Incorruttibile come i santi e i demoni

Nei giorni della corsa all’oro, l’est famelico inseguiva la gloria e si lanciava alla conquista delle terre di frontiera, lasciando al suo passaggio solo terra bruciata e polvere. Le acque del Mississippi ne furono testimone; a volte sollievo, altre oblio di sangue e disperazione. La California resta un sogno, ultima vera spiaggia di assolata bellezza, fuoco, se pur fatuo, di rinascita e redenzione.

Mark Twain e Le avventure di Huckleberry Finn raccontano lo spirito di quel tempo, e con grazia irriverente ne trasfigurano la lotta: il giovane Huck, autentico e incontenibile, resiste alla stretta oppressiva del nuovo e incomprensibile ordine dandosi alla fuga insieme allo schiavo di colore Jim; dal Missouri all’Arkansas, passando per l’Illinois e il Kentucky, lungo le rive del Mississippi corre quell’anelito di libertà che avrebbe segnato un’epoca intera, e oltre: un certo Ernest Hemingway avrebbe poi scritto che «Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn. È il miglior libro che possediamo. Non c’era niente prima. E non c’è stato niente di altrettanto buono, dopo».

Nel 1854, però, Henry David Thoreau, dopo ben sette riscritture, si concedeva finalmente un sorriso alla pubblicazione di Walden ovvero Vita nei boschi, anticipando di trent’anni l’uscita de Le avventure di Huckleberry Finn, del 1884. Non riconoscendosi nei valori del pensiero dominante e insofferente alle sue espressioni, il ventottenne Thoreau, il 4 luglio del 1845, nel giorno della Dichiarazione di Indipendenza, lasciava la sua abitazione di Concord, nel Massachusetts, e si stabiliva per i successivi due anni, due mesi e due giorni in una capanna sulle sponde del lago Walden, nel tentativo di avvicinare quella verità che sostanzia la vita al suo estremo limite, essenzialità e solitudine, nella più sincera delle cornici, la natura. Thoreau, con ogni probabilità, quando ebbe tra le mani la prima copia del suo libro non immaginò come con quelle pagine stesse per tracciare un punto di non ritorno; Walden, ma anche il precedente Disobbedienza civile e il postumo Camminare, diverranno infatti tra i testi di riferimento della controcultura statunitense prima ed europea poi: ciò che si innescò con la Beat Generation e proseguì sul filo del rasoio della contestazione, dell’alternativa, in una parola della resistenza, deve tanto al filosofo, scrittore e poeta che sentì forte il richiamo del bosco.

Resistenza, ovvero «L’azione e il fatto di resistere, il modo e i mezzi stessi con cui si attuano», recita l’Enciclopedia Treccani. Resistono Huck e Jim, resiste Thoreau; ma in definitiva, viene da chiedersi, a che cosa si resiste?

Una sensibilità e un pensiero avranno sempre consistenza minoritaria al cospetto di un potere maggioritario per sua stessa definizione. Un potere che organizza, stratifica e produce, come più gli conviene, un senso, una direzione. Proliferano i discorsi del potere, prolifera la sua verità, che si declina in dottrina, cultura, storia. È un blocco, il potere. Che non cede. Ma che presenta in superficie, suo malgrado, crepe, incrinature, zone d’ombra. Qualcosa si muove contro la logica di sistema, e reclama la sua parte. Questione di resistenza; o, a ben vedere, questione di sopravvivenza. Si tratta, in fondo, di trovare le proprie vie di fuga.

La città condensa in sé la quintessenza della modernità. L’efficienza nella coesistenza. E il fallimento: cresce la marginalità di fianco allo sviluppo economico e industriale. I fumi della città annebbiano le coscienze, il ritmo della produttività sfigura in frenesia, le passioni impoveriscono, gli affetti intristiscono. Huckleberry e Thoreau: si fa largo un desiderio di purezza, semplicità, essenzialità.

È così che in tanti oggi si allontanano dalla città. C’è chi decide per un fine-settimana in campagna, in montagna, sia pure in agriturismo; chi si attrezza per un’escursione; altri programmano le proprie vacanze con largo anticipo, assicurando verde ristoro al corpo e allo spirito. Brevi parentesi. E c’è qualcuno che, invece, si muove per un più corposo ritiro: non mancano casi in cui, presa in esame la propria vita, ci si convince per un suo rivolgimento. Le scelte sono a volte sofferte, ragionevoli i dubbi e poche le certezze; ma si va, e può capitare di non tornare indietro. Felici, naturalmente.

Devis Bonanni, giovane friulano ventinovenne, nato e cresciuto in montagna, sin dai tempi delle scuole superiori cullava il desiderio di dare concretezza alle sue idee di decrescita felice; nel 2006, sulle Alpi Carniche, rimette mano al terreno di famiglia, e da allora, passo dopo passo, abbandonato anche il lavoro di tecnico informatico, fonda l’ecovillaggio Pecoranera, un progetto di riavvicinamento alla natura che prevede la coltivazione della terra per autosufficienza alimentare. Devis riduce al minimo ogni impatto ambientale; non contempla alcuna forma di spreco; conosce il prezzo della fatica e la scarsità delle risorse. Ha con sé una compagna e degli amici, con cui condivide soddisfazioni e delusioni, albe e tramonti, come racconta in Pecoranera. Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura, del 2012, e nel più recente Il buon selvaggio. Vivere secondo natura migliora la vita, del 2015.

