La cooperazione israelo-palestinese per combattere il coronavirus reggerà?

Un reportage di Channel News Asia da Ramallah

Tra cooperazione e conflitto

Il corrispondente da Ramallah (Cisgiordania) di Channel News Asia racconta come l’inizio della pandemia di coronavirus abbia favorito inusuali momenti di unità tra leader israeliani e palestinesi ma con l’aumentare della gravità dell’epidemia sono aumentate anche le tensioni.

L’autorità palestinese con base a Ramallah all’inizio della crisi ha lavorato a stretto contatto con i funzionari sanitari israeliani anche per quanto riguarda le limitazioni alla mobilità delle persone e le politiche di gestione degli ospedali. È stata adottata anche un’azione coordinata per evitare uno scoppio COVID-19 nella città di Betlemme in Cisgiordania.

Ma mercoledì il primo ministro palestinese Mohammed Shtayyeh ha accusato Israele di aver compromesso gli sforzi di contenimento del suo governo incoraggiando i palestinesi a continuare a lavorare negli insediamenti israeliani anziché sospendere le attività. “Ciò che chiediamo è che Israele ci lasci in pace”, ha detto.

Sale la tensione

Il problema a cui fa riferimento il primo ministro palestinese riguarda i 70.000 palestinesi con permesso per lavorare in Israele.

Il mese scorso, Israele e l’Autorità palestinese avevano concordato una politica che mirava a limitare i movimenti della popolazione consentendo al contempo ai palestinesi di rimanere occupati.
A ciascun lavoratore erano state date 72 ore per decidere se rimanere in Israele durante la crisi o tornare in Cisgiordania.

Successivamente un video dove sembra che un palestinese ammalato di covid-19 venga portato a viva forza dai militari israeliani in Cisgiordania ha fatto salire la tensione.

Le tensioni sono aumentate con la morte del primo palestinese, una donna sulla sessantina contagiata presumibilmente dal figlio che lavora all’interno di Israele.

La difficile scelta dei lavoratori palestinesi in Israele

Da allora Shtayyeh ha chiesto che tutti i palestinesi che ancora lavorano in Israele tornino a casa per impedire la diffusione dei focolai da Israele verso la Cisgiordania

Ma tra i lavoratori palestinesi rimasti in Israele alcuni hanno affermato di non essere in grado di rinunciare al reddito che guadagnano là.

Ad esempio un operaio palestinese che ha chiesto di restare anonimo ha detto alla tv CNA di aver deciso di condividere una stanza con altri quattro colleghi in Israele anziché tornare a casa, e di essere terrorizzato per il timore di contrarre il virus e ad essere espulso da Israele.

Mercoledì scorso, 1 aprile, l’Autorità Palestinese ha dichiarato che 15 dei suoi cittadini impiegati negli insediamenti si sono dimostrati positivi per il virus e ne ha attribuito la colpa alle politiche israeliane. “La decisione di Israele di consentire l’ingresso dei lavoratori dalla Cisgiordania a Israele è un tentativo di proteggere l’economia israeliana a spese della vita dei nostri lavoratori”, ha detto Shtayyeh. “L’economia israeliana non è preziosa come la vita dei nostri figli”.

La cooperazione, con difficoltà, va avanti

Nonostante le tensioni, la cooperazione è necessaria per “nell’interesse di tutti”, ha affermato Ofer Zalzberg dell’International Crisis Group.
“Poiché le due popolazioni sono così intrecciate, è impossibile contenere il virus in una sola società.”

Yotam Shefer della sezione militare israeliana responsabile degli affari civili nei territori palestinesi (COGAT) ha insistito sul fatto che la cooperazione è rimasta forte.
“Il coordinamento con l’Autorità Palestinese è molto stretto e molto netto”, ha detto ai giornalisti, citando seminari e formazione medica congiunti.

L’ex capo della COGAT, Eitan Dangot, ha detto ai giornalisti che l’Autorità Palestinese ha “assolutamente adottato la politica israeliana su come affrontare il coronavirus”.

Le vecchie ragioni del conflitto restano

Tuttavia, anche le fonti di conflitto che hanno preceduto la pandemia non sono scomparse.

L’Autorità Palestinese ha un’autonomia limitata in Cisgiordania, che è sotto l’occupazione israeliana dal 1967.
Più di 400.000 coloni ebrei vivono nell’area in comunità considerate illegali ai sensi del diritto internazionale.
L’esercito israeliano ha continuato a condurre incursioni nelle aree palestinesi e demolire case e altre strutture, confiscando tende designate come clinica medica, secondo l’ONG israeliana anti-occupazione B’Tselem.

Walid Assaf, che dirige il dipartimento di monitoraggio degli insediamenti del governo palestinese, ha dichiarato che si sarebbe aspettato un congelamento della costruzione degli insediamenti durante la pandemia. Invece, secondo Assaf, Israele sta usando lo scoppio del coronavirus “per creare nuove situazioni di fatto sul campo”.

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Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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