Inchiesta sulla Caccia: incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Una nuova puntata dell’inchiesta di People For Planet sul mondo della caccia.

Franco Perco – già direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (2010-2016) – ambientalista da una vita, ha cofondato il WWF di Trieste e del Friuli Venezia Giulia. A lui si deve ad esempio la reintroduzione dei caprioli e cervi nel parco nazionale D’Abruzzo. E’ un cacciatore.

“La caccia ha senso nel momento in cui non distrugge tutto – dice – ma conserva le specie cacciate. La legge però non è adeguata a questo scopo. La legge ‘cornice’ 157 è un compromesso del 1992 tra ambientalisti e cacciatori, dove i cacciatori hanno perseguito soprattutto l’obiettivo di avere molte specie da cacciare e poche regole, mentre gli ambientalisti quello di limitare i periodi e le specie di caccia. Risultato: una legge inadeguata che non prevede, come sarebbe d’obbligo, di conoscere l’entità del patrimonio faunistico: non c’è obbligo di censimenti ed è un errore clamoroso. Inoltre, il numero di cacciatori ammessi è troppo alto, e non corrispondente alla fauna prelevabile”. La legge pone un tetto al numero animali uccelli migratori cacciabili, ma non al numero di cacciatori: questo crea un evidente frustrazione, in qualche modo invogliando a infrangere le regole.

Un altro grosso problema sono le zone di caccia, i cosiddetti ATC, o Ambiti Territoriali di Caccia. Sono proprietà private o pubbliche che dovrebbero essere gestite insieme da cacciatori e agricoltori (60%) ambientalisti (20%) e rappresentanti dei Comuni coinvolti (20%). Ma sono nei fatti composti da soli cacciatori (o quasi), che lavorano per l’esclusivo bene della categoria e senza controlli: “Hanno estensioni a volte enormi e questo non consente una loro gestione efficace – continua Perco – I cacciatori dovrebbero essere organizzati in piccoli gruppi, e gestire un piccolo ATC che possano sentir loro e rispettare”.
Oggi in definitiva lo Stato ha lasciato le briglie sciolte alle Regioni, che a loro volta hanno passato la palla agli ATC e la situazione ha tecnicamente milioni di difetti. “Per dirne un altro: secondo l’articolo 842 del codice civile, un proprietario terriero non può impedire a un cacciatore con i documenti in regola di entrare nel suo fondo per cacciare. La proprietà del fondo è insomma svincolata dai diritti di caccia, e questo è contrario a tutto il resto d’Europa”.

Arriviamo al dunque: come si controlla, oggi, il sovrappopolamento, ad esempio l’attuale emergenza di cinghiali? “Come tendenza non si fa nulla per rimediare al problema sovrappopolamento – risponde Perco -. I cacciatori sono felici dell’abbondanza di selvaggina, gli ambientalisti preferiscono invece aspettare che il sistema imploda sperando che porti con sé tutti i cacciatori, mentre lo Stato, o le Regioni, come detto, spesso non controllano neppure che gli ATC siano almeno due per provincia, cosa che nei fatti non sempre succede, e che è contro la legge”.

Perco è un cacciatore, ma non difende affatto la categoria: “Le valli venete sono un caso clamoroso. Sono zone da pesca con un livello dell’acqua ottimale per l’allevamento del pesce. Ma ormai ci si pesca di meno: molto più proficuo affittare ai cacciatori le botti che usano come appostamenti per sparare alle anatre, attirate da anatre domestiche o da ‘stampi’ (finte anatre in plastica)”. Una botte affittata può rendere fino a 50mila euro all’anno e comportare abbattimenti mostruosi di anatre selvatiche, fino a 200 esemplari al giorno per cacciatore. Senza un reale controllo, si possono abbattere anche specie protette, e si continuano a usare munizioni che spargono sostanze tossiche – il piombo – che va a disperdersi nelle acque, entrando nella catena alimentare. Ecco chiarito perché l’ambientalismo preferisce far catturare i cinghiali con trappole e recinti, e tende a favorire addirittura l’agricoltura, e gli allevamenti, piuttosto che ammettere la caccia, anche selettiva.

Tuttavia, alcune Aziende Faunistico Venatorie fanno spesso un lavoro prezioso. “Le parlo di Miemo, in Toscana, una tenuta che conosco bene. Era una zona abbandonata, in cui la zootecnia aveva distrutto tutto il bosco -, racconta Perco – Poi per motivi economici la gente era scappata. La proprietà venne rilevata da un privato (Ugo Baldacci) che partì con l’idea di riqualificare faunisticamente zone marginali producendo selvaggina, ungulati per la precisione. Iniziò a ripiantare il bosco, fece coltivazioni a perdere, aprì la macchia, piantò essenze con frutti e introdusse anche alcune specie: il muflone, il capriolo e il cinghiale. Poi il lupo e il cervo sono arrivati da soli. Oggi il territorio è mantenuto anche paesaggisticamente e contiene felicemente questi ungulati, oltre a molte altre specie, comprese alcune protette”.

INDICE INCHIESTA CACCIA

Emergenza cinghiali: aprire la caccia o non aprire la caccia?

Incontriamo un cacciatore

Incontriamo un’associazione ambientalista, il WWF

Incontriamo un esperto di conservazione

Incontriamo l’ambientalista-cacciatore

Caccia, agricoltori: “Diventiamo bracconieri per necessità!“

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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