Italiani depressi e neri coraggiosi

Contro lo sconforto e la paura una storia di libertà e coraggio – Seconda parte

Vedi la prima parte qui

Scartammo l’idea di incollare i peli della barba di William sul mio viso. L’idea ci fece ridere ma non era attuabile: viaggiando seduti vicini ad altri viaggiatori il trucco sarebbe stato visibile. Dovevamo escogitare qualche cosa d’altro.

Poi fummo sopraffatti da tutte le difficoltà che avremmo incontrato e che parevano insormontabili: non sapevamo nulla della strada che avremmo dovuto percorrere per arrivare al nord. Una volta arrivati a Savannah forse saremmo potuti salire su un piroscafo… Ma quanto sarebbe costato il biglietto? Quanti giorni sarebbe durato il viaggio? Quanto avremmo speso per mangiare? Sarebbe stato necessario fermarsi in un albergo per dormire? Come potevamo procurarci gli abiti adatti ad un padrone bianco?

Nei giorni successivi, con molta cautela, iniziammo a raccogliere informazioni.

Nella bottega dove William lavorava arrivavano a volte dei viaggiatori, e al mercato di Macon si incontravano schiavi che attendevano i loro padroni vicino all’albergo, girando tra i banchi della frutta, seduti sotto il portico o sdraiati a riposare sul fieno di una stalla insieme ai cavalli. William chiedeva loro da dove venissero e cercava di portare la conversazione sul percorso che avevano fatto, sul costo dei biglietti, sulle locande dove dormire.

A nord di Savannah c’era la grande città di Charleston, per arrivarci dovevamo prendere una nave…. Da lì bisognava prendere un’altra nave per Philadelphia, e lì finalmente saremmo stati fuori dal territorio schiavista, ma il nostro viaggio doveva poi continuare. La strada per arrivare in Canada era ancora lunga ma non avevamo trovato informazioni sul percorso che avremmo dovuto prendere da lì in avanti…

Un bianco molto malato

Poi un giorno trovammo la soluzione per nascondere il mio viso femminile.
Avrei finto di essere un bianco molto malato. Avrei cosparso il mio mento e il labbro superiore con un impiastro medicamentoso coperto da una fasciatura.
E per rendere ancora migliore il camuffamento decidemmo di procurarci un paio di occhiali. William riuscì a comprarne un paio con le lenti verdi.

Poi una schiava che avevo incontrato in un emporio di Macon, frequentato dai neri, mi raccontò il suo viaggio da Washington a Macon, insieme ai suoi padroni, che avevano dormito in un albergo. Riuscii a farmi descrivere l’albergo e con rammarico scoprii che era usanza firmare un registro per essere ospitati. E io non sapevo scrivere. Era vietato qualsiasi insegnamento per gli schiavi. La punizione per chi imparava era la frusta e i bianchi scoperti a insegnare dovevano pagare una multa di 250 dollari.

Ma anche per questo problema trovammo la soluzione: visto che ero un bianco molto malato avrei avuto anche il braccio e la mano destra avvolti in bende e medicamenti.

Dovemmo lavorare sodo per mesi per ottenere dai nostri padroni il permesso di assentarci per due giorni per fare visita a mia madre, poco prima di Natale. Così avremmo avuto un po’ di tempo prima che la nostra fuga venisse scoperta e iniziassero a darci la caccia. Ma non avevamo idea di quanti giorni avrebbe impiegato l’allarme a diffondersi e quanto lontano sarebbe arrivato.

Andiamo!

Avevamo racimolato 107 dollari, una cifra enorme per due schiavi. Avevamo nascosto i miei vestiti da uomo nella mia stanza, dentro un comò che William aveva costruito per me, avevamo comprato un barattolo di Opodeldoc, un intruglio estremamente puzzolente fatto con sapone, alcool, acqua, canfora, artemisia e rosmarino. Avevamo gli occhiali con le lenti verdi… eravamo pronti a gettarsi in quella folle avventura!

Il 21 dicembre 1848, prima dell’alba, uscivamo dalla mia stanza, io già vestita da uomo bianco malato. La grande casa era ancora immersa nel sonno. Quando arrivammo alla porta che dava sul retro io fui colta da un’ondata di terrore e scoppiai sommessamente a piangere. Nella mia testa correva l’orrore di quel che avremmo dovuto subire se ci avessero presi. William mi abbracciò e mi tenne contro il suo corpo. Dopo poco mi ripresi e dissi: “Andiamo!”

