La bomba Ancelotti nel retrogrado, razzista, calcio italiano

Torna in patria dopo dieci anni e con affermazioni di buon senso sconvolge il sistema e lo costringe a piroette mediatiche

La favola del re nudo

La colpa è di Carlo Ancelotti. Quest’italiano di provincia, ormai cittadino del mondo. Che ha vissuto e lavorato a Londra, Parigi, Madrid, Monaco di Baviera. Che ha trascorso tanto tempo in Canada (sua moglie è canadese). E dopo quasi dieci anni è rientrato nel calcio italiano. Ingaggiato dal Napoli. Ancelotti, che sembra sempre con la testa da un’altra parte, che dà anche visivamente l’idea di un uomo che è con noi ma che è lontano da noi, ha fatto irruzione nell’italico retrogrado mondo del pallone con lo stesso stato d’animo del bambino della favola del re nudo. All’indomani del gesto di Mourinho allo Juventus Stadium (dopo aver vinto la partita, José si è portato la mano all’orecchio come a dire: “non li sento più i vostri insulti”), Ancelotti ha rilasciato una dichiarazione di buon senso: «Si parla del gesto di Mourinho e non degli insulti. Ormai soltanto in Italia si sentono gli insulti negli stadi, nel resto d’Europa è impensabile».

La forza mediatica di Ancelotti è tale da fargli superare l’handicap – mediatico eh – di allenare il Napoli. L’uomo elogiato da Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo non si è lasciato catturare dalla trappola territoriale. Ne ha fatto una questione nazionale. Di immagine del nostro calcio. E quindi del nostro Paese. Persino le polemiche arbitrali gli scivolano addosso, le allontana con un sorriso e una smorfia del viso che comunica: “pensiamo a cose più serie”.

Quando il Chelsea espulse a vita tre suoi tifosi

Da buon tenente Colombo, Ancelotti fa finta di non sapere che cosa è diventato il nostro calcio. Tre anni fa, giusto per fare un esempio, il Chelsea espulse a vita tre tifosi che a Parigi si resero protagonisti di un episodio razzista: impedirono a un cittadino francese originario della Mauritania di salire sul metrò. Incastrati dalle telecamere, furono cancellati per sempre dal Chelsea. Il calcio inglese, da Mourinho a Wenger, espresse riprovazione per l’episodio.

Lotito e Anna Frank

Mica come in Italia dove per gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma, la Lazio se l’è cavata con 50mila euro di squalifica (oltre alla figuraccia di Claudio Lotito che prima di andare in sinagoga a Roma per le scuse ufficiali, disse: “Annamo a fa’ sta sceneggiata”). Dove nel 2014 il primo provvedimento dell’allora neoeletto presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio fu l’annacquamento delle norme che punivano i cori di discriminazione territoriale. Votato all’unanimità e con l’appoggio del giornalismo che conta. Fabio Caressa la definì “una norma iniqua che non deve più esserci. Dà una brutta immagine del nostro calcio”. Dove, qualche anno fa, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Belloli definì le calciatrici “quattro lesbiche”.

La politica orwelliana

È sempre stato questo il livello. E nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Fino ad Ancelotti. Mannaggia a lui, hanno troppa eco le sue parole. Improvvisamente, il calcio italiano sembra aver scoperto che esiste un problema razzismo negli stadi. Eppure correva l’anno 2013 quando il Milan abbandonò l’amichevole contro la Pro Patria per insulti razzisti a Boateng. L’elenco degli insulti nei confronti dei calciatori neri è lungo quanto il Po, e prescinde dal colore della maglia. Colpisce tutti: calciatori di Inter, Milan, Juventus, Napoli, tutti.

Adesso, dopo decenni di indifferenza, i vertici del calcio scoprono che c’è un’emergenza. In maniera orwelliana: da oggi il nostro nemico non è più l’Eurasia bensì l’Estasia. E così il presidente del Coni Giovanni Malagò, il numero uno della Federcalcio Gabriele Gravina, il designatore arbitrale Nicola Rizzoli, con voce grave annunciano che nulla sarà più come prima. E che il razzismo non resterà impunito.

Ma proprio in Italia doveva tornare questo Ancelotti?

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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