Inceneritori e termovalorizzatori vs economia circolare e rifiuti zero

Inceneritori e termovalorizzatori vs economia circolare e rifiuti zero

Incrementare i secondi fino a non aver più bisogno dei primi

L’economia circolare (i modelli zero waste, le norme per il riciclo, l’innovazione e il design for recycling) può significativamente diminuire le quantità da bruciare finché – si auspica- questi impianti non saranno più necessari; fino ad allora devono funzionare al meglio (massimizzando il differenzato, recuperando il residuo post-combustione e riducendo al massimo le emissioni).

Inceneritori e termovalorizzatori in Italia

Gli impianti che bruciano rifiuti in Italia sono in tutto 56 e per la maggior parte sono termovalorizzatori collocati al Nord, di cui 13 solo in Lombardia.
Gli inceneritori sono “forni” che hanno come unico scopo quello di ridurre i rifiuti incenerendoli, senza nessun recupero energetico. Impianti vecchi che, in Italia, a parte quello di Porto Marghera (Venezia), disattivato di recente, sono quasi tutti al Centro e al Sud. La gran parte degli impianti dove si bruciano rifiuti oggi è composta da termovalorizzatori: impianti che usano l’indifferenziato, oppure, laddove è praticata raccolta differenziata e trattamenti pre-selettivi, il cosiddetto “residuo secco” o Cdr (combustibile derivato da rifiuto) per alimentare turbine e generatori che, a seconda del tipo di impianti, possono produrre sia energia elettrica che acqua calda. È il caso del termovalorizzatore di Brescia (ma anche di quello di Torino) che, oltre a produrre energia elettrica, alimenta gli impianti di riscaldamento di alcuni quartieri.
Per legge, la temperatura di combustione deve essere sopra gli 850 gradi, per limitare la formazione di diossine. Se la temperatura scende, si attivano bruciatori a metano che la alzano. Questi impianti sono meno inquinanti rispetto ai “vecchi” inceneritori, ma – oltre a dover comunque garantire un sistema di controllo continuo del sistema bruciante e mettere in atto procedure per spegnere o risolvere l’eventuale problema prima che si formi o si diffonda un inquinante sopra le soglie – hanno comunque e sempre il problema degli scarti e delle emissioni.
Per queste ragioni, finchè non sarà possibile dismetterli del tutto grazie al rifiuti zero, è molto importante la selezione del materiale in ingresso, che sia di “qualità”, proprio per ridurre sempre più questi mal funzionamenti e garantire un combustibile uniforme e dal potere calorifico alto.

Come si può ottenere un rifiuto che produca, bruciando, emissioni meno inquinanti possibili? Anche questo parte dalla base del rifiuti zero, ovvero con una raccolta differenziata molto spinta e molto efficiente: è importante infatti che si eliminino in buona parte gli elementi maggiormente in grado di variare i parametri di funzionamento di un termovalorizzatore; in altre parole una raccolta super selettiva a monte che “tolga” dall’indifferenziato: vetro, plastica, carta, frazione umida, tessuti, ecc.

La quota umida, il cosiddetto “organico” viene diretta così al compostaggio. Rifiuti urbani o scarti industriali dell’agroalimentare vengono vagliati, tritati e lasciati fermentare anche con insufflazione di aria in modo da provocare il decadimento biologico. Attraverso un controllo delle condizioni del processo (umidità, ossigenazione, temperatura) e l’eliminazione di eventuali inquinanti nella materia prima (residui di metalli pesanti e inerti vari) o microrganismi ritenuti patogeni per l’agricoltura, si produce terriccio fertile per la coltivazione agricola e la florovivaistica, evitando il ricorso a concimi chimici a pieno campo. Altre biomasse compostabili comunemente sfruttate sono rappresentate dai fanghi di depurazione e dagli scarti della cura e manutenzione delle aree verdi. Esistono anche in Italia impianti che riciclano il letame degli allevamenti zootecnici non solo per produrre compost, ma anche metano: il biogas, prodotto dalla naturale fermentazione, può essere catturato ed usato per alimentare bruciatori che producono energia elettrica.

Con un sistema moderno e funzionale di trattamento meccanico-biologico (TMB) si riesce ad arrivare a un rifiuto ancora più selezionato, una “differenziata secondaria”. Questa non può certo sostituire la raccolta separata fatta a monte, ma con una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati (o residuali dopo la raccolta differenziata), sfrutta l’abbinamento di processi meccanici a processi biologici (digestione anaerobica e compostaggio) per ridurre ulteriormente l’indifferenziato. Appositi macchinari separano i rifiuti indifferenziati da ciò che è riciclabile e non è stato prima riciclato: vengono sfruttati nastri trasportatori, magneti industriali, separatori galvanici a corrente parassita, vagli a tamburo, vagli a dischi, macchine spezzettatrici e altre apparecchiature appropriate.

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica è ancora purtroppo un metodo utilizzato in Italia, nonostante che, in base a una direttiva europea, dovrebbe essere evitato già da oltre dieci anni. Stiamo andando avanti di proroga in proroga continuando a smaltire in discarica circa il 40% dei rifiuti nazionali, mentre in teoria dovremmo essere a zero. La discarica è un metodo esclusivamente passivo che apre un pericolo latente di impatto ambientale per un periodo di tempo molto lungo. La discarica inoltre produce odori, biogas, inquinamento dell’atmosfera, può inquinare le falde, rendendo molto difficile il controllo e il monitoraggio del materiale stoccato.
Il rifiuto della termovalorizzazione, le ceneri, anche contenenti sostanze pericolose, per esempio, a oggi sono destinate esclusivamente alla discarica.

Cosa si può fare per evitare la discarica anche per il rifiuto solido incenerito?

