#IoLavoroConLaMusica – Roma è in vendita: ecco perché abbiamo una musica senza tetto

Intervista al cantautore Pino Marino: “Anche per entrare nel giro delle grandi produzioni devi andare a pescare in un sottosuolo di competenze che si sono formate con il cappio al collo”

C’è Manuel Agnelli, in primo piano. Si staglia – come un poeta romantico sulla scogliera – contro la facciata del Duomo di Milano, in una immagine iconica perfetta. A caduta, dietro e intorno a lui, altre figure erette e orgogliose. Sono i lavoratori della musica. Quelli che, a ogni titolo, danno forma, motivo e parole al respiro che accompagna la nostra vita

Autori, fonici, attrezzisti, piccoli produttori musicali, cantanti, arrangiatori, suonatori di oboe, chitarra, piano, creativi, tecnici, amministrativi, organizzatori e mille altre figure che non conosciamo, non immaginiamo, la cui funzione probabilmente non siamo in grado di afferrare.

#iolavoroconlamusica è l’hashtag e, a quel punto, la domanda non può che emergere con forza: sì, ma cosa vogliono, questi lavoratori della musica? Riconoscimento? Fondi? Tutele? E, nel caso, in quali forme?

“Non ho lavoro… quindi non ho paura di perdere il lavoro” cantava Pino Marino quindici anni fa, all’interno di un album dal titolo evocativo, “Acqua, luce e gas”. La situazione non sembra variata di molto, nonostante la strada percorsa dai singoli – lui per primo – dal 2005 ad oggi.

“I musicisti che oggi si sono esposti in prima linea hanno effettivamente attratto l’attenzione – racconta Pino. – E certo non hanno bisogno di riconoscimento. Manuel è un personaggio televisivo, non ha questioni lavorative, se non artistico-culturali, da sottoporre in prima persona. Ma dietro i Daniele Silvestri, i Manuel Agnelli, a salire e a scendere, c’è un ecosistema, una quantità di gente che lavora”.

Ma l’origine della questione dove risiede?

“Il problema nasce molto prima di quando, poi, diventa manifesto. In Italia non c’è considerazione per le produzioni indipendenti. 

Facciamo un esempio concreto?

“Facciamo l’esempio di Roma.
Roma, che è sempre stata disposta a spendere per riempire le sue vetrine espositive – citiamo un evento: Paul McCartney al Colosseo – compra prodotti, fa shopping, cura l’apparenza. 
Ma in quella stessa vetrina espositiva, gli altri nove eventi su dieci nascono da un percorso non visto. Un percorso che prevede che ci sia un sacco di gente che guadagna 20 euro in nero, gente che lavora sentendosi dire «per ora lavora gratis e poi quando arrivano i soldi ti pagherò».
Questo è il percorso che porta a riempire quella vetrina, che però non solo sistematicamente non sostieni come potresti, ma che addirittura abbatti, ostacolandolo e impedendolo.” 

Tu sei stato tra i fondatori dell’Orchestra di Piazza Vittorio, del Collettivo Angelo Mai, hai partecipato al progetto Teatro Valle occupato, realtà che hanno funzionato. Come si osteggia, o addirittura abbatte – come dici tu – questo percorso creativo?  

“In realtà, fin dal primo giorno è stata dura. Angelo Mai: durante la sindacatura Veltroni abbiamo avuto l’assegnazione di uno spazio perché l’attività aveva già portato 150 mila iscritti, nomi importanti del cinema venuti a far lezione e molto altro.
Quando fai questo, la Cittadinanza ne gode e così tu, di fatto, stai fornendo un servizio al territorio. 
Il posto assegnato – non occupato – che Veltroni aveva dato all’Angelo Mai nel parco di San Sebastiano prevedeva 150 mila euro a carico del Comune e il resto a carico nostro.
Ma i 150 mila euro non sono mai arrivati.

Perché?

“Perché per 3 anni i Beni Culturali hanno dovuto spazzolare un muretto (che poi noi abbiamo recintato e messo in luce perché fosse valorizzato e preservato). Indovina: il costo per quella attività dei Beni Culturali è stato di…”

…150 mila euro?

“Esatto. Da quel momento, abbiamo dovuto fare tutto a carico nostro. Ma se tu assegni un parco, ovviamente, il luogo non è pronto.
Il teatro lo abbiamo costruito noi, facendo per due anni concerti gratis. Lo abbiamo tirato su pezzo pezzo, per 10 anni. Nel frattempo, c’era una vera e propria battaglia tra chi osteggiava e chi sosteneva l’Angelo Mai. Perché era uno dei pochi luoghi che produceva cultura: spettacoli che sarebbero andati in giro in Italia e in Europa.
Mariangela Gualtieri, quando viene a Roma, sta all’Angelo Mai. Massive Attack idem. Tutta questa roba, che va da un estremo all’altro, è lì. Tanta produzione teatrale è nata lì. Con allestimento, con vitto e alloggio, con la possibilità di produrre.
Ma se tu Roma non fai lo sforzo, non hai la grammatica, non costruisci i tecnici in grado di produrre… il meccanismo si blocca. E allora, se non sai o non vuoi fare, almeno metti anche un po’ di cappello ma lascia fare. Perché non soltanto non stai sostenendo ciò che poi riempirà le tue vetrine, ma lo stai ostacolando”.

Che fine ha fatto la sede originaria dell’Angelo Mai?

“Via degli Zingari. Sono entrate le ruspe, hanno buttato giù tutto e poi è rimasto così. Non ci hanno fatto nulla. E noi avevamo costruito il presidio medico gratuito per il quartiere e per chiunque non riuscisse a provvedere diversamente; curavamo la formazione di professionalità legate allo spettacolo, accoglievamo concerti da e per tutta Italia”. 

 Il Teatro Valle. Cosa è successo?

“Il Teatro Valle non riusciva più a mantenere se stesso e a un certo punto fu costretto a chiudere. Elio Germano, tra i primi, disse: questo è il teatro più antico della città. Facciamoci qualcosa noi!
Gifuni, Paolo Rossi… tutti hanno fatto cose in uno spazio rimesso a posto e tenuto da ragazzi. Cresciuto con l’amore del quartiere, con i vicini che cucinavano e portavano da mangiare.
Per regolarizzarne la posizione giuridica subentrarono Stefano Rodotà e Ugo Mattei. Nacque quindi la scrittura della Fondazione Valle, per elevare il progetto a luogo di interesse nazionale, nave scuola per la formazione di maestranze, drammaturgica. Una struttura in grado di mantenersi da sé, di rappresentare una eccellenza che chiunque avrebbe potuto frequentare e visitare.
Il progetto non fu accettato.”

Perché?

Perché Roma è in vendita. E va mantenuta acquistabile
Quando ne parlammo al Sindaco Marino, lui rispose: «aiutateci voi a difendere i nostri posti». 

Una dichiarazione di fragilità istituzionale disarmante

“Il profitto – o potenziale profitto – discende proprio da un’opera di congelamento, di impedimento delle iniziative popolari di produzione culturale. Che nemmeno il Sindaco della Capitale sembra avere il potere di scardinare.
Anche per entrare nel giro delle grandi produzioni devi andare a pescare in un sottosuolo di competenze che si sono formate con il cappio al collo, ragazzi che hanno studiato e lavorato vendendo la macchina e andando a piedi, o non pagando l’assicurazione sperando di non essere fermati. Poi sono quelli che – improvvisamente – fanno i costumi, fanno le scene e scrivono. 

Ecco dove nasce quel buco nero per il quale ci troviamo a manifestare oggi.
Se quella formazione la proteggi, la curi, non la affossi, la trovi poi nel tuo prodotto con la capacità anche di diventare indotto.
Questo crepaccio diventa oggi esteticamente rappresentato dal vestito nero in piazza, dai volti noti che si espongono in prima persona”.

Chi è l’interlocutore, dunque, a cui vi rivolgete? E cosa chiedete, di fatto?

“L’interlocutore è chi oggi sta scrivendo i decreti. Perché va normato un ambito che altrimenti procede per iniziative individuali. Se un locale ti offre 40 euro per suonare, tu – singolo – puoi andare o non andare. Ma magari non hai la forza economica di rifiutare. Vanno normati gli importi, le fasce di retribuzione, la divisione dei ruoli e le competenze. Perché sennò è inutile parlare di emersione dal sommerso.

È criminale proporre certi importi di retribuzione. E lo è anche accettarli. Ma lo diventa meno, nel secondo caso, quando la resa è giustificata da una estrema difficoltà.
Di fronte a tutto questo, è evidente che poi in Italia non si produca più. E non produrre più significa aspettare che esca il prossimo personaggio televisivo, disegnato su misura per quel momento, sfruttarlo finché va per poi gettarlo via”.

Come si inverte la tendenza?

“Il tessuto culturale, le strutture non si costruiscono improvvisando sulla necessità del momento. Non può risolversi nel vendere i cocomeri d’estate o gli ombrelli quando piove. C’è bisogno di regolamenti, proposte, e di un interlocutore tecnico istituzionale preparato che sappia tradurre in norme (e solo poi in politiche) un ambito di produzione che, così, ad oggi, è abbandonato a se stesso.

Il primo passo?

Riconoscimento dei luoghi. I luoghi nazionali.
Perché, senza luoghi, le idee si perdono. Senza luoghi, non ci sono neanche le persone. 
Dentro quei luoghi nascerà ciò che esporrai nelle tue vetrine tra dieci anni.
Ma sarà già tuo, oggi, qui, ora. Perché lo avrai permesso tu.
Da quel momento in poi, nascerà e discenderà tutto il resto”.

Luoghi, Norme, Idee e Persone.
#iolavoroconlamusica

In cover Pino Marino – Foto di Niccolò Caranti – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Valeria Biotti

Valeria Biotti

Giornalista, autrice satirica, speaker radiofonica, vignettista, scrittrice, cantante. Ha al suo attivo collaborazioni con parecchie testate, tra cui Il Fatto Quotidiano e Pubblico. Attualmente scrive sul Corriere dello Sport e trasmette ON AIR sui 104.200 FM di Retesport.

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Valeria Biotti

Valeria Biotti

Giornalista, autrice satirica, speaker radiofonica, vignettista, scrittrice, cantante. Ha al suo attivo collaborazioni con parecchie testate, tra cui Il Fatto Quotidiano e Pubblico. Attualmente scrive sul Corriere dello Sport e trasmette ON AIR sui 104.200 FM di Retesport.

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