Affetto da malattia rara, studente di medicina trova la cura da sé

E ha dato vita a un sistema di ricerca ripetibile per indagare sulle patologie rare e senza cura

Questa è la storia di un giovane studente di medicina, David Fajgenbaum, che dopo essere quasi morto cinque volte in quattro anni ha trovato un farmaco, ideato per una condizione medica completamente diversa dalla sua, in grado di curarlo.

Oggi David Fajgenbaum ha 34 anni ed è docente di medicina all’Università della Pennsylvania. Nel 2010 stava per morire a causa di una malattia rara: curato con la chemioterapia, ha avuto nei tre anni successivi 4 ricadute quasi fatali. Quando tutto sembrava ormai perduto e le opzioni terapeutiche erano state tutte tentate ma senza risultati, è stato in grado di trovarsi la cura da solo. Ora ha 34 anni, si è sposato, ha avuto una bimba e a oggi sono 73 mesi, vale a dire 6 anni e un mese, che vive senza alcuna ricaduta. La soluzione l’ha trovata lui stesso in un farmaco già esistente, ideato per il trattamento di una patologia che non ha nulla a che fare con la sua. Assunto “off-label“, ovvero per fini terapeutici non previsti dal foglietto illustrativo, il farmaco gli consente di vivere una vita praticamente normale.

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La storia di David

Nel 2010 David era uno studente universitario al terzo anno di medicina. Un giorno, in modo del tutto inaspettato: «ho iniziato a sentirmi più stanco del solito. Ho iniziato a notare dolore addominale e poi accumulo di liquidi nelle gambe» racconta su una pagina del portale dell’AAMC, l’Association of American Medical Colleges, associazione no profit fondata nel 1876 e dedicata alla trasformazione dell’assistenza sanitaria attraverso l’innovazione nell’educazione medica, l’assistenza ai pazienti all’avanguardia e la ricerca medica avanzata. «Sapevo che qualcosa non andava. Non sapevo cosa, ma sospettavo potesse essere qualcosa di serio». Al pronto soccorso gli dissero che fegato, reni e midollo osseo stavano collassando senza motivo apparente. Venne ricoverato. Dopo 11 settimane era in terapia intensiva e le sue condizioni di salute continuavano a peggiorare. La diagnosi infine arrivò: era affetto da un raro e aggressivo disturbo del sistema immunitario, la malattia idiopatica multicentrica di Castleman (iMCD, da “idiopathic multicentric Castleman disease”).

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman

La malattia idiopatica multicentrica di Castleman è la forma più severa della malattia di Castelman. Viene diagnosticata in circa 5000 nuovi pazienti negli Stati Uniti ogni anno, all’incirca lo stesso numero della sclerosi laterale amiotrofica (Sla). A metà tra un linfoma e una malattia autoimmune, si manifesta con una iper-attivazione del sistema immunitario che interrompe la funzione degli organi vitali senza motivo noto. Circa un terzo dei pazienti muore entro cinque anni dalla diagnosi e un altro terzo muore entro 10 anni. Insieme ad altre 7000 patologie che colpiscono circa 30 milioni di americani l’iMCD è classificata tra le malattie rare. Di queste, il 95% non ha alcuna terapia approvata dalla Fda, la Food and drug adiministration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici.

Appena formulata la diagnosi i medici somministrarono a David una chemioterapia nel tentativo di tenerlo in vita. «Fortunatamente – racconta – la chemioterapia iniziò appena in tempo per salvarmi la vita. Sfortunatamente, però, non risolse il mio problema, e nei tre anni successivi ho purtroppo avuto quattro ricadute molto pericolose, quasi mortali».

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La costituzione del network per la Castleman disease

Al momento della diagnosi di David, per l’iMCD non c’erano cure approvate dalla Fda, nessun criterio diagnostico, nessuna linea guida per l’applicazione di eventuali trattamenti e la ricerca era sostanzialmente ferma. Il problema delle malattie rare è che spesso sono poco conosciute e poco studiate perché i pazienti che ne soffrono sono in numero limitato e le case farmaceutiche non investono nella ricerca. La svolta per David arriva con l’idea di creare un network all’interno del quale tutte le strutture sanitarie aderenti potessero mettere a disposizione delle altre le proprie conoscenze sulla malattia di Castleman, e allo stesso tempo potessero consultare le informazioni inserite dagli altri partecipanti al network, accrescendo notevolmente la mole di dati disponibili per fare ricerca. E così nel 2012 David Fajgenbaum insieme con il medico che lo aveva in cura fondarono il Castleman Disease Collaborative Network (CDCN): una comunità di oltre 400 tra medici, ricercatori, pazienti e parenti di questi ultimi. «Abbiamo quindi reclutato i miei vecchi compagni di università e i migliori ricercatori per eseguire studi ad alta priorità, raccogliere fondi e procurarsi i giusti campioni su cui fare ricerca. E parallelamente ho iniziato a condurre ricerche di laboratorio e cliniche sull’iMCD, lavorando principalmente sui campioni di sangue e tessuto a cui era più facile accedere: i miei».