Impiegammo più di un’ora a raggiungere a piedi la stazione di Macon. Avevo il sangue che mi batteva in testa mentre compravamo i biglietti per il treno.

Salimmo accomodandoci in uno degli scompartimenti del quarto vagone.
Attendevamo con ansia il momento della partenza. Per raggiungere Savannah avremmo percorso più di 200 chilometri, quasi 8 ore di viaggio.
Essere arrivati su quel treno ci sembrava già un miracolo.
Poi mi si gelò il sangue quando vidi che sulla banchina c’era il falegname per il quale William lavorava. Anche lui lo vide. Il falegname avanzava lentamente guardando dentro ogni scompartimento del treno, come se cercasse qualcuno. Cosa era successo? Possibile che la nostra fuga fosse già stata scoperta? William si schiacciò contro la parete della carrozza. Ora il falegname era a due scompartimenti dal nostro, pochi metri e avrebbe guardato noi. Il mio cuore non batteva più. Poi sentimmo il fischio della locomotiva  e il treno partì.

Poco dopo un bianco si sedette di fronte a me. Ero ancora scossa per il passato pericolo ma mi resi conto che un’altra minaccia era incombente. Riconobbi l’uomo, era il signor Cray, un amico di famiglia degli Smith che mi conosceva fin dall’infanzia; due sere prima aveva cenato con i miei padroni alla villa, e io lo avevo servito. Mi avrebbe riconosciuto?
Poco dopo la partenza il signor Cray si rivolse a me dicendo: “È una splendida mattina!” Avevo paura che se avessi parlato lui avrebbe riconosciuto la mia voce. Feci finta di non sentire e continuai a guardare fuori dal finestrino.
Il signor Cray ripeté la domanda e allora io decisi di fingermi sorda e di non poter parlare a causa della fasciatura. Mi girai verso di lui e indicai il mio orecchio con l’indice della mano sinistra, scuotendo la testa. William capì al volo le mie intenzioni e parlò per me: “Il mio signor padrone è sordo, signore.”
Anche questo sotterfugio sembrò funzionare perché il signor Cray rinunciò a fare conversazione con me. Sentii alcuni altri viaggiatori commentare che era una grande menomazione essere sordi.
Il viaggio fino a Savannah continuò senza altre difficoltà. I bianchi parlarono animatamente dei soliti argomenti: negri, cotone e abolizionisti.

Arrivammo ​​a Savannah all’imbrunire

Una grande carrozza collettiva, tirata da 4 cavalli, una corriera, ci portò insieme ad altri viaggiatori fino ad una locanda dove tutti scesero per mangiare qualche cosa. Io restai sulla corriera per evitare rischi e William andò a prendermi un vassoio con una tazza di the e una fetta di torta di mele. Dopo un’ora la corriera ripartì e di lì a poco arrivammo al porto dove comprammo i biglietti e salimmo sul vaporetto diretto a Charleston, South Carolina.
Quando salimmo a bordo notai che il capitano dell’imbarcazione e gli altri passeggeri mi guardavano con sospetto. Mi ritirai subito nella mia cuccetta, William prese le bende e l’Opodeldoc e andò nella sala dove c’era una stufa per riscaldare le fasce cosparse di  unguento. Così ebbe modo di spiegare ai passeggeri che lo interrogavano che ero molto malato e che stavamo andando a Philadephia nella speranza di trovare una cura per i miei reumatismi. La puzza dell’Opodeldoc sembrò convincere i signori bianchi che ero veramente molto malato. Mentre William scaldava l’unguento in un pentolino uno dei passeggeri disse: «Che cos’hai lì?». Lui rispose: «Opodeldoc, signore».
Un uomo con una grande pancia commentò: «Questa puzza è sufficiente per uccidere venti uomini!».
William mi portò le bende intrise di Opodeldoc e poi andò a dormire sul ponte della nave, con gli altri schiavi. Per fortuna la notte era calda.

