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Il nero è un selvaggio

Cosa hanno fatto i neri mentre noi inventavamo balestre, antibiotici…

razzi, romanzi, telefoni, sinfonie, televisori? Cosa facevano mentre noi ci spezzavamo la schiena a costruire strade, ponti, cattedrali, pitture meravigliose?

Se ne sono stati lì per migliaia di anni, nei loro tukul, nelle capanne di fango, a mangiare quel che cresceva sugli alberi, ingannando il tempo con danze sfrenate, oscene, agitate dai loro tamburi battuti in modo sempre uguale.

L’Africa nera non ha dato nulla al mondo e adesso vengono qui da noi a pretendere di avere il nostro stile di vita.

Un discorso che non fa una piega. Ma non è vero.

L’Africa nera è la fonte dello sviluppo umano, il motore primario del nostro progresso.

Innanzi tutto oggi è ormai provato dall’analisi del dna di decine di migliaia di esseri umani in tutto il mondo, che è l’Africa centrale il luogo dove un gruppo di ominidi ha compiuto il balzo evolutivo diventando homo sapiens. Discendiamo tutti da un gruppo di neri che abitavano l’area dei grandi laghi centomila anni fa.

Questi primi esseri umani hanno elaborato le soluzioni tecnologiche che hanno permesso un progressivo aumento della popolazione. Il linguaggio, il fuoco, gli strumenti di pietra, le asce, le lance, i raschietti, i contenitori, la lavorazione delle pelli, le corde, i cesti, le capanne, sono le invenzioni che hanno cambiato la condizione umana e allungato la vita. È la nascita della cultura stessa e dei racconti ad essa legati, il grande salto tecnologico che dobbiamo a questi nostri progenitori.

Dall’Africa nera parte la prima migrazione che si espande in tutto il mondo, arriva in Medio Oriente e poi in Europa. Un lento espandersi che raggiunge poi anche i continenti più remoti, Australia e America. Questi primitivi colonizzatori si adattarono ai climi freddi: la loro pelle diventò via via più chiara fino a diventare rosea laddove c’era poco sole, perché la pelle chiara permette di assorbire meglio i raggi solari. Le narici sono diventate più piccole perché così l’aria fredda entrava più lentamente nei polmoni. Sono caratteristiche esterne che impiegano poche decine di migliaia di anni a modificarsi.

Ma per il resto non esiste alcuna differenza tra le diverse razze umane, dentro siamo tutti uguali, strutturalmente, abbiamo lo stesso cuore e lo stesso cervello.

Più di 12 mila anni fa iniziò una seconda migrazione dall’Africa di un popolo particolarmente evoluto.

Essi padroneggiavano arti complesse. Erano innanzi tutto pescatori, maestri nel costruire lungo le coste piccoli canali e bacini artificiali che venivano riempiti sfruttando l’impeto della corrente dei fiumi o la forza delle maree. Insieme all’acqua arrivavano i pesci e quando ce n’erano abbastanza l’uscita di questi invasi veniva sbarrata con pietre e fascine in modo tale che i pesci non potevano scappare; si lasciava quindi defluire l’acqua fino a che le prede, restate all’asciutto, diventavano facili da catturare.

Questa pratica molto efficiente portò allo sviluppo della capacità di intrecciare rami flessibili e annodare corde di pelle o fibre vegetali per costruire reti.

Ma portò anche a creare piccoli invasi protetti da recinzioni spinose per evitare che animali astuti rubassero il frutto della pesca degli umani. 

Col tempo ci si accorse che buttando semi e frutti in queste pozze i pesci arrivavano più numerosi.

La vita di questi popoli era nomade, essi seguivano la maturazione dei frutti sugli alberi, sapevano quando e dove si schiudevano le uova di tartaruga sulla spiaggia, quando esplodeva il numero delle prelibate cavallette in una certa zona. Col passare del tempo essi si accorsero che le piante da frutto che si trovavano nei luoghi dove gli umani si accampavano crescevano più rigogliose e davano via via più frutti. La cenere dei fuochi, gli escrementi, gli scarti del cibo, la ripulitura degli spiazzi da sterpi e rovi, i buchi per piantare i pali che reggevano le capanne di pelli e incannucciati, rendevano più rigogliosi gli alberi. Iniziarono così a praticare una forma di agricoltura, oggi ancora utilizzata dagli aborigeni australiani, che consisteva nel prendersi cura delle piante spontanee, eliminando quelle non fruttifere e concimando e zappettando quelle utili.

Si spostavano e dove arrivavano scavavano pozze e canali da pesca. E quando tornavano, dopo mesi, trovavano che alcuni semi usati come pastura per attirare i pesci, erano germogliati e avevano fruttificato sui bordi degli invasi, avvantaggiati dall’acqua abbondante. Così iniziarono a praticare una forma di agricoltura che era un effetto collaterale della costruzione di invasi protetti da recinzioni. Infatti non può esistere una coltivazione senza la costruzione di recinzioni che è un lavoro enorme. A quei tempi le spighe dei cereali avevano pochissimi semi, gli ortaggi producevano frutti molto piccoli e la costruzione di recinzioni sarebbe stato un lavoro poco redditizio se avesse avuto lo scopo di coltivare quelle piante avare.

