Il papa accoglie Lula, schiaffo a Bolsonaro

E mentre Bolsonaro chiede «Chi è questa merda chiamata Greenpeace», Lula riabbraccia la CIGL, «quella italiana una grande storia di diritti»

«In un momento in cui l’economia è sempre più al servizio della finanza, le disparità globali aumentano, le grandi conquiste ottenute dai lavoratori nel secolo appena trascorso sono minacciate dagli interessi di minoranze forti e potenti, la scelta di papa Francesco di riunire ad Assisi, il mese prossimo, migliaia di giovani economisti per immaginare insieme una nuova economia più giusta, è un esempio». Così Luis Inácio Lula da Silva, ex presidente del Brasile, uscito di cella a novembre dopo 19 mesi dopo che una sentenza del Tribunale supremo ha giudicato illegittima la detenzione prima del terzo grado.

Dopo la condanna nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato, la “Mani Pulite” brasiliana, Lula ha sempre sostenuto di essere vittima di una caccia alle streghe: «Sono innocente e uscirò di carcere da innocente». Il giorno della scarcerazione, accolto da migliaia di persone in festa, è uscito con il pugno alzato. «Volevano imprigionare le idee, ma le idee non si fanno imprigionare», ha detto. Sul capo di Lula pendono tuttora cinque processi. Da ormai nove anni non fa in tempo a uscire illeso da un processo che ne spunta magicamente un altro. Una fatalità del caso che impedisce a Lula ogni candidatura ma che non ha impedito Papa Francesco di accoglierlo il 13 febbraio a casa sua. Il Papa vive in un bilocale a Santa Maria, lì riceve gli amici. «Chi sono io per giudicare» ha detto, abbracciando e accompagnando Lula all’uscio dopo un incontro durato più di un’ora. In tutto questo, dall’altro capo del mondo, Bolsonaro, già infastidito da quelle che reputa intromissioni del Papa sull’affare Amazzonia, sorride sornione e sentenzia «il papa è argentino ma dio è brasiliano». 

E mentre Lula, l’ex leader dei sindacalisti metallurgici di São Bernardo do Campo, cintura operaia di San Paolo, prosegue il suo viaggio lampo in Italia incontrando gli amici sindacalisti («da loro ho imparato tanto. Il sindacalismo italiano è stata una grande scuola»), Bolsonaro continua la sua crociata contro gli ambientalisti

«Chi è Greenpeace?»

«Questa merda chiamata Greenpeace. Questa è spazzatura, spazzatura! Un’altra domanda». Così, alla domanda di un giornalista, il presidente brasiliano durante una conferenza stampa lo scorso 13 febbraio. Argomento: la recente istituzione del nuovo Consejo Nacional da Amazônia Legal introdotta dal decreto Bolsonaro, che di fatto sottrae il controllo dell’Amazzonia al ministero dell’ambiente e lo dà al negazionista climatico, nonché vice presidente brasilia, Hamilton Mourão. L’incauto giornalista aveva chiesto a Bolsonaro di commentare il comunicato di Greenpeace Brasil, uscito l’11 febbraio, in cui si legge che «tra agosto 2018 e luglio 2019, la deforestazione in Amazzonia è cresciuta del 30%, pari a 1,4 milioni di campi da calcio» e che «il Consejo non ha piani, obiettivi o budget. Non annullerà la politica anti-ambientale del governo e non intende combattere la deforestazione o la criminalità ambientale. Governatori, popolazioni indigene e società civile non fanno parte della sua composizione. E nel tentativo di ridurre al minimo l’impatto negativo dell’amministrazione del Ministro Ricardo Salles, Bolsonaro ha rimosso il ministro dell’ambiente dal comando delle politiche ambientali per l’Amazzonia e spera che questo sia già abbastanza per ingannare l’opinione pubblica e gli investitori internazionali. Ma i risultati continueranno a essere misurati quotidianamente dai satelliti che misurano la deforestazione».

All’apostrofo di «spazzatura», Greenpeace Brasil ha reagito con ironia via Twitter: 

«Siamo gente che di spazzatura se ne intende! Negli ultimi 3 anni i nostri volontari hanno raccolto oltre 90 tonnellate di rifiuti che stavano inquinando il nostro pianeta» e poi ha pubblicato l’immagine di un cassonetto con le scritte: flessibilità delle autorizzazioni ambientali; aumento della deforestazione; riduzione delle aree protette; apertura di miniere nelle terre indigene; liberalizzazione dei pesticidi e il commento: «Anche questa spazzatura qui è preoccupante».

A Bolsonaro del resto non era andato giù nemmeno il documento «Cara Amazzonia», pubblicato lo scorso ottobre da Papa Francesco, che sogna un futuro ecologico al fianco dei poveri. Difficile stabilire se dio sia brasiliano, come dichiarato da Bolsonaro («il Papa è argentino, ma dio resta brasiliano»). Certo è che quella mano del papa posta sul capo di Lula sembra indicare con certezza chi sia il leader morale del Brasile. E no, non è Bolsonaro.  

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

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