Il pane dei detenuti di Opera è più buono

Perché In_Opera e Antigone fanno bene al nostro sistema penitenziario. Parola di chi ci lavora

Oggi scambiamo due parole con la cooperativa IN_OPERA che coinvolge i detenuti del carcere di Opera, e con l’associazione Antigone, che dei detenuti monitora i diritti.

«I luoghi li fanno le persone». A dirlo è Pierluigi Mapelli, che insieme alla figlia Elisa fa parte del comitato operativo di IN_OPERA, cooperativa sociale al fianco dei detenuti del carcere di Opera in provincia di Milano nella lavorazione del pane, che a detta di tutti è buono, molto. Cristian, Beppe, Davide, Antonio, Armando, Angelo, Maurizio, Bishoy, Sebastiano, Aksel, Massimiliano, Andrea, questi alcuni dei nomi degli uomini che fanno del carcere di Opera un luogo in cui le persone scontano la pena senza perdere la dignità di persone. «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa», scriveva nel Settecento Cesare Beccaria. Da quando è nata, la cooperativa IN_OPERA ha formato e dato un lavoro a 27 persone, 27 detenuti, alcuni tornati liberi, altri in affidamento, altri ancora in semi-libertà. 

«Lasciatemi riposare, sono appena entrato in pensione» ha risposto Pierluigi agli amici che nel 2013 gli hanno proposto di dare vita al progetto IN_OPERA; poi però ci ha ripensato, ed è stato un bene. Da 7 anni, insieme alla figlia, lavora e rifornisce il territorio milanese di pan tranvai, filoni rustici e ciambelle facendo lavorare i detenuti, grazie anche alla lungimiranza del direttore del carcere, Silvio di Gregorio, convinto che far riscoprire alle persone detenute la propria autostima sia “determinante”.

«Chi lavora, nel 90% non delinque più» ci dice Pierluigi, e ribadisce quanto valore abbia per un detenuto potere uscire dalla struttura per mantenere saldo il legame con la società nella quale un giorno dovrà reinserirsi. «Se un detenuto esce e mi accompagna in panetteria sono felice, perché se ascolta da sé la signora Maria che si lamenta della bruciatura della crosta, realizza a pieno il lavoro che sta facendo e capisce che il pane che produce non è qualcosa di astratto, ma di concreto, che piace o non piace alla signora Maria».

E dalla Regione c’è supporto?

«Non manca; certo, la nostra ambizione sarebbe riuscire a dare delle soluzioni di continuità ai detenuti anche dopo che escono dal carcere, vedremo, siamo fiduciosi, in Regione ci sono persone sensibili sul tema».

Il percorso dell’individuo ‘socialmente pericoloso’ è spesso una via di non ritorno nella società, che, anche quando si dice cattolica, anziché porgere l’altra guancia, preferisce avere un Caino a disposizione.

I dati forniti dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 31 dicembre 2017 offrono un quadro complessivo dei detenuti divisi per tipologia di reato: 7.106 detenuti per ‘Associazione di stampo mafioso’ (416bis), 19.793 per ‘TU stupefacenti’, 9.951 per ‘Legge armi’, 3.061 per ‘Ordine pubblico’, 32,336 ‘Contro il patrimonio’, 703 per ‘Prostituzione’, 8.027 ‘Contro la Pubblica amministrazione’, 1.514 per ‘Incolumità pubblica’, 4.646 per ‘Fede pubblica’, 104 per ‘Moralità pubblica’, 2.624 ‘Contro la famiglia’, 23.000 ‘Contro la persona’, 145 ‘Contro la personalità dello Stato’, 6.795 ‘Contro l’amministrazione della giustizia’, 849 per ‘Economia pubblica’, 3.961 per ‘Contravvenzioni’, 1.668 per TU immigrazione, 1.065 ‘Contro il sentimento e la pietà dei defunti’, 2.705 per ‘Altri reati’.

Le formulazioni delle misure alternative non possono prescindere dalla messa in circolo dei dati del Ministero della Giustizia, tuttavia, dice Claudio Sarzotti dell’Associazione Antigone, «bisogna prendere con cautela tutti i numeri e piuttosto interpretarli come indicazioni tendenziali nella consapevolezza dei limiti metodologici che ci sono rispetto allo studio delle carceri e in particolare dei fenomeni di recidiva. Nessuno studio prende in conto delle variabili, i dati si limitano a fotografare la realtà».

Antigone è nata alla fine degli anni Ottanta nel solco della omonima rivista voluta da Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Massimo Cacciari e altre figure portatrici di un attivismo civico divenuto oggi quasi mitologico.

In fasi storiche di populismo penale e di urlata ‘tolleranza zero’, associazioni come Antigone diventano osservatori, spazi di denuncia, corpi intermedi in grado di promuovere piccoli e grandi progetti che tutelano l’individuo dentro il carcere, e lo aiutano, una volta fuori, a districarsi tra i mille cavilli burocratici e pratici che una detenzione irrimediabilmente porta con sé, come spiegato in una guida, che il detenuto in procinto di tornare libero può consultare e scaricare qui.

Se valutare la recidiva è difficile, perché in carcere ci finiscono persone che hanno commesso più reati e il reingresso non è necessariamente conseguenza della recidiva, valutare la dignità dell’individuo è facile: è sempre, in ogni caso, inviolabile.

Stela Xhunga

Stela Xhunga