Joker, simbolo della rabbia e della follia di oggi

Chi non ha ancora visto “Joker” dovrebbe correre a vederlo. Per mille motivi.

È potente. È disturbante. È magnifico. È terribile. È il primo film tratto da un fumetto a vincere un festival prestigioso come quello di Venezia. Il protagonista Joaquin Phoenix è da Oscar. Ha già incassato 800 milioni di dollari in pochi giorni. E c’è già chi per protesta inizia a pitturarsi la faccia come Joker.
E, particolare non secondario, è un film divisivo, fa discutere e spacca la critica come poche volte è accaduto in passato.
Per il Guardian è “il film più deludente dell’anno”. Per Rolling Stone è “semplicemente meraviglioso”. Per la Cnn è “una parabola politica dei nostri tempi”, “rappresenta quel risentimento del maschio bianco che ha aiutato Trump a conquistare il potere”. Secondo il New York Times è un film ambiguo, che rischia di suscitare valanghe di sanguinari imitatori.
L’opposto di quello che pensa Michael Moore, e l’autore di “Bowling for Columbine”, indagine su una celebre strage in una scuola, di queste cose se ne intende.
«Tutto ciò che abbiamo sentito di questo film noi americani è che dovremmo temerlo e starne alla larga. Ci è stato detto che è violento, malato, moralmente corrotto – un’incitazione e una celebrazione dell’assassinio… Suggerisco l’opposto: la nostra società sarebbe in un grande pericolo se il pubblico NON andasse a vedere questo film. Perché la storia che racconta e le problematiche che sottolinea sono così profonde, così necessarie, che se guardassimo da un’altra parte davanti a questa geniale opera d’arte perderemmo il dono dello specchio che ci sta offrendo. Sì, c’è un clown disturbato nel riflesso, ma non è da solo – noi siamo proprio lì, dietro di lui».

Joaquin Phoenix Joker
Joaquin Phoenix Joker

La trama in pillole

Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo disturbato, con problemi psichici, che ha alle spalle una vita di sofferenza e angherie sin dalla nascita. Vive in un tugurio con la madre, anch’essa con il cervello fuori posto. Cerca in qualche modo di cavarsela nella vita. Va da un’assistente sociale, prende medicine per controllare la malattia. E vuole far ridere il prossimo. Fa il clown in pediatria e per i negozianti, ma sogna di diventare un comico da cabaret, e scrive barzellette che non fanno ridere nessuno.
Tenta disperatamente di essere normale.
Ma Gotham non è posto per gente come lui. Gotham (che in realtà è la New York dei primi anni Ottanta) è una città invasa dalla spazzatura, dai topi, dalla crisi economica e dalla violenza.
E quella violenza: fisica, economica, culturale, poco a poco, lo cambia.
Dopo essere stato pestato a sangue per divertimento da una banda di giovani teppisti, riceve in regalo una pistola da un collega clown.
Quando la crisi economica peggiora, i primi a essere tagliati sono i servizi sociali. Con chi parlerà, chi gli darà le medicine? chiede all’assistente sociale. «A nessuno importa la gente come te» è la risposta. «E neppure la gente come me».
Anche i suoi tentativi di cabaret vengono umiliati e sbeffeggiati. E quando viene di nuovo picchiato senza motivo, questa volta da tre lupi di Wall Street, il clown finalmente reagisce, estrae la pistola e li fa secchi.
E succede l’inevitabile: gli spettatori, anche sapendo che lui diventerà un mostro, il più terribile nemico di Batman, sotto sotto in quel momento parteggiano per lui.
Dopo il triplice omicidio, Joker si abbandona a una inquietante danza liberatoria: è uscito dalla gabbia, ha dato sfogo alla rabbia, all’odio, alla follia. Ha accettato il demone, il mostro che è in lui.
E diventa un esempio, un “giustiziere del popolo” per tutti i diseredati di Gotham, che iniziano una rivolta indossando maschere da clown al grido “kill the rich”, ammazza il ricco.
Ed è lì che il film esce dallo schema “discesa di un uomo nella pazzia” per diventare simbolo di qualcosa di più generale, di quella rabbia, odio e follia che oggi sembrano dilagare in gran parte del mondo.

