La bellezza dei luoghi comuni

Si perde molto tempo a distruggere i cliché che a volte possono raccontarci il meglio di noi

Nella lotta senza quartiere contro i pregiudizi e i luoghi comuni, noi italiani – come tanti altri popoli – abbiamo smarrito qualcosa di noi, quel sottile strato di verità leggere e tagliate con l’accetta che pure sanno farci un po’ da specchio, sebbene deformante. Così, ad esempio, ogni buon cittadino che si rispetti rigetta l’idea di essere un mangia-spaghetti e si lancia sul fronte della guerra contro gli stereotipi offensivi, sebbene quella pasta sia tra le cose migliori cui abbiamo dato natali e nobiltà. Negli anni, poi, ci siamo sentiti più stanchi, abbiamo iniziato a scovarci i malanni come tutti gli ipocondriaci anzianotti, e mentre respingevamo i cliché che il mondo voleva affibbiarci abbiamo lavorato per convincerci quotidianamente di essere sull’orlo di un baratro o di una invasione straniera, per sentirci meno colpevoli della nostra generale pigrizia.

Eppure lo stereotipo dell’italiano che il mondo al di fuori di noi conserva ha anche qualche richiamo a ciò che non riusciamo più ad essere – ad esempio il dolore mai separato dal disincanto di Vittorio De Sica che, nel racconto di Christian, si gioca tutto o quasi al Casino di Montecarlo tanto da suscitare l’ironia tagliente del ricchissimo padrone Onassis: “Vede, De Sica, con tutto quello che ha perso ieri sera noi rifaremo tutte le aiuole che vanno dal casino fino a lassù” cui il regista risponde, abbracciando il figlio: “Cristiane’, vedi? Tutto questo, un giorno, sarà tuo”. Di quel vizio osceno e delle sue conseguenze nefaste la progenie ricorda oggi l’umorismo assoluto, capace di rendere quasi fiabesco un male profondo.

Con il tempo questa levità d’animo, tecnica sofisticatissima per sopravvivere al male che la vita a volte distribuisce lungo i nostri cammini, si è omologata, è finita in una lunga catena di montaggio finendo con lo sfornare prodotti seriali – decine o centinaia di commedie all’italiana orrende cui, spesso, frotte di intellò, nei decenni passati, hanno tributato più di qualche astruso omaggio. Abbiamo preteso di continuare ad essere padroni dell’ironia ma provando a rinunciare ad imbrigliarci nelle complicazioni dell’esistenza, pretendendo di raccogliere quella eredità ma senza sporcarci più le mani. Così, da ironici, siamo diventati mestamente simpatici, perché la battuta straordinaria di De Sica, senza una cospicua ed insensata perdita al tavolo della roulette, non insegna più nulla. L’ironia vissuta senza pagarne alcun costo è solo un altro sketch che non lascerà il segno nella vicenda dell’uomo.

Il mondo, fuori, ci dà ancora – e per fortuna – un credito gigantesco e, fedele ai luoghi comuni e forse sulla scia dei sogni dei film dei nostri avi migliori, ci immagina ancora dei Mastroianni capaci di scomporre la realtà squadrata sotto i colpi delle fiamme affilate del sarcasmo, della vitalità e della sensualità; di questi italiani, infatti, il mondo sente di aver ancora bisogno e ne ha. Ne abbiamo anche noi, che dobbiamo svegliarci dal lungo sonno del disastro imminente che non esiste.

Nella foto Vittorio De Sica, fonte immagine: Anonimacinefili

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.