La differenziata così non funziona: serve rivedere il sistema

Se il materiale riciclato non ha mercato, e se è vero che nel mondo ricicliamo solo il 9% delle materie prime c’è un’unica soluzione: consumare più prodotti sfusi.

E lavorare per un cambio generale della gestione.

All’uscita da un centro commerciale di Milano una giovane donna si è sentita in colpa per aver sbagliato il contenitore dove buttare una carta, in uno di quei cestini divisi per tipo di rifiuto: «Nooooo, io che sono così ambientalista!» ha detto irritata alla sua amica. Poi hanno riso, forse consapevoli della piccolezza del gesto. Non che teoricamente riciclare non sia un grande gesto. Ma basta osservare il contenuto di questi cestini per notare che difficilmente si trova una divisione rigorosa, e ancor meno rigorosa immaginiamo la raccolta. Ognuno faccia il suo, mi si potrebbe rispondere. Vero: sono 30 anni che (me) lo ripeto. Nella mia regione di nascita (la Toscana), e soprattutto nella mia provincia di nascita (Massa Carrara) la raccolta differenziata praticamente non esiste. Ufficialmente, secondo i dati Arpat, la regione sta al 51% e la mia provincia al 35%. Diversa purtroppo la percezione di chi può notare regolarmente lo stato di abbandono delle campane per la raccolta differenziata: rotte, sporche e ingombre dei più disparati tipo di rifiuto. Ciononostante in molti, come me, continuano a dividere aspettando il ravvedimento dell’amministrazione cittadina. Ma anche se la raccolta fosse impeccabile, come sarebbe la gestione del rifiuto?

Milano vanta un’ottima percentuale di raccolta differenziata, al 64,9% secondo Arpat, su un territorio, la Lombardia, che sfiora il 70%. Dai roghi dello scorso autunno però, è parso chiaro che il sistema non è così virtuoso come questi numeri sembrano mostrare e che queste alte percentuali nascondano in realtà un segreto.

«C’è stata e c’è una sorta di isteria collettiva a fare la raccolta differenziata, a riciclare tutto, che ha portato a una stortura della gestione dei rifiuti» – mi spiega Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano. «Si spinge il cittadino a separare e raccogliere, e il risultato è che si sposta il problema, perché l’industria non è pronta, offre ancora imballaggi troppo misti, il cittadino nel dubbio ricicla tutto e più aumenta la raccolta differenziata, più aumentano le componenti non riciclabili. Finché dalla Cina si prendevano i materiali misti che noi scartavamo, andava tutto sommato bene (cioè: almeno non c’erano i roghi, ma comunque riciclare non era un vero vantaggio ambientale, ndr). Ora che la Cina ha chiuso le frontiere a questi materiali, i nodi vengono al pettine. Numerosi consorzi che si occupano di riciclo hanno grandi quantità di scarto di difficile collocazione. La Lombardia è un piccolo regno di 10 milioni di abitanti, e quantità mostruose di rifiuti. Gli sbocchi sono in difficoltà, gli impianti saturi. Quello che noi separiamo – prendiamo ad esempio la plastica – trova pochi impianti di trattamento e soprattutto trova pochissima domanda di riutilizzo, ovvero sono pochissime le aziende che usano plastica riciclata per i propri prodotti. Alla fine dunque tutto questo materiale che abbiamo diligentemente separato, viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto ambientale, e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa e forse neanche la priorità nelle tematiche ambientali – il problema rientrerà dalla finestra. Stiamo raccogliendo i frutti criminali di determinati approcci politici e ideologici», conclude l’esperto. 

Insomma, sembra che si sia finto che la cosa funzionasse enfatizzando a scopo puramente politico la propria abilità riciclona.

Alla domanda quale sia la priorità ambientale, per la cronaca, Grosso ha risposto: i cambiamenti climatici. Lo sapevamo già ma dobbiamo anche ricordare che i cambiamenti climatici sono associati pesantemente al trasporto privato su gomma, e dunque una gestione dei rifiuti simile a quella attuale è secondaria ma incide fortemente sul problema più grave che stiamo affrontando sul tema ambiente (visto che, appunto, i rifiuti sono stati spediti addirittura in Cina).

Il problema non è solo italiano. Finiva in Cina circa il 50 per cento della plastica e della carta a livello mondiale, per un totale di 24 categorie di articoli e 7,3 milioni di tonnellate nel solo 2016. 

Dove andrà adesso tutto questo materiale non si sa. Londra, Washington, Ottawa, Parigi, Dublino, o Berlino hanno esattamente lo stesso problema. Ad oggi, solo il 30% della spazzatura prodotta in Europa, viene riciclato in Europa, ovvero circa 25 milioni di tonnellate di plastica l’anno. 

Quando la Cina accettava la plastica andava meglio? No, andava malissimo: il fiume Yangtze è il maggior contributo del mondo alla plastica in mare, sversando 1,5 tonnellate l’anno di sola plastica. Il motivo per cui Pechino ha chiuso le frontiere alla spazzatura straniera è stato una semplice presa di coscienza dell’inquinamento che si portava in casa, bruciandola o disperdendola in modo molto poco sostenibile. Per non parlare della questione, anch’essa mondiale, delle frodi legate alla raccolta.

Molto peggio della plastica, la Cina ha anche smesso di prendere la nostra spazzatura informatica. Perché? Perché i bambini cinesi delle capitali del “Riciclo” avevano metalli pesanti nel sangue nell’80% dei casi. I nostri governi occidentali hanno pensato allora alla Tailandia! Che idea! Peccato che sia successa la stessa cosa, o anzi peggio. 

È chiaro che riciclare all’estero è un controsenso anche solo per il costo ambientale del trasporto. Se si punta, come succede, su Paesi emergenti, dalle metodologie low cost, stiamo solo spostando e aggravando il problema, pur di non pensarci più, e a un prezzo ragionevole. 

Che fare? Sicuramente il senso di questa nostra crisi di coscienza non è smettere di riciclare.

Si deve pretendere prima di tutto più coerenza dai governi sulle questioni ambientali, più chiarezza e più investimenti.

Si deve certamente consumare meno, preferire prodotti con meno imballaggi e magari sfusi. E certamente servono più centri di raccolta e smaltimento, anche vicino a casa nostra, e un’industria che sia obbligata a utilizzare packaging facile da riciclare, e, soprattutto, fatto di plastiche o carta riciclata. «Il materiale riciclato – sottolinea Grosso – ha pochissimo mercato, ad oggi: nessuno lo vuole per produrre nuovi oggetti». E questo è il primo problema da risolvere, a casa nostra.

Se poi guardiamo ai dati a livello mondiale, si scopre che il riuso delle materie prime si attesta intorno al 9%. E se è vero che Onu, Ocse e governi sono d’accordo nel sostenere che l’unica alternativa per salvare il pianeta è l’economia circolare, è altrettanto verso che senza una profonda riconversione dell’industria globale non potremo farcela…

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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Michela Dell'Amico

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Giornalista scientifica appassionata di ambiente