Durante parecchi millenni la coltivazione degli invasi si sviluppò lentamente fino a quando questi sperimentatori agricoli non compresero il concetto della selezione: ripiantando i semi delle piante che avevano prodotto frutti più grossi e numerosi si ottenevano piante più produttive. Questa scoperta diede inizio alla domesticazione delle piante, la lenta creazione di varietà che in natura non esistevano. Ad un certo punto questa coltivazione collaterale divenne talmente ghiotta da indurre i nostri progenitori a svuotare i bacini e a seminarli ogni volta che nella loro vita nomade lasciavano un punto di accampamento, in modo da poter raccogliere i frutti quando, mesi dopo, sarebbe tornati in quel luogo. Si accorsero poi che se dopo il raccolto lasciavano aperta una sezione della recinzione succedeva che qualche capra vi entrasse. Era facile a quel punto richiudere il recinto e poi abbatterla con comodo. Scoprirono così la domesticazione degli animali. Questo sistema che univa pesca, coltivazione e caccia era estremamente efficiente ma richiedeva anche una perfetta conoscenza del tempo, arrivare in un punto di accampamento troppo tardi voleva dire perdere il raccolto. Ecco che, all’interno di questo sistema nomade evoluto, nacque l’esigenza di calcolare il tempo. Si sviluppò quindi l’osservazione delle stelle, l’annotazione dei giorni che passano, il calcolo dei giorni rimanenti. In un colpo si inventò una forma di annotazione che era l’antenata della scrittura, dell’aritmetica e dell’astronomia.

Era nata la cultura tecnologica e gli umani possedevano un bagaglio di strumenti e conoscenze che dava prospettive di vita assolutamente nuove.

Ed ecco che si assiste a una nuova esplosione demografica e a un balzo della longevità. E quindi migliaia di africani iniziano una seconda lenta migrazione che nel giro di qualche migliaio di anni li porterà a trasferirsi in Asia, Europa e America. Essi arrivano in terre già colonizzate da lungo tempo dai discendenti della prima migrazione e si concretizza una reciproca assimilazione. Anche perché questi popoli sono interessati a stabilirsi solo lungo i grandi corsi d’acqua nei territori che sono ideali per la loro economia che è ancora basata sulla pesca. Territori che poco interessano ai raccoglitori/cacciatori che abitano gran parte del mondo.

Infatti le rive dei grandi fiumi, dal Nilo al Fiume Giallo, sono per gran parte dell’anno ridotte a distese paludose infestate dalle zanzare. E in quell’eccesso di abbondanza di acqua è impossibile trovare acqua pulita, buona da bere; ben presto ci si accorge che bere acqua fangosa può essere doloroso e mortale.

Colonizzare le rive dei grandi fiumi in modo stabile fu un processo lunghissimo, bisognava saper costruire palafitte o collinette di terra per stare all’asciutto, realizzare sistemi di filtraggio dell’acqua, con sabbia e carbone di legno polverizzato, oppure pozzi profondi circondati da terrapieni per evitare che fossero inquinati dall’acqua fangosa; scoprire quali piante potevano essere usate come repellente per le zanzare. E bisognava che le piante selezionate fossero diventate abbastanza produttive da giustificare l’enorme lavoro necessario a circondare i campi di recinzioni.

Non fu semplice né rapido ma alla fine furono individuate soluzioni e invenzioni tanto raffinate da rendere conveniente la vita sedentaria e la costruzione di villaggi.      

Questo portò a un nuovo enorme salto di qualità della vita umana.

Lungo i grandi fiumi del pianeta, in Egitto, Medio Oriente, India, Indocina e Cina e poi nell’America centrale, si svilupparono grandi civiltà che costruirono villaggi di pietre e fango, con case dotate di camini e porte con cardini. Essi bonificarono le rive dei fiumi, distribuirono l’acqua ai campi grazie a complessi sistemi di canali, costruirono argini. Inventarono la ceramica e la tessitura, i primi rudimenti di scrittura e l’arte di costruire imbarcazioni da trasporto utili per commerciare. Erano popolazioni pacifiche che basavano la loro ricchezza sulla capacità di cooperazione di migliaia di persone, donne e uomini avevano posizioni sociali egualitarie. Non vi erano né abitazioni più grandi di altre né sepolture con particolari attributi né mura che circondavano i villaggi.

Verso il 3500 aC arrivano in queste grandi pianure popoli che hanno seguito una ben diversa linea evolutiva. Sono allevatori nomadi provenienti dalle steppe euroasiatiche. Hanno affrontato millenni di vita durissima, impegnati a difendere i loro armenti da predatori animali e umani. In quelle condizioni di vita era emersa la centralità del valore individuale piuttosto che la capacità cooperativa. Il bravo pastore tornava dalla solitudine dei pascoli montani con il suo gregge accresciuto e grasso, il pastore stupido non aveva saputo proteggere le sue bestie. E quindi i pastori più abili iniziarono a reclamare il possesso delle loro bestie e successivamente il rapporto esclusivo con la donna.

E visto che gli animali domesticati sono più facili da rubare degli otri pieni di grano, perché hanno le gambe e camminano da soli, presso questi popoli la rapina divenne presto un’attività economica importante. Questa condizione di conflittualità accelerò lo sviluppo di armi, e si riuscì a costruire archi tanto potenti da uccidere un uomo ad una certa distanza. La domesticazione del cavallo permise un ulteriore salto nelle tecniche di guerra e diede a questi pastori una netta superiorità militare sui pacifici pescatori contadini. Si svolsero così le prime vere e proprie guerre di conquista e l’analisi del dna come i reperti archeologici provano che proprio in quel periodo una nuova popolazione si installa sulle rive dei grandi fiumi, portando con sé l’uso di seppellire sotto grandi tumuli di pietre i capi guerrieri con la loro dotazione di armi. I villaggi iniziano ad essere cinti di mura e troviamo i resti di abitazioni sontuose. Fu un processo lento che vide anche l’invenzione delle classi sociali: l’aristocrazia guerriera dominava il popolo dei vinti. Altresì nacque lo schiavismo come elemento fondamentale dell’economia.

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Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

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