In che modo Covid-19 cambierà le nostre città e il valore delle case

In realtà, il cambiamento è già iniziato

Continuiamo la pubblicazione su People For Planet di contributi sul “dopo coronavirus”, inaugurata con “Aspettiamo il dopo, in agguato come la tigre” e continuata con “Il ritorno dello Stato Sociale”, “I veri leader si vedranno adesso”, “Chomsky: I governi neoliberisti sono il problema, non la soluzione” e da ultimo “Naomi Klein: cosa ci aspetta dopo questa crisi”.

La storia lo dimostra. Storicamente, le epidemie hanno lasciato il segno nelle città. La pandemia di covid-19 non dovrebbe fare eccezione. Sorveglianza, distanziamento sociale, cambiamento di valore dei quartieri, nuove forme di solidarietà: il cambiamento è già iniziato. Ce lo racconta Jack Shenker sull’inglese Guardian.

Le eredità della peste e del colera nello sviluppo urbano

Nella mente di molte persone, Victoria Quay, che corre per due chilometri lungo il Tamigi, incarna l’essenza stessa di Londra. Sulle prime cartoline puoi vedere le sue ampie passeggiate e i suoi splendidi giardini. Il Metropolitan Board of Works, che supervisionò la sua costruzione [1865-1870], lo presentò con orgoglio come “un’opera intelligente e abilmente raffinata di pianificazione urbanistica, come si addice a una prospera città commerciale”.

Tuttavia Victoria Quay, che è diventata inseparabile dall’immagine che abbiamo della città, non è né più né meno che il prodotto di una pandemia. Senza una serie di epidemie mortali di colera in tutto il mondo nel XIX secolo – tra cui una a Londra attorno al 1850 che uccise più di 10.000 persone – la necessità di un sistema fognario moderno non sarebbe mai stato messo in evidenza. E la straordinaria opera d’arte, progettata per drenare le acque reflue dalla città a valle, lontano dall’acqua potabile, non avrebbe mai visto la luce.

Distanziamento e densificazione. Salute pubblica contro ecologia

Mentre il mondo continua a combattere contro la dilagante diffusione del coronavirus, confinando milioni di persone nelle loro case e impedendo i nostri viaggi, ci chiediamo come potrà essere la vita dopo.

Una delle domande più urgenti che gli urbanisti dovranno affrontare è l’apparente contraddizione tra la densificazione – la tendenza alla concentrazione, considerata essenziale per ridurre l’impronta ecologica delle città – e il “distanziamento spaziale“, ovvero la separazione degli abitanti, che è uno dei principali strumenti attualmente utilizzati per combattere la trasmissione della malattia. “In questo momento, la densità è ridotta ogni volta che è possibile, e per una buona ragione”, afferma Richard Sennett, professore di pianificazione urbana presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e consulente di riferimento per le Nazioni Unite su città e cambiamenti climatici. “Anche se nel complesso, la densità è una cosa positiva: le città dense consumano meno energia. Penso che alla fine vedremo apparire una contraddizione tra le esigenze della salute pubblica e la conservazione del clima.”

Per Richard Sennett, torneremo in futuro alle singole abitazioni e all’espansione urbana, che consentono alle persone di incontrarsi senza calpestarsi in ristoranti, bar e club – anche se, dato il prezzo astronomico della terra in grandi città come New York o Hong Kong, il successo di un tale programma dipenderà senza dubbio anche dall’attuazione di importanti riforme economiche.

Il telelavoro cambierà il valore delle case da luogo a luogo

Negli ultimi anni, anche se le città continuano a svilupparsi in alcune zone sotto l’effetto dell’esodo rurale, le città del nord prendono la direzione opposta, i loro abitanti più abbienti sfruttano gli strumenti di lavoro a distanza per stabilirsi nelle città di provincia o in campagna, dove la terra è più economica e la qualità della vita migliore.