Consigli non richiesti

La mattina dopo uscii dalla mia cuccetta per andare a fare colazione assistita dal mio schiavo. Il capitano della nave si informò gentilmente sulla mia salute. Ebbi l’impressione che a causa della mia infermità provasse pena per me.
Mentre mangiavo William andò sul ponte. Il capitano allora mi disse: «Signore, lei ha un ragazzo molto attento; ma faccia attenzione quando arriverà al nord. Ora si comporta bene ma tutto potrebbe cambiare quando sarete in mezzo agli abolizionisti. Ho conosciuto persone che hanno perso i loro schiavi appena sono arrivati».
Prima che potessi rispondere un bianco con un panciotto ricamato con colori vivaci, il mento ispido, gli occhi iniettati di sangue e la bocca piena di pollo è intervenuto consigliandomi di vendere subito il mio schiavo. Me lo avrebbe comprato lui in cambio di buoni dollari d’argento.
Cercando di parlare con la voce molto bassa e profonda risposi: «Non voglio venderlo, signore, è uno schiavo fedele e non posso andare avanti senza di lui.»

Allorché quello esclamò: «Mi fa sempre impazzire sentire un uomo parlare di fedeltà dei negri. Non ce n’è uno che non taglierebbe la corda se ne avesse la possibilità!»
Un ufficiale dell’esercito, che viaggiava anch’esso con uno schiavo mi disse: «Mi scusi, signore, credo che lei rischi di rovinare il suo ragazzo. Ho sentito che gli ha detto grazie. Vi assicuro , signore, niente rovina uno schiavo così presto come dirgli grazie. L’unico modo per mantenerli al loro posto è farli tremare come foglie. Come ha visto quando parlo al mio scatta come un fulmine, e se non lo fa lo scortico a frustate».

Cambio di programma

Arrivammo il giorno dopo a Charleston, il molo era pieno di gente e scendemmo per ultimi dal vaporetto per paura di incontrare qualcuno che ci riconoscesse. Andammo all’ufficio del porto dove chiedemmo di comprare i biglietti per Philadelphia, ma scoprimmo che in inverno le navi passeggeri non facevano servizio. Comprammo allora due biglietti per Wilmington, North Carolina.

Il capo dell’ufficio chiese sospettoso chi fosse William. Lui rispose che era il mio schiavo. Dovevamo firmare il registro di viaggio e io dissi che avendo la mano dolorante non potevo scrivere: «Potrebbe registrarmi lei? Io mi chiamo William Johnson». Ma il capo dell’ufficio portuale disse che lui non avrebbe scritto nulla per me, perché non mi conosceva. Alzò la voce dicendo che non potevamo imbarcarci se non avevamo documenti per me e il mio schiavo. Proprio in quel momento entrò nell’ufficio l’ufficiale che aveva viaggiato con noi. Era lievemente alticcio ma questo non gli impedì di capire subito la situazione e senza pensarci su disse: «Io conosco bene quest’uomo!» Il giovane capitano del piroscafo diretto a Wilmington sentendo che l’ufficiale dichiarava di conoscerci  disse: «Mi prendo io la responsabilità di firmare il registro». Così ottenemmo il permesso di imbarcarci e io mi chiusi subito in cabina mentre William dormiva sul ponte.

Il treno per Richmond

Arrivammo a Wilmington il mattino successivo e lì prendemmo il treno per Richmond, Virginia.

Su quel treno c’era uno scompartimento riservato alle famiglie più agiate e agli invalidi e il capotreno mi fece accomodare lì, mentre William si dovette sistemare altrove. Nel mio scompartimento si sedettero anche un uomo molto ben vestito con un abito di flanella color cachi e le sue figlie che portavano ampi scialla di lana rosa. Mi interrogarono sulla mia malattia e sulla destinazione del mio viaggio e io dissi che soffrivo di reumatismi e che andavo a Philadelphia per curarmi. L’uomo parve preoccuparsi per il mio stato di salute, mi raccontò di conoscere bene la sofferenza che danno i reumatismi, mi consigliò un medico di sua conoscenza e mi regalò anche un piccolo libro, che presi ringraziandolo e poi misi subito nel panciotto senza aprirlo per il timore di sbagliarmi e guardarlo tenendolo al contrario.

A un passo dal traguardo

Poi mi offrirono da bere e da mangiare, e io accettai ringraziandoli. Vedendomi stanca le sorelle si tolsero gli scialli e ne fecero un cuscino. Mi invitarono a sdraiarmi e a usarlo per stare più comoda appoggiandoci la testa. Lo feci e finsi di addormentarmi. Quando pensarono che dormissi una delle sorelle disse: «Povera me, in vita mia non mi sono mai sentita così emozionata vicino a un gentiluomo!» Dentro di me tirai un sospiro di sollievo, evidentemente il mio camuffamento funzionava se riuscivo a passare per un uomo tanto bene da far innamorare una ragazza!