L’ultima ricaduta

Nel 2013 David ebbe la sua ultima ricaduta. In quell’occasione già estremamente complessa la cosa peggiore, nonostante la realizzazione del Castleman Network, fu comprendere che non erano state individuate ancora opzioni terapeutiche per trattare la sua condizione e che le medicine che gli stavano somministrando, come già accaduto nelle precedenti ricadute, lo avrebbero salvato dalla morte ancora una volta nel breve termine ma non gli avrebbero evitato una nuova riacutizzazione della malattia che, con ogni probabilità, sarebbe avvenuta prima delle precedenti, lasciandogli meno tempo a disposizione per vivere la sua vita. Sapeva di aver bisogno di identificare un farmaco che potesse impedire il ritorno dell’iMCD: ma, poiché lo sviluppo di un nuovo farmaco approvato dalla Fda necessita mediamente di 10-15 anni di tempo e di oltre 1 miliardo di dollari, pensò che una via più breve e decisamente più fattibile per curare la sua condizione fosse quella di utilizzare uno tra i 1500 farmaci già approvati dalla Fda e in commercio. «Molte malattie, seppur diverse tra loro, condividono tipologie simili di cellule disfunzionali, geni, vie di segnalazione cellulari, ecc. Ho quindi pensato che alcuni dei farmaci già esistenti potessero teoricamente essere usati ‘off-label‘ per il trattamento di malattie senza altre opzioni, come l’iMCD».

Lo studio delle cartelle cliniche

David iniziò quindi uno studio approfondito delle migliaia di pagine delle sue stesse cartelle cliniche e dei dati degli esperimenti di laboratorio eseguiti da lui stesso sui suoi campioni di tessuto. «Avevo bisogno di identificare un tipo di cellula, un gene, una linea di comunicazione…insomma qualcosa che fosse disregolato e che potesse essere preso di mira con un farmaco già esistente, indipendentemente da quale fosse la malattia per la quale il farmaco era stato originariamente sviluppato».

Finalmente la scoperta

Dallo studio sui suoi stessi dati David riuscì a scoprire che le sue cellule T (cellule del sistema immunitario) risultavano attivate e una molecola del sistema immunitario chiamata VEGF era molto elevata. Ulteriori analisi rivelarono un potenziale legame tra questi due fattori: nel sangue di David sembrava infatti essere iperattiva una linea di comunicazione cellulare coinvolta sia nell’attivazione delle cellule T che nella produzione della molecole VEGF. «La parte migliore di questa scoperta fu comprendere che esiste un potente e sicuro inibitore di questo meccanismo, chiamato sirolimus, approvato per il trapianto di rene. Non era mai stato usato prima per l’iMCD e non c’erano garanzie che avrebbe funzionato, ma io e i miei medici decidemmo che lo avrei provato».

Sei anni e un mese senza ricadute

A oggi David può segnare 73 mesi dalla sua ultima ricaduta, un tempo nove volte più lungo delle sue remissioni medie prima di iniziare ad assumere il sirolimus. E oggi si gode il suo lavoro e la sua famiglia: nel 2013, prima dell’ultima ricaduta, si era fidanzato con Caitlin; dopo aver iniziato la cura con il sirolimus si sono sposati e nel 2018 hanno avuto una bimba, Amelia. Nel frattempo il sirolimus ha aiutato altri pazienti affetti da iMCD, David si è laureato in medicina e ha lanciato uno studio clinico su questo farmaco per studiarne l’efficacia in pazienti con la sua stessa malattia.

Un sistema di ricerca ripetibile

Oltre al fatto che David Fajgenbaum ha trovato una possibile cura per la malattia idiopatica multicentrica di Castleman, un’altra buona notizia è che i passaggi che sono stati utilizzati per questa scoperta sono ripetibili per tutte le malattie rare, dal momento che – come spiega lo stesso David – «abbiamo creato una rete collaborativa per raccogliere idee e suggerimenti per avere spunti per la nostra ricerca; abbiamo valorizzato i dati generati da ricerche già svolte per identificare potenziali nuovi target terapeutici per farmaci già esistenti; infine abbiamo testato questi farmaci per nuovi usi».

Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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