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Massimo Recalcati

Il padre che indica l’altrove

Nel mondo globalizzato e delocalizzato c’è bisogno di chi continui a insegnare il desiderio

Gli interessanti tempi che viviamo hanno delocalizzato, giustamente, anche le feste: la Germania festeggia quella del papà il 30 maggio, giorno dell’Ascensione. Sebbene io sia altrove, i fruitori della paternità rimangono i figli, per cui la calendarizzazione delle feste spetta a loro che sono nella capitale tedesca e da Berlino mi arrivano gli auguri in questa data.

“Cosa resta del padre?”, chiedeva il titolo di un libro dello psicanalista Massimo Recalcati, nell’epoca della evaporazione dei canoni che hanno tenuto assieme l’ideale della famiglia tradizionale. Essendo impossibile decontestualizzarsi e tirare un giudizio sul proprio ruolo nel presente o avere una reale visione d’assieme di sé stessi nel mondo mentre lo si vive, ha forse senso ascoltare il riverbero dei classici. “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” prescrive il Signore ad Abramo e, mentre comanda e consacra la legge del più profondo distacco, chiama l’uomo al nietzschiano diventare ciò che si è – “[Nell’ebraico biblico] ’Vattene’ si scrive, infatti, Lech lechà, che però, suddividendo le sillabe che lo compongono Lech le-chà, significa anche ‘Vai verso te stesso!’”.

La figura del padre è evaporata ma la fisica ci insegna che si tratta solo di un cambio di stato energetico del sistema, al quale bisogna far seguire un riadattamento. I vincoli delle necessità sociali sono sostanzialmente caduti, ora sta agli uomini fare la loro parte, nudi di ogni istituzione. La parola del padre rimarrà sempre traumatica, non smarrirà mai la sua natura di censura, anche di scandalo, perché per portare i figli a conoscere il desiderio – vero obiettivo del papà –, a esplorare il senso liminare delle cose, a camminare sul loro confine sentendo il brivido del terrore di oltrepassarlo, scoprendo con il tempo la tecnica opportuna a tenere l’equilibrio necessario a percorrerlo, per fare tutto ciò è richiesto l’aiuto di chi sia parte di un nucleo familiare anche nella sua assenza. È necessario fornire un chiaroscuro più che una luce, una vena eretica più che un esempio costante di integrità, perché il desiderio che va iniettato nel sangue acerbo dei figli è un veleno, sublime e mortale come ogni tossina, di cui il padre deve essere pronto a pagare le conseguenze, morendo egli stesso. Fu forse un caso, ma mi piace pensare non lo sia stato del tutto, se la mia prima figlia sostava nella pancia della sua mamma mentre eravamo, nel deserto marocchino, ospiti dei Tuareg, il cui spirito temporaneo alla vita, il cui approccio imperfetto ed immaginifico al mondo possono ritenersi esemplari in questa costante ed errabonda ricerca del sé che il padre deve generare nei suoi piccoli.

Durante l’ultimo saggio di pianoforte di uno dei miei figli, uno tra i cinquanta ragazzini chiamati sul palco a eseguire i pezzi più disparati – da Chopin al jazz di Take Five – ha fatto ascoltare un estratto della Nona Sinfonia di Beethoven. Al termine, dopo gli applausi, il maestro ha chiosato così: “Questa è la musica che ci insegna la libertà”. È la sete inestinguibile di quella bellezza ciò che il padre deve instillare come ponte verso l’altrove e, in questa funzione, il suo ruolo è vivo oggi come ai tempi di Ulisse e Telemaco. E, come allora, richiede l’insegnamento sia della tenerezza che della violenza cruenta della sfida finale contro i Proci. Quelle sfide, infatti, non sono tramontate. Esse ancora risuonano con le parole di Schiller, nel quarto movimento dell’opera di Beethoven: “Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio vada al mondo intero! / Fratelli, sopra il cielo stellato / deve abitare un padre affettuoso”

Fonte immagine copertina: Wikipedia

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.