Il Parco Eolico di Durazzano (Benevento) fotografato da Luigi Di Lorenzo, 15 dicembre 2017

La forza del vento è inarrestabile: l’eolico tra critiche, record e sperimentazione continua

La pressante necessità di contrastare i cambiamenti climatici e abbattere l’inquinamento che affligge le nostre città ha acceso i riflettori sulle energie rinnovabili, in particolare negli ultimi anni.

Oggi il mondo si interroga sulle soluzioni più efficaci per ridurre – e, si spera, azzerare – la dipendenza dalle fonti fossili nella produzione di energia, ma fonti come l’eolico hanno una storia lunghissima e nascono in contesti molto diversi da quello attuale, quando turbine e pannelli solari non erano nemmeno immaginabili.

Tecnicamente, l’energia eolica è quella ricavata dalla conversione della forza cinetica del vento in energia meccanica o elettrica. E’ grazie all’energia eolica che le imbarcazioni sfruttano le vele per spostarsi; è energia eolica anche quella che muove le pale dei mulini a vento.
E’ nel secolo scorso che abbiamo assistito al boom delle tecnologie che sfruttano le fonti rinnovabili come alternativa alle fonti fossili e ai loro costi elevati, costi economici ed ambientali.
Quelle che comunemente chiamiamo “turbine” sono aerogeneratori composti appunto da una turbina posizionata su un asse verticale. Il motivo per cui vengono installati su rilievi o zone collinari è di facile comprensione: sono aree dove il vento spira più forte. In base alla potenza e alla dimensione delle componenti (altezza dell’asse verticale, numero e grandezza delle pale) si può distinguere tra eolico, minieolico e microeolico: quando si parla di parchi eolici ci si riferisce a torri di 50 metri o anche più, con pale di decine di metri e potenza di centinaia di KW, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di intere comunità; quando parliamo di “eolico da giardino” ci riferiamo a soluzioni di dimensioni ridotte (aerogeneratori con pale da 50 cm), utili ad alimentare ad esempio i dispositivi elettronici delle nostre case.

I vantaggi dell’eolico rispetto alle fonti fossili sono in parte gli stessi che accomunano tutte le fonti rinnovabili: consentono una riduzione dell’inquinamento, presentano costi di smantellamento relativamente bassi e i materiali con cui vengono realizzati gli aerogeneratori sono per la maggior parte riciclabili. Allo stesso tempo, un altro fattore non positivo che accomuna le rinnovabili è l’intermittenza: nel caso dell’eolico, se il vento non soffia abbastanza è chiaramente impossibile produrre energia e averla a disposizione quando occorre (sebbene questo problema cronico potrebbe essere aggirato grazie ai nuovi sistemi di storage, batterie evolute in grado di immagazzinare grandi quantitativi di energia e di rilasciarla in rete nei momenti di picco della domanda).

L’intermittenza non è che una delle critiche avanzate nei confronti dell’eolico.
La più comune riguarda l’impatto visivo delle turbine, elementi che deturperebbero il paesaggio, strutture alte decine di metri, impossibili da occultare, che svettano all’orizzonte. E’ anche vero, però, che con il tempo ci siamo abituati a vedere paesaggi meravigliosi attraversati da autostrade, ponti, tralicci, al punto che nemmeno ci accorgiamo più della loro presenza “ingombrante” e più inquinante delle turbine.
La realizzazione di un parco eolico deve comunque avvenire in aree individuate come idonee ad ospitarlo. Una valutazione accurata su questo tipo di idoneità è una richiesta ricorrente che le associazioni ambientaliste – in genere a favore delle energie pulite – avanzano alle amministrazioni locali per far sì che il patrimonio paesaggistico e i siti di maggior pregio vengano tutelati.
Recentemente il Tar della Campania (sentenza n. 04878/2017 del 18/10/2017) ha decretato legittimi i provvedimenti adottati dalla Giunta Regionale, la quale – sulla base della normativa vigente – ha individuato criteri e aree non idonee ad ospitare impianti eolici di potenza superiore a 20 KW. Interessante la motivazione: esigenze di tutela dell’ambiente, del paesaggio e dei tratti identitari del territorio, in contrasto al cosiddetto “effetto selva”, la concentrazione spropositata di pale eoliche in aree ristrette. “Il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile: sicché, se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori installazioni”, dice il Tar.

Altra critica ricorrente, quella secondo cui gli impianti eolici metterebbero in pericolo la vita degli uccelli, soprattutto dei migratori le cui rotte passano per i siti di parchi e turbine. Il rischio che i volatili finiscano la loro vita tra le pale è realistico, ma forse accentuato. Uno studio del 2009 ha dimostrato che – considerando il numero dei decessi per unità di potenza generata – negli Usa nel 2006 le turbine hanno causato la morte di 7 mila uccelli; le centrali alimentate da fonti fossili 14,5 milioni, le nucleari di 327 mila. Un’altra indagine datata 2013 mostrava che in Canada la morte di un volatile su 14.275 è causata da turbine e una ogni 3,4 da gatti domestici.