Un “Taxi Driver” attualizzato

Certo, si può dire che trarne un significato sociologico è eccessivo.
Si può dire che il film “copia” e attualizza “Re per una notte” (anche qui un conduttore televisivo ha un ruolo chiave) e soprattutto “Taxi Driver”, entrambi di Scorsese e entrambi interpretati da De Niro, che non a caso ha un ruolo rilevante anche in “Joker”.
Si può dire anche che il regista, Todd Phillips, ha fatto un film ultra ambizioso, ha cercato di fare un capolavoro: e come si permette, lui che ha sbancato il botteghino con filmazzoni come la trilogia “Una notte da leoni” (considerazione sottintesa in molte critiche negative)?

C’è molto Joker in giro per il mondo

Ma è difficile vedere “Joker”, il trionfo della rabbia e della follia, e non pensare a Trump che vuole un muro per tenere lontani gli odiati immigrati messicani (e a chi lo ha votato proprio per questo), alla sua meschinità che sfiora la follia quando abbandona i curdi al loro destino sostenendo che non sono veri alleati perché “dov’erano durante lo sbarco in Normandia?”.
O non pensare all’autolesionismo folle degli inglesi, che hanno votato la Brexit per rabbia e ora da tre anni non sanno come uscirne.
O alla cultura dell’odio propagandata da Salvini in Italia, alla sua ricerca ossessiva di nemici, ai suoi “la pacchia è finita” rivolti a chi per venire da noi subisce torture e rischia di morire in mare.
O alla rabbia repressa durante un intero decennio di crisi, che in molte parti del mondo attende solo un’occasione per esplodere. Un piccolo aumento del prezzo del gasolio è bastato perché Parigi per mesi fosse devastata ogni week end dai gilet gialli. Pochi centesimi di aumento del prezzo del metro di Santiago sono la scintilla che ha incendiato il Cile e riportato il coprifuoco e i carri armati nelle strade, come ai tempi di Pinochet.
C’è un po’ di Joker in tutto questo.
E in Libano, i manifestanti che protestano contro una classe politica che ha abbandonato il Paese a se stesso ora si dipingono il volto come Joker…

È un film pericoloso?

Resta il timore evocato dal New York Times: “Joker” stimolerà in persone instabili un processo di emulazione? Ci saranno stragi compiute sotto la maschera del clown? Non possiamo escluderlo. Come non si può escludere che grandi film come “Arancia Meccanica” o lo stesso “Taxi Driver” abbiano contribuito ad alzare il tasso di violenza.
Ma certamente la vendita libera di armi stimola le stragi assai più che la visione di un film.
Come dice Arthur-Joker: ”Quelli come me non dovrebbero avere una pistola”.
Forse più che prendersela con “Joker” bisogna prendersela con la National Rifle Association, la potente lobby americana delle armi, e con chi la difende. Non a caso i familiari delle dodici vittime della strage di Aurora, compiuta nel 2012 alla prima del film su Batman “Il cavaliere oscuro-il ritorno” (ma la storia che l’assassino si sia ispirato al personaggio di Joker, all’epoca già portato sullo schermo magistralmente da Jack Nicholson e da Heath Ledger, si è rivelata una fake news) hanno scritto alla Warner Bros, chiedendo alla società produttrice di “Joker” di sostenere attivamente “la lotta per costruire comunità più sicure e con meno pistole”.

E non dimentichiamo il finale del film di Phillips, -spoiler: se preferite non sapere il finale non andate avanti- nel quale si vede Joker nel manicomio di Arkham dialogare con la dottoressa di turno. Prima pensa di raccontarle una barzelletta, poi cambia idea: “Tanto non la capiresti”, dice. Poi lo vediamo prima attraversare un corridoio lasciando impronte insanguinate, e infine, in lontananza, correre più volte avanti e indietro inseguito da un infermiere, come in una comica finale.
Un finale aperto a molte interpretazioni. Ne suggeriamo due.
Forse, tutto è avvenuto solo nella mente malata di Joker, che in quel manicomio potrebbe trovarsi sin dall’inizio.
Calma ragazzi, dopotutto questo è solo un film. Come le comiche. Non prendetelo troppo sul serio.

Fonte immagine copertina: Mymovies

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet