Isolati in Paraguay tra gli indigeni (a rischio Covid), scoprono la pandemia e rimangono bloccati

La storia di Edoardo Ferri e Giuliano Franco Occhipinti

Partiti per il Paraguay per documentare la vita dei popoli indigeni della regione del Chaco, Giuliano ed Edoardo sono vissuto isolati dal resto del mondo senza sapere degli sviluppi del Coronavirus fino a metà marzo. Rientrati nella capitale Asunción, scoprono la pandemia. Da lì, il lungo calvario per rientrare in Italia. L’allarme che lanciano è però un altro: come faranno gli indigeni a fronteggiare la pandemia?

Appena ventenni, curiosi del mondo, delle sue diversità e dei suoi popoli, Edoardo Ferri (Lodi) e Giuliano Franco Occhipinti (Bologna) sono due giovani reporter, che, in questo momento, mentre scriviamo, stanno rientrando in Italia. Forse. Ad aiutarli? Non la Farnesina, ma l’ambasciata francese. 

La doppia marcia della Farnesina: rimpatri veloci dai paesi ricchi e influenti, rimpatri lenti dai paesi poveri come il Paraguay

“Roma finora ha riportato indietro più cittadini di tutta la Ue, 72 mila” dicono dalla Farnesina, ma sono circa 7mila gli italiani bloccati ancora all’estero dall’inizio della pandemia a causa dei voli bloccati, oppure, quando disponibili, inaccessibili perché a prezzi triplicati. Il ministero guidato da Luigi Di Maio ha compiuto 500 diverse operazioni per riportare con aerei di linea e aerei commerciali i nostri concittadini da 105 Paesi, sforzo lodevole, che però non è bastato. 

“La Farnesina ha messo a disposizione dei voli per rimpatriare gli italiani, ma dai Paesi più ricchi e con più peso politico, come il Brasile e l’Argentina – spiega Edoardo – Paesi come Paraguay, Uruguay e Ecuador non sono stati presi granché in considerazione”. Perciò, nonostante le comunicazioni costanti con il numero verde della Farnesina, alla fine, per tornare, si sono “intrufolati” tra i francesi rimpatriati dall’ambasciata fracese: il loro volo, infatti, prevede scalo a Parigi. Se tutto è andato bene, in questo momento dovrebbero essere in viaggio, e, forse, domani saranno rientrati in Italia, dove li attende la quarantena obbligatoria di 14 giorni, come da prassi. La loro preoccupazione è però rivolta agli indigeni del Chaco.

Il Chaco, il “museo verde” e il rischio dell’epidemia

La regione del Gran Chaco, dal Paraguay si estende in Argentina, Bolivia e Brasile: una pianura grande quattro volte l’Italia e abitata da 25 popoli indigeni. Vivono in piccole comunità disperse in un territorio immenso, il “museo verde lo chiamano”, caratterizzato da un clima inospitale e anche perciò inaccessibile. Ogni popolazione conserva tenacemente un patrimonio di tradizioni, riti, capacità artigianali e idiomi, per un totale di almeno 10 lingue diverse. Le comunità indigene, già in condizioni normali dimenticate dallo Stato, sono oggi più a rischio che mai. Oltre all’isolamento dal punto di vista della comunicazione, l’area del Chaco si raggiunge solo via terra: le strade, a causa delle frequenti piogge, sono spesso inagibili e quindi ci si arriva solo via fiume. Lo abbiamo visto, il Coronavirus viaggia più velocemente delle persone, degli studi e delle comunicazioni, se dovesse arrivare lì, le popolazioni indigene, con quali aiuti e supporti potrebbero affrontare la pandemia?

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

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