere letterario preferito dagli italiani ma più odiato dal regime, e perché? È evidente: perché parlare di crimine significa ammetterne l’esistenza. Così i gialli italiani devono assoggettarsi a delle regole ASSURDE che ovviamente ne ammazzano tutto il brio: il colpevole dev’essere sempre straniero (quindi come compare uno straniero nella storia sai già che sarà lui il cattivo), il poliziotto – fascista – deve trionfare presto e bene e possibilmente sparare lunghe pippe moraliste, eccetera. Fare i giallisti o gli editori di gialli negli anni ’30 non è affatto semplice, specie se lo si fa per passione, magari perché si seguono i gialli che intanto stanno fiorendo in America, che sono i primi e meravigliosi lavori di Hammett, Chandler, Gardner, e quelli sì che possono raccontare la dura realtà e fare il loro mestiere di letteratura di denuncia.

Così una mattina mi sto lavando i denti e penso: “Certo che sarebbe una figata coniugare queste due cose interessantissime che ho studiato e che vorrei tanto avere una ragione per continuare ad approfondire. PER ESEMPIO MANDANDO UNA DATTILOGRAFA A LAVORARE PER UN GIALLISTA”.

La prima cosa che faccio, bisogna specificarlo, è sputare il dentifricio.

La seconda è passare tipo due settimane in catatonia, la testa gonfia di questo spunto che mi lievita dentro come certe pizze e andando a spulciare articoli e libri su questi due temi qua anziché decidermi a finire il libro che dovrei, appunto, finire.

La terza cosa è scrivere alla mia agente e alla mia editor.
“Non so come dirvelo. Tengo ancora tantissimo all’altro libro, eh… ma sto morendo dalla voglia di scrivere questa storia qua. Non riesco a pensare ad altro, ho già imbastito la trama per cinque libri, vi mando il prospetto, ditemi cosa ne pensate e cosa ne devo fare.”

Un paio di settimane dopo vengo convocata a Milano. “Ora mi dicono di farmi una vacanza e calmarmi”, penso. Invece mi dicono: “Scrivila“.
“FANTASTICO, VI E’ PIACIUTA! Allora continuo a studiare e per l’anno pross…”
“No, non hai capito: scrivila SUBITO. La vogliamo prima di qualsiasi altra cosa tu abbia già pronta, perché ci siamo innamorati di questa storia esattamente com’è successo a te, e l’amore non può aspettare.”

Fermo-immagine: l’altro libro è già praticamente finito.
Siamo in quel momento dell’anno in cui io di solito FINISCO di scrivere il libro che dovrebbe uscire l’anno seguente, non lo COMINCIO. In cui mi rilasso come un canotto che si sgonfia, non in cui mi scafandro come un quarterback e mi getto nella mischia della stesura di una cosa nuova. Ma, soprattutto, far passare in cavalleria il libro semipronto significa levargli il tempo per diventare, be’, pronto, cioè rischiare fortissimo di trovarsi con nessuna storia pronta all’ultimo momento utile per programmarne l’uscita.

Ma si è appena verificata la situazione più bella, ma proprio PIÙ BELLA che io abbia mai sperato nella mia vita da quando ero bambina. IL SOGNO DELLA MIA VITA. Avere una storia che non vedi l’ora di raccontare e un editore che ti dice “Scrivila subito”.

Così corro a casa, mi rimetto a studiare come una pazza, mi metto a scrivere come una pazza al cubo, e ad agosto la prima bozza è pronta. Aggiustamento dopo aggiustamento, approfondimento dopo approfondimento, conversazione con l’editor dopo conversazione con l’editor, arriviamo a oggi, quasi un anno dopo, e il libro sta per uscire.

E io sono una guglia della Sagrada Familia per le ulcere che mi traforano dall’ – indovinate? – ansia, ma fa parte del gioco, e comunque vada ho avuto un anno per studiare e scrivere e immergermi in una storia su cui ho adorato lavorare.

Chiudo con info tecniche, che ci vogliono pure loro: se vi va, potete preordinarlo su IBS (o ovunque vogliate); oppure – e finché si può mi sembra più bello – potete prenotare una copia con dedica a I libri di Eppi: Eppi, alias Paola Piolatto, è la libraia torinese da cui farò la presentazione in diretta facebook (la pagina è ovviamente “I libri di Eppi”) il 2 luglio, cioè il giorno stesso dell’uscita: visto che sarà una presentazione online ma io e lei saremo fisicamente nella sua libreria, quel giorno firmerò le copie e poi lei ve le spedirà ovunque vi troviate, anche su Marte.

L’ansia.
Ma avercene, di ansie così”

Leggi anche:
Come pubblicare il tuo libro (I parte)
Come pubblicare il tuo libro (II parte)
Come pubblicare il tuo libro (III e ultima parte)

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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