Incendi devastanti e aumento della CO2: perché l’umanità tende a sottovalutare il problema

Negare o minimizzare le catastrofi. Il “negazionismo” – quello in buona fede – ha una spiegazione

In pochi mesi l’opinione pubblica che si interessa dell’Amazzonia che brucia (e non solo di quella parte del mondo andata in fiamme) ne ha in parte negato o sminuito le problematiche che ne derivano – e ne deriveranno, se si proseguirà con questi ritmi – dividendosi in più categorie: la più diffusa è stata quella di coloro che minimizzano, ritenendo che gli incendi illegali ci sono sempre stati, che non c’è alcun picco nei roghi, e che, soprattutto, non ci sono né ci saranno significativi impatti.

I dati reali

Il primo dato invece è che sì, quest’anno c’è stato un aumento degli incendi che tipicamente caratterizzano questa stagione. Le immagini satellitari hanno mostrato che dall’inizio del 2019 in Amazzonia il numero degli incendi è l’83% in più rispetto ai 39.759 del 2018. Rispetto alla media del 2013 (anno in cui si è iniziato a tenere conto dei roghi nel bacino amazzonico) si tratta di circa il 40% in più. Il New York Times ha pubblicato alcune infografiche che mostrano la diffusione degli incendi e l’evoluzione del fenomeno a partire dal 2000.

Il problema quindi è reale, e non si tratta di “una ricorrenza stagionale in linea con il trend degli ultimi anni“, come sostengono i negazionisti. Costoro si sono riferiti anche alla produzione di ossigeno per la quale, dicono, la foresta Amazzonica non è elemento sostanziale nel produrne quanto  serve alla nostra atmosfera. Ovvero l’Amazzonia ne produrrebbe solo una quota parziale e molto scarsa.

C’è un rapporto tra incendi e anidride carbonica

Il vero e fondamentale nodo del problema è un altro, ovvero la deforestazione che si produce anche localmente e la quantità di anidride carbonica emessa: gli incendi producono una grande quantità di anidride carbonica, ed è questo l’aspetto di cui tenere conto.

Fino ad oggi gli incendi hanno prodotto 230 milioni di tonnellate di CO2, principale responsabile dell’effetto serra e di conseguenza dell’aumento delle temperature.

Paradossalmente possiamo “permetterci” di perdere ancora porzioni della foresta pluviale amazzonica (non molto, il punto di non ritorno per la savanizzazione è calcolato quando si raggiungerà il 25% di porzione disboscata, e siamo intorno al 15%) ma non possiamo invece permetterci di aggravare il bilancio della presenza di CO2 nell’atmosfera. Certo, non ci sono solo gli incendi tra le cause, tutte le attività umane (dagli allevamenti alla produzione industriale, alle automobili e così via), producono CO2 nell’atmosfera ma a causa degli incendi in pochi anni abbiamo quasi raddoppiato la CO2 presente causando danni irreparabili agli ecosistemi.

E non si tratta solo delle foreste Amazzoniche, il danno è dato da la sommatoria di tutti gli eventi, dolosi e non dolosi, anche per tutti quelli avvenuti in Siberia, e ora in Africa e in altre parti del mondo.

Perché se la CO2 nell’atmosfera aumenta, si crea un innalzamento della temperatura, gli alberi progressivamente si riducono e assorbono sempre meno anidride carbonica, l’acqua scarseggia perchè evapora e la traspirazione delle piante non funziona come dovrebbe. Perché è grazie a quest’ultima funzione, che si studia fin dalla terza elementare, che funziona tutto il ciclo vitale dell’acqua.

Senza le piante la Terra sarebbe come Marte

Non distruggere il patrimonio che abbiamo, ma manutenerlo affinché persista, e piantare alberi, tanti, soprattutto nei luoghi in cui non ci sono mai: nelle città. Questa, secondo gli esperti, se non è l’unica soluzione è di certo una delle migliori contro il cambiamento climatico, i matematici direbbero condizione necessaria ma non sufficiente. Le aree urbane rappresentano soltanto il 2 per cento delle terre emerse e producono oltre il 70% della CO2. È quindi lampante la soluzione per invertire questo andamento del riscaldamento globale: le piante sono migliaia di volte più efficienti nell’assorbire CO2 inquinanti quanto più sono vicini alla sorgente che le produce.

E se il concetto espresso ci sembra piuttosto noto e banale, come si può spiegare dunque l’indifferenza, la poca rilevanza data a questi accadimenti e addirittura l’accanimento dimostrato da alcuni di negare tutto ciò; ovvero perché l’importanza delle piante, del verde non è sentita, viene ignorata se non proprio negata? Una cecità degli uomini verso le piante, verso la natura tutta.

Plant Blindness: la spiegazione di Stefano Mancuso

Esiste una spiegazione scientifica anche per questo e ce la fornisce il prof. Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze.

Mancuso parla di Plant Blindness ovvero di “cecità alle piante” che non è altro che un malfunzionamento cognitivo studiato dalla neurologia legato alla bassa capacità di calcolo del nostro cervello nel processare tanti dati. Le informazioni che ci arrivano attraverso i nostri sensi sono difatti tantissime, un numero sorprendente; in pratica si processa non più di un centinaio di byte al secondo mentre nel nostro cervello, attraverso gli occhi, entrano un miliardo e mezzo di byte al secondo.

E c’è di mezzo molto di più, l’intero processo evolutivo. Come animali capiamo infatti cosa ci è simile e non cosa ci è difforme. Le piante sono così diverse da noi, la loro evoluzione, il loro adattamento ha seguito processi totalmente diversi. Le piante per esempio non hanno organi vitali come tendiamo a immaginarli noi uomini, ma li hanno delocalizzati in tutto il loro volume, per adattamento. Se si taglia un ramo, l’albero può sopravvivere. Noi senza un organo vitale no.

All’inizio della storia umana l’uomo ha trovato tanto verde, ha sovraccaricato i suoi sensi che si sono rivolti subito all’arrivo di animali, come prede, o di altri esseri umani. Questo meccanismo celebrale, questa condizione di adattamento sembrano essere alla base dunque di questa nostra “ignoranza”, questo disinteresse,  verso la natura. Verso il vero motore della vita sulla Terra.

Le piante per di più sono intelligenti e sensibili, il mondo vegetale si caratterizza anche per una sensibilità molto maggiore di quella degli esseri umani e degli animali, perché il fatto di non potersi muovere lo ha “costretto” a sviluppare altre “facoltà” per svolgere al meglio le normali attività quotidiane (difendersi, riprodursi, comunicare…) e quindi a sopravvivere.

Tanto per avere un’idea, una singola radice di mais lunga meno di due centimetri è in grado di percepire in un metro cubo di terreno pochi nanogrammi di una qualunque sostanza chimica.  «Una sensibilità che a noi umani è del tutto sconosciuta»: parola di scienziato, Stefano Mancuso.

Fonti:

https://www.focus.it/focus-live/news/perche-le-piante-sono-creature-intelligenti-anche-piu-degli-esseri-umani
https://www.nextquotidiano.it/bufale-amazzonia-in-fiamme-e-cosa-possiamo-fare-nel-nostro-piccolo/
https://www.linkiesta.it/it/article/2019/03/22/stefano-mancuso-intervista-alberi/41520/

Immagine di Armando Tondo

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

Elisa Poggiali

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