Anche questo rifiuto può già trovare strade alternative con le odierne tecnologie, come i sistemi di separazione dalle frazioni pericolose e l’inertizzazione di ciò che pericoloso non è, per essere recuperato in vari ambiti (tra cui edilizia o arredo urbano p.e.).
Il residuo termo valorizzato, cioè le ceneri pesanti, è un insieme di materiali ferrosi, non ferrosi e minerali in buona parte recuperabili e riutilizzabili secondo criteri normativi dunque già predeterminati. Solo le ceneri che non risultano riutilizzabili con questi metodi devono essere collocate in discarica, una quota minore rispetto all’invio delle ceneri in toto. Il problema delle ceneri e dei filtri esausti da smaltire, in ogni caso, con la termovalorizzazione non viene mai risolto.

La gestione dei fumi di combustione

Il problema ambientale più significativo della termovalorizzazione, oltre ai filtri esausti per i fumi e le ceneri, è di certo quello che deriva dai fumi stessi della combustione e gli inquinanti che i filtri non riescono a trattenere. Esistono realtà italiane che gestiscono i rifiuti su scala comunale o locale senza averne le risorse, le competenze, le capacità per gestire a livello industriale tecnologie complesse come quelle della termo-utilizzazione. Invece sono necessarie, in questo campo più che altrove, importanti competenze, organizzazione, e capacità di realizzare e gestire adeguatamente questi impianti. Innanzi tutto, un impianto di termovalorizzazione ha prestazioni migliori e costi inferiori quando le dimensioni superano un certo valore. Pochi impianti grandi hanno un rendimento superiore e un impatto ambientale più basso; negli impianti più grandi e più moderni è possibile realizzare sistemi più efficienti.
Le emissioni dagli impianti di termo-utilizzazione hanno subito negli ultimi 40/50 anni una riduzione in seguito all’introduzione di tecnologie per rimuovere parte di una varietà di composti inquinanti: le polveri, i gas acidi, l’acido cloridrico, l’anidride solforosa, il monossido di carbonio, le diossine, i metalli pesanti, con un sistema che interviene a valle della combustione. Negli anni più recenti sono stati introdotti anche sistemi di controllo durante la combustione, sistemi che si attivano per limitare la formazione di determinati inquinanti (monossido di carbonio, diossido di azoto, idrocarburi incombusti e le stesse diossine). Ma nonostante questo, una certa quantità di inquinanti viene comunque scaricata in atmosfera, e ciò avviene soprattutto durante i malfunzionamenti. Ma non solo, ci sono anche particelle che i filtri, per quanto possano essere moderni ed avanzati, non sono in grado di trattenere: le nanoparticelle. Particelle molto piccole, al di sotto del micron, pericolose perchè una volta respirate l’organismo umano non è in grado di espellerle e possono entrare nei tessuti, nel sangue e negli organi.

Gli inquinanti sono immessi in particolare durante i malfunzionamenti, è dunque fondamentale avere sistemi di monitoraggio e di controllo moderni ed efficienti, ma non basta comunque a dare garanzie, prima di tutto per le nano particelle che sfuggono comunque. Inoltre, dato che lo spegnimento e il successivo avviamento dell’impianto hanno dei costi, e il gestore farà di tutto per rientrare nelle soglie consentite per legge e nei limiti previsti senza spegnere l’impianto, ma in corso. Perché questo, oltre ai costi per il nuovo avviamento, genera una mancata produzione energetica. E questo ovviamente dà meno garanzie di “blocco immediato” della fuoriuscita inquinante.

È dunque fondamentale che gli impianti in esercizio siano moderni, tecnologicamente avanzati sia dal punto di vista della combustione che dei sistemi di filtraggio e monitoraggio. E che ci siano una corretta e attenta gestione ed una supervisione super partes, sia della combustione che delle anomalie di funzionamento.

Detto tutto questo si capisce bene come la termovalorizzazione non possa essere la scelta per risolvere le problematiche della gestione dei rifiuti: non lo è dal punto di vista della salute, non lo è dal punto di vista delle emissioni dei gas serra, non lo è per abbandonare del tutto le discariche, non lo è per la creazione di posti di lavoro. Ci sono già molte realtà in Italia che hanno intrapreso strade diverse: le strade del porta a porta, dell’economia circolare che ricicla, recupera, riusa e parte dalla riprogettazione dei prodotti non riciclabili o non recuperabili, la strada dei rifiuti ridotti progressivamente allo zero.

Ovvero una raccolta differenziata che arriva già in alcune realtà virtuose anche al 80%, 90% e dove i Comuni e gli Ammistratori si impegnano e lavorano per abbattere parte di quel 10% -20% finora non raggiunto.

Questa è la scelta migliore per frenare i cambiamenti climatici, per offrire garanzie maggiori di salubrità di aria e acqua, per la salute di tutti e per ottenere più posti di lavoro. Dismettere non solo gli inceneritori, ma anche i termovalorizzatori, perchè l’obiettivo è non averne più bisogno, di non aver bisogno fin d’ora di bruciare le quantità che stiamo bruciando adesso, ovvero attuando subito tutte le strategie che il rifiuti zero comporta. E nel frattempo avere le migliori tecnologie e le migliori procedure di controllo e super visione per gestire quelli esistenti. Di certo non realizzarne di nuovi, proprio perchè questa non è la strada.

Di seguito le opinioni di Mario Tozzi e Paul Connett.

Video Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e saggista.

Video Paul Connett, scienziato statunitense. Professore di chimica e tossicologia (St. Lawrence University) e attivista ambientale:

Altre Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/23/diritto-alla-salute-quali-verita-dietro-gli-inceneritori-di-nuova-generazione/2988622/

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

Elisa Poggiali

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