Arrivati a Richmond abbiamo dovuto cambiare treno e abbiamo raggiunto la costa poco oltre Fredericksburg dove abbiamo preso il piroscafo per Washington e poi ancora il treno fino a Baltimora, ultima città in territorio schiavista.

Ma quando stavamo per arrivare alla stazione è entrato nel nostro scompartimento il capotreno che mi ha detto che per continuare il viaggio oltre Baltimora dovevo esibire i documenti che provassero che lo schiavo che era con me era effettivamente mio. Io dissi che non avevo con me l’atto di acquisto del mio schiavo perché non pensavo di averne bisogno per raggiungere Philadelphia. Così arrivati alla stazione fummo accompagnati nell’ufficio del capostazione il quale ribadì che se non avevo l’atto di proprietà del mio schiavo non potevo proseguire perché se lo schiavo non era mio il legittimo proprietario poteva richiedere alla ferrovia di essere risarcito perché si era concesso a uno schiavo senza documenti di uscire dai territori schiavisti.

Liberi!

Io trovai il coraggio di rispondere con decisione che non potevano trattenermi. Ma intanto il terrore mi faceva tremare l’anima perché vedevo infrangersi il nostro sogno a un passo dal traguardo.
Nell’ufficio c’erano altri passeggeri che iniziarono a protestare dicendo che viste le mie pessime condizioni di salute il capostazione doveva lasciarmi proseguire il viaggio. La discussione andò avanti per alcuni minuti durante i quali non avevo il coraggio di guardare il viso di William per timore che la nostra disperazione trasparisse.
Poi il capostazione si mise le mani nei capelli dicendo agli altri passeggeri: «Non so proprio cosa fare! C’è un regolamento da rispettare!» Alla fine dopo altre insistenze da parte dei presenti accettò di lasciarci andare. Così salimmo sul treno per Philadefhia. Quando la campanella suonò annunciando la partenza, sospirai trattenendo le lacrime: forse ce l’avevamo fatta.
Erano le otto di sera. La mattina successiva arrivammo finalmente a Philadelphia. Era il giorno di Natale e noi eravamo liberi!

Post scritto
Ellen e William Craft non andarono in Canada. Entrarono in contatto con i gruppi antischiavisti, di Philadelphia e parteciparono a incontri pubblici del movimento raccontando la storia della loro fuga. E si sposarono ufficialmente.
L’anno successivo venne approvata dal Senato degli Stati Uniti una legge infame che prevedeva che gli schiavi fuggiti negli stati non schiavisti venissero arrestati e riconsegnati ai loro proprietari.
I Craft fuggirono allora a Londra, dove, nonostante il forte razzismo diffuso, poterono vivere del loro lavoro, William faceva il falegname, Ellen la sarta. Ebbero 5 figli.
Scrissero un libro sulla loro fuga: Correre mille miglia per la libertà. Questo libro ebbe un certo successo ed essi parteciparono a molte manifestazioni abolizioniste e tennero conferenze in diverse città. Nel 1870, dopo l’abolizione della schiavitù, tornarono negli Stati Uniti; con il denaro raccolto grazie all’aiuto del movimento antischiavista comprarono un podere di 1800 acri, a Woodville, Georgia, dove fondarono una scuola per neri la Woodville Co-Operative Farm School. La scuola dovette chiudere però nel 1878 per mancanza di fondi. William si recò per 3 volte in Africa, nel Dahomey (oggi Benin) dove fondò una scuola e sostenne altre iniziative per lo sviluppo sociale ed economico. Cercò anche di convincere il re a vietare il commercio degli schiavi. Non ebbe successo. Ellen morì nel 1891 a 67 anni, William nel 1900 a 78 anni.

Leggi anche:
Italiani depressi e neri coraggiosi
Boom per gli audiolibri, ma quanto è importante l’interprete?
I migliori 10 film italiani sul potere

Foto di Andrew Martin da Pixabay

Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

Potrebbe interessarti anche

Jacopo Fo

Jacopo Fo

Scrittore, teatrante, regista, disegnatore, è Direttore creativo di People For Planet.

Consigli per gli acquisti

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy