In Venezuela costa meno usare le banconote anziché la carta igienica

La carta igienica è pressoché introvabile e costa 2,6 milioni di bolivar.

Com’è possibile che un Paese come il Venezuela, ricco di risorse e di petrolio, abbia ridotto alla fame il suo popolo?

È opinione comune individuare nel crollo del prezzo del petrolio, avvenuto nel 2014, la causa principale della crisi in Venezuela. Opinione in parte condivisibile, perché la garanzia di possedere petrolio in abbondanza ha inibito l’evoluzione di modelli economici alternativi. Fin quando il prezzo e la produzione del petrolio svettavano toccando i massimi storici, non si è ritenuto necessario avere un piano B. Con la crisi mondiale e la diminuzione dei consumi di petrolio, il prezzo dell’oro nero si è abbassato gradualmente e gli Stati Uniti, da sempre uno dei principali importatori di petrolio, hanno iniziato a estrarre shale oil per svincolarsi dall’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), che a sua volta si è trovata impossibilitata a tagliare la produzione per tenere alti i prezzi. L’OPEC ha così tentato il tutto per tutto, abbassando di molto il prezzo del petrolio e aumentandone la circolazione, nella speranza di riallettare l’appetito degli Stati Uniti. L’operazione si è rivelata fallimentare e i prezzi, già bassi, hanno iniziato a scendere inesorabilmente. Complice l’isolamento da parte della comunità internazionale, sempre meno sono i Paesi aperti al dialogo con il Presidente Maduro, per il Venezuela è il tracollo. E a nulla servono le recenti riforme da lui introdotte per risolvere l’inflazione, giunta oltre il 1000% annuo e destinata a raggiungere livelli presto incalcolabili.

Il blocco dei prezzi dei beni di prima necessità imposto dallo Stato per tutelare la fascia medio bassa della popolazione e risollevarsi di fronte al proprio elettorato è inefficace contro la svalutazione del bolivar, la moneta nazionale venezuelana. Le banconote diventano carta straccia. Un pollo costa 14 milioni. Per pagare 1 kg di pomodori servono quasi 3 kg di bolivar.

Che tradotto nella vita quotidiana significa fare la spesa carichi di un peso – fisico, non soltanto metaforico – maggiore all’andata rispetto che al ritorno. Significa possedere e trasportare più soldi inservibili che cibo necessario.

Come sempre capita nei regimi isolati sottoposti a forte inflazione, anche in Venezuela le cose si trovano quasi solo al mercato nero, al punto che molti venezuelani hanno preso l’abitudine di acquistare beni di prima necessità in Colombia. Moltissimi altri migrano direttamente. Secondo un reportage pubblicato dal National Geographic, sono 35.000 i rifugiati venezuelani che ogni giorno attraversano il Simón Bolívar, il ponte che collega la città colombiana di Cúcuta con la venezuelana San Antonio.

In Venezuela, però, cibi come latte liquido o in polvere – e a rivelarlo è stavolta un reportage del New York Times – scarseggiavano già nel 2012, sotto Chávez. I deficit di bilancio pubblico non sono iniziati con Maduro. Semmai sono peggiorati. È per coprire i deficit che lo Stato ha iniziato a farsi stampare dalla banca centrale le banconote necessarie, facendo lievitare l’inflazione che ha colpito tanto le aziende produttrici quanto i consumatori.

Recentemente è stato approvato un nuovo conio, si è passati dal bolivar al bolivar sovrano, che rimarrà ancorato al Petro, una criptovaluta. Di colpo la vecchia moneta è stata svalutata quasi del 90%. Maduro ha inoltre autorizzato l’aumento dei futuri stipendi fino a 35 volte. L’intenzione è quella di porre freno all’inflazione bloccando lo stampo di altre banconote e spingendo i cittadini a produrre più ricchezza, i quali, nel frattempo, vedono i propri guadagni perdere il 90% del valore. Più concretamente: chi negli anni era riuscito a mettere in banca 10, se ne ritrova 1.

Inutile nascondere che le vicende del Venezuela sembrano ricordarci che le leggi dell’economia valgono sempre, anche in sistemi economici non capitalisti.

Chi vaneggia il sovranismo monetario demonizzando economia e mercati, dovrebbe tenerlo a mente. Non si può trarre lezioni da un popolo in ginocchio, e nemmeno è possibile attribuire con certezza la causa di un fenomeno – rovinoso e doloroso che sia – a questo e a quel fattore, escludendo le possibilità che possono sfuggire.

Prevedere il futuro è del resto fatica inutile, perché ogni previsione è sempre viziata dall’abitudine. “Tutti i ragionamenti che riguardano la causa e l’effetto sono fondati sull’esperienza e tutti i ragionamenti che derivano dall’esperienza sono fondati sulla supposizione che il corso della natura continuerà ad essere uniformemente lo stesso”, ha scritto David Hume nel Trattato sulla natura umana del 1739. Ma ha anche aggiunto:

“Ciò che è possibile non si può mai dimostrare che è falso; ed è possibile che il corso della natura possa cambiare, dal momento che noi possiamo concepire tale cambiamento”.

Non c’è migliore assunto da cui ripartire.

Commenta con Facebook
Stela Xhunga

Stela Xhunga

commenta