Titoli questi che sembrano avere una certa assonanza con Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna, di Paolo Cognetti. Vincitore con Le otto montagne dell’edizione 2017 del Premio Strega, Paolo ha però seguito un percorso diverso da quello di Devis Bonanni; intorno ai venti anni infatti lo scrittore perde il suo rapporto con la montagna, si immerge nelle viscere della città in cui vive, Milano, e ne riesce frastornato dopo qualche anno: il lavoro non entusiasma, anzi; poche le letture, difficile scrivere; e quando poi anche l’amore finisce, se capita di vedere al cinema Into the Wild, ecco, il cortocircuito è servito. Paolo avverte un impulso. Ricorda bene la strada. Torna in montagna. Nella baita di Val d’Ayas, in Valle d’Aosta, il cane, un quaderno e gli amati Ernest Hemingway e Rigoni Stern, uomini che sotto le fronde degli alberi hanno combattuto la guerra, ricercato la pace. E che ne hanno scritto. Così Paolo, a suo modo, contro i propri fantasmi, per ritrovare quel ragazzo selvatico nella silenziosa intimità dell’essenziale, nella solitudine impreziosita da amicizie semplici, e sincere. «Questo libro è per Gabriele e Remigio, i miei maestri di montagna. E alla memoria di Chris McCandless, spirito guida».

Già, Chris McCandless. Il solo suono del cui nome suscita commozione. Meglio conosciuto come Alexander Supertramp, ne ha narrato la storia per la prima volta, negli Stati Uniti, Jon Krakauer, con un libro del 1996, Into the Wild, tradotto in Italia appena un anno dopo e reso universalmente noto nel 2007 dalla omonima splendida trasposizione cinematografica dell’attore e regista Sean Penn. Christopher McCandless, nel 1990, a ventidue anni, si laurea in Storia e Antropologia all’Università Emory, ad Atlanta, in Georgia, e nell’aprile del 1992, ribattezzatosi Alexander Supertramp, intraprende un viaggio che dall’ovest d’America lo porterà in Alaska, nel parco nazionale di Denali, dove nel settembre dello stesso anno, tra i rottami di un autobus – il Magic Bus, così chiamato dallo stesso Chris, come riportato negli appunti ritrovati all’interno del veicolo – sarà rinvenuto cadavere. Tante le supposizioni, più o meno verosimili: potrebbe essere morto di fame, o per avere ingerito una bacca velenosa; oppure, ancora, per le conseguenze di una ferita a un braccio. Poco importa. Ciò che in questa triste vicenda, parabola ascendente, stupisce, è il graduale ininterrotto disperdere alle proprie spalle il superfluo, l’artificio, la sovrastruttura – Chris dona in beneficenza i suoi risparmi; si libera della sua vecchia auto, della chitarra, del rasoio; rifiuta l’amore –, quasi come se Alexander Supertramp fosse inesorabilmente proteso verso un’indistinta incontaminata zona di purezza assoluta, da ritrovare, nelle sue intenzioni, nelle terre più selvagge.

E forse un cerchio si chiude, nel momento in cui, nel film, Chris parafrasa il Thoreau di Walden: «Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia… datemi solo la verità».

L’attore, regista e drammaturgo Riccardo Reim definì il «fauno selvatico dall’inviolabile innocenza» Huck, «incorruttibile come i santi e i demoni». Un’espressione che sembra tanto più adatta per Chris McCandless, Alexander Supertramp. Che si ispirò a Thoreau, come Paolo Cognetti e Devis Bonanni. Che dalla visione di Into the Wild trassero spinta e vigore, nuova linfa.

E allora il cerchio, incorruttibile come i santi e i demoni, qui, alla fine, si chiude per davvero.

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Citazioni:

  • www.progettopecoranera.it
  • Pecoranera. Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura, Devis Bonanni
  • Il buon selvaggio. Vivere secondo natura migliora la vita, Devis Bonanni
  • Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna, Paolo Cognetti
  • Le otto montagne, Paolo Cognetti
  • Into the Wild – Nelle terre selvagge, film diretto da Sean Penn
  • Into the Wild, Jon Krakauer (trad. it. Nelle terre estreme)
  • Huckleberry Finn e la nascita della letteratura americana, Riccardo Reim (è uno scritto che si trova nell’edizione Newton de Le avventure di Huckleberry Finn)Fonti (Incorruttibile come i santi e i demoni)
  • Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain
  • Verdi colline d’Africa, Ernest Hemingway
  • Walden ovvero Vita nei boschi, Henry David Thoreau
  • Disobbedienza civile, Henry David Thoreau
  • Camminare, Henry David Thoreau
  • Voce Resistenza, Enciclopedia Treccani

 

Antonio Scerbo

Antonio Scerbo

Si occupa di comunicazione scientifica e scrive articoli per la rivista di una casa editrice

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Antonio Scerbo

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