Il “calo del costo della distanza”, come lo definisce Karen Harris, direttore di Macro Trends presso la società di consulenza Bain, dovrebbe essere accentuato dall’effetto del coronavirus. Sempre più aziende stanno implementando soluzioni che consentono ai loro dipendenti di lavorare da casa e i dipendenti si stanno abituando. “Queste sono abitudini che hanno buone probabilità di impadronirsi di noi” afferma Karen Harris.

Le ripercussioni sulle grandi città sono potenzialmente colossali. Se la vicinanza al luogo di lavoro non è più un fattore determinante nella scelta di un luogo in cui vivere, ad esempio, l’attrattiva della periferia diminuisce. Forse ci stiamo dirigendo verso un mondo in cui centri urbani remoti e “nuovi villaggi” diventeranno sempre più importanti, mentre i sobborghi tradizionali crolleranno di valore.

La tentazione del tracciamento digitale

Un altro possibile effetto del coronavirus è una proliferazione di infrastrutture digitali nelle nostre città. La Corea del Sud, uno dei paesi colpiti per primi dalla malattia, è anche uno di quelli con il più basso tasso di mortalità, un aspetto che può essere attribuito in parte al (controverso) monitoraggio pubblico delle persone infette e dei loro contatti.

In Cina, le autorità hanno invitato aziende tecnologiche come Alibaba e Tencent a monitorare la diffusione di covid-19 e stanno utilizzando i big data per anticipare l’emergere di focolai di trasmissione. Se si conclude che “città intelligenti” come Shenzhen sono più sicure dal punto di vista della salute, possiamo logicamente aspettarci una diffusione del rintracciamento e della registrazione delle nostre azioni nelle aree urbane e a dibattiti accesi sul potere di controllo delle persone che questo tipo di monitoraggio offre alle aziende e ai governi.

Lo spettro dell’autoritarismo

In effetti, il rischio di un autoritarismo nascosto – attraverso la standardizzazione delle misure di emergenza – dovrebbe essere al centro delle nostre preoccupazioni, avverte Richard Sennett:

Se torni indietro e guardi alle misure di restrizione delle libertà prese per gestire le città in tempi di crisi, dalla Rivoluzione francese agli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, noterai che per molte di loro ci sono voluti anni, persino secoli, per scomparire “.

In un contesto di etnonazionalismo esasperato sulla scena mondiale, che ha visto la destra populista salire al potere in molti paesi, dal Brasile agli Stati Uniti, dall’India all’Ungheria alla Turchia, una delle conseguenze del coronavirus potrebbe essere il radicamento di imposizioni autoritarie, che applicano la creazione di nuovi confini intorno e dentro le aree urbane, sorvegliate da leader che hanno la capacità giuridica e tecnologica per farlo.

In passato, dopo gravi crisi sanitarie, le comunità ebraiche e altri gruppi emarginati nella società, come le vittime della lebbra, sono stati presi di mira dalla maggioranza. I riferimenti di Donald Trump al “virus cinese” suggeriscono che questa pandemia potrebbe a sua volta portare a questo tipo di stigma sinistro.

Covid e gruppi di auto-aiuto

Tuttavia, le reazioni sul campo al coronavirus sono state molto diverse da una città all’altra nel mondo. Dopo decenni di dispersione, in particolare dei giovani nelle città, spinti al nomadismo e alla precarietà dal costo esorbitante delle abitazioni, l’improvvisa proliferazione di gruppi di auto-aiuto – volti a organizzare gli aiuti locali a beneficio dei più vulnerabili durante la crisi – ha provocato l’avvicinamento tra fasce di età diverse e persone di diversi strati sociali. Paradossalmente, il distanziamento sociale ha avvicinato alcuni di noi come non mai. Resta da vedere se questi gruppi di auto-aiuto sopravviveranno alla fine del coronavirus al punto da avere un impatto significativo sulla città del futuro. Ciò dipenderà dalla lezione politica che possiamo imparare da questa crisi.

Considerare la società come un collettivo piuttosto che un agglomerato di individui compartimentati potrebbe indurre l’opinione pubblica a chiedere misure più incisive per proteggere i cittadini, una tendenza a cui i governi potrebbero trovare difficoltà a resistere.

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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Bruno Patierno

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Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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