La bruttissima figura dello sport di fronte al coronavirus

I dirigenti hanno cercato in tutti i modi far proseguire il carrozzone. Ma hanno scoperto che il loro business è tanto ricco quanto fragile

Marina Hyde scrive sul Guardian che “nella bolla rarefatta in cui il calcio galleggia, il rinvio degli Europei è stato annunciato come una notizia sconvolgente. Al di fuori della bolla, però, in un mondo in chiusura causa pandemia, la “breaking news” è stata accolta con l’attenzione che si riserva all’infortunio della riserva del terzino destro della squadra per cui tifiamo. È l’irrilevanza inconsapevole in cui è piombato lo sport, in un momento di crisi sistemica globale. Eventi che fino a un attimo fa sembravano enormi ora rimpiccioliscono di fronte all’emergenza, ma non se ne accorgono”.

Su El Paìs Jorge Valdano, ex stella del calcio oggi scrittore, scrive che il coronavirus ha trasformato i calciatori in semplici cittadini, hanno perso la loro forza simbolica, la luminosità che veniva loro trasmessa dallo stadio. Che il calcio “come spettacolo e scala delle nostre illusioni sono scomparsi, è rimasta una sola evidenza: la precarietà dell’industria. Se non ci sono partite, i biglietti non vengono venduti, i contratti televisivi non sono soddisfatti e i fan non sono più clienti. Addio all’incantesimo”. 

Nessuno pagherà

Sono due tra le analisi più interessanti lette in queste giorni sul ridimensionamento dello sport e della sua industria. Il calcio è arrivato con vergognoso ritardo – non c’è altro termine – a comprendere che stavolta lo show non poteva andare avanti. La Uefa avrebbe fatto giocare le partite all’infinito. Da giorni in Italia si discute quanto la partita di Champions Atalanta-Valencia abbia inciso sul contagio che poi si è diffuso nel Bergamasco e ha provocato centinaia di morti che vediamo portati via dai camion dell’esercito. La partita zero, l’hanno soprannominata. A pandemia proclamata dall’Oms la Uefa ha fatto disputare un turno di Europa League. Non solo un comportamento disgustoso ma soprattutto gravissimo dal punto di vista sanitario. Ovviamente nessuno pagherà.

Più o meno lo stesso è accaduto in Formula Uno. Si sono fermati soltanto all’ultimo momento e perché avevano i contagi in casa. 

E le Olimpiadi?

Oggi uguale comportamento sta avendo il Cio, Comitato olimpico internazionale, che proprio non vuole rassegnarsi al rinvio delle Olimpiadi. Ovviamente tutto ciò di decoubertiniano non ha nulla. E non c’è nulla di male. Lo sport è un business molto ricco che però ha scoperto la propria fragilità e non vuole fare i conti con la realtà. È come se fosse un bambino capriccioso che non si rassegna di fronte al giocattolo rotto o alla fine del gioco. La verità è che, essendo un’industria, ha i suoi bilanci, i suoi contratti da rispettare. Proprio come nel Bergamasco dove, ovviamente, non ha inciso soltanto Atalanta-Valencia (giocata a Milano ma piena di bergamaschi) ma soprattutto la mancata chiusura delle industrie. Non hanno voluto. Ma lo sport è un’industria strana, non può imporsi a dispetto della realtà. Ha anche una cornice ipocrita da rispettare. Gli eroi non possono contribuire alla diffusione dell’epidemia (sempre che vogliano, ovviamente) altrimenti che eroi sarebbero?

È finita l’illusione

Sin dalle prime notizie relative al coronavirus, i gerarchi dello sport hanno scelto la strada della negazione. Come se quel che accadesse al genere umano, a loro non dovesse interessare. Come se fossero immuni e come se abitassero in un’altra dimensione. 

Hanno dapprima provato a negare la realtà, ordinando lo “show must go on”. E adesso, dopo essersi piegati alla realtà, si ostinano a considerare l’emergenza coronavirus come una brutta parentesi che quanto prima sarà chiusa e poi tutto tornerà come prima. 

È come se fosse crollato il castello di carta. È finita l’illusione, come l’ha definita Valdano. E oggi appaiono ridicoli nel continuare a litigare sulle date in cui ripartirà il calcio, sui diritti tv, sui contratti, sugli stipendi da decurtare ai calciatori. 

Probabilmente lo sport, o meglio l’industria che ruota attorno allo sport, dovrà rimodularsi sul mondo post covid-19. Non è affatto detto che tutto tornerà come prima. Nessuno lo sa. Resterà certamente una ferita. Resteranno il dolore e il ricordo e forse questo comporterà anche un sovvertimento delle gerarchie nella vita delle persone. Chi può dirlo?

L’unica cosa certa è che da questa emergenza l’immagine dello sport è uscita con le ossa rotte. Una brutta figura che non tutti dimenticheranno.

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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