Conclusione diversa quella dei ricercatori delle università di Exeter, Leeds e Glasgow, che hanno indagato sugli impianti offshore al largo delle coste scozzesi: qui l’eolico mette a repentaglio la sopravvivenza delle sule. Si pensava che questi uccelli marini volassero a meno di 22 metri di altitudine, quindi al di sotto delle pale eoliche, invece pare che volino in cerca di cibo ad una media di 27 metri sopra il livello del mare. A rischio, in particolare, almeno 1.500 sule all’anno, quelle che popolano l’isola di Bass Rock e che formano la più grande colonia al mondo con circa 70 mila esemplari. Soluzioni? Una è semplice e praticabile: aumentare la distanza tra le pale e il mare.

Gli studi a supporto dei vantaggi e degli svantaggi delle rinnovabili – e dell’eolico, in particolare – sono molteplici, ma una conclusione univoca non sembra esistere. Greenpeace ha elencato una serie di falsi miti includendo ad esempio i danni causati dal rumore prodotto dalle turbine: pare che diventi più sopportabile al crescere dei benefici economici che le comunità locali percepiscono grazie agli impianti, sempre ammesso che le turbine lontane dai centri abitati producano un rumore paragonabile a quello degli impianti alimentati da fonti fossili. In ogni caso, esistono esperimenti che mirano proprio a silenziare le turbine, basti pensare agli studi sulla conformazione delle ali dei gufi, silenziosissimi mentre volano in cerca di cibo, una conformazione che ha ispirato la realizzazione di componenti innovative da applicare alle pale.
Nello stesso elenco compare un’altra critica alquanto gettonata: l’eolico sottrae terreno che potrebbe essere utilizzato per coltivare o portare gli animali al pascolo. In realtà non ci sono prove schiaccianti dell’impatto negativo dei parchi eolici sulla vita degli esseri viventi che si muovono sui terreni attorno alle turbine. Lo dice anche la National Wind Watch (NWW), una coalizione di gruppi e individui nata proprio per difendere ambiente e paesaggi dal proliferare dell’eolico, che evidenzia sì il fatto che l’eolico porti alla trasformazione del territorio e induca gli animali a stare alla larga dagli impianti, ma evidenzia anche la mancanza di quelle prove schiaccianti.
Tuttavia, in Francia, un allevatore ha citato in giudizio la CSO Energy accusandola dei cambiamenti di comportamento del bestiame. Le sue mucche, da quando sono comparse 24 turbine eoliche nei pressi della fattoria, hanno iniziato a bere di meno, con una conseguente diminuzione della produzione di latte; questo ha portato alla vendita del bestiame e alla conversione dei terreni per potervi coltivare. Secondo gli esperti che hanno supportato Yann Joly, l’errore è stato sottovalutare l’amplificazione delle onde elettromagnetiche da parte delle rocce attorno al sito che ospita le turbine.

Al di là di ogni critica, l’eolico macina record. E’ stato da poco inaugurato il primo parco eolico offshore galleggiante da 30 MW in Scozia, a 25 km al largo di Peterhead, un progetto che dimostra come questo tipo di tecnologia abbia ormai superato la fase di test: secondo il Ceo di WindEurope, Giles Dickson, il potenziale dell’eolico galleggiante nella sola Europa è di 4 mila GW.

Secondo la stessa WindEurope, nel quadriennio 2017-2020, con una media di 12,6 GW installati ogni anno, verranno installati oltre 50 GW aggiuntivi, fino ad una capacità cumulata di 204 GW. La crescita continuerà anche nel decennio successivo, portando la potenza a 323 GW (253 GW onshore e 70 GW offshore) nel 2030, oltre il doppio di quella registrata a fine 2016 (160 GW). WindEurope sostiene che l’eolico potrà arrivare a soddisfare nel 2020 il 16,5% della domanda elettrica europea, superando l’idroelettrico e divenendo la prima fonte rinnovabile; al 2030 gli 888 TWh generati dal vento potranno soddisfare il 29,6% dei consumi dell’Ue.
In Italia va peggio rispetto alla media europea: al 2020 non saranno installati più di 1,6 GW e il problema è tutto normativo, racchiuso nel ritardo nell’adozione della Strategia Energetica Nazionale e del decreto per le nuove aste.

L’eolico è anche una grande fonte di guadagni, basti pensare che il colosso danese Vestas ha dichiarato per il 2016 un fatturato di 10,2 mld di euro, con ordini di turbine sempre in aumento: 8.943 MW nel 2015, 10.494 MW nel 2016.

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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