La guerra delle donne americane per l’acqua pulita

La drammatica situazione di Flint fa piccoli passi avanti, mentre i suoi abitanti sono un’ispirazione per il mondo intero e per l’America, che così ha scoperto di bere piombo dall’acqua del rubinetto

Se vi piace trovare qualcosa di buono nei disastri, Flint, Michigan, è la città che fa al caso vostro. Considerata dall’FBI una tra le più pericolose città d’America, Flint è anche la città più povera degli Usa secondo l’ultimo censimento, dopo che la General Motors chiuse i battenti qui, 40 anni fa, lasciando a casa 35mila persone. Flint è anche città natale di Michael Moore, e città d’elezione del regista Zack Canepari, che da anni vive qui per portare avanti un imponente lavoro multimediale proprio su Flint, già celebrata da praticamente tutti i lavori di Moore, ma anche da diverse serie tv, tra le quali Flint Town su Netflix. La città ha anche fatto da cornice alla pluri-celebrata storia della campionessa di pugilato americana, due volte oro alle Olimpiadi, Claressa Shields. Ma Flint al momento è famosa per ben altro, per un dramma ancora irrisolto e – di nuovo – per la forza, il coraggio e la genialità dei suoi abitanti. Compresi i bambini.

Nel 2014, l’amministrazione di Flint vuole risparmiare sul servizio idrico, si stacca dall’approvvigionamento della vicina Detroit e inizia ad attingere acqua dall’omonimo e inquinato fiume Flint. Gli abitanti si lamentano dell’odore, del colore, ma le autorità rassicurano: va tutto bene, l’acqua è controllata. Anni dopo, invece, si è scoperto che le sostanze chimiche presenti nell’acqua, tra le altre cose, corrodevano i tubi e causavano un enorme aumento di piombo nell’acqua potabile (secondo un’inchiesta del Guardian del 2016, sono oltre 30 le città americane in cui l’amministrazione ha nascosto o minimizzato i livelli di piombo nell’acqua di rubinetto, mentre sarebbero migliaia quelle che condividono il problema piombo). Ma era troppo tardi, e si è arrivati a contare oltre un centinaio di persone avvelenate, e una decina di morti per legionellosi (ufficialmente non assimilabili alla crisi idrica). In quei giorni Mari Copeny, che aveva 7 anni, fece un bagno un po’ più lungo del solito, e fu colpita come i fratelli da una brutta reazione alla pelle, che lasciò un segno sul suo corpo. Poco dopo, la fornitura di acqua potabile fu sospesa, mentre Mari preparava la sua battaglia per arrivare in fondo alla faccenda. A 8 anni, scrisse una lettera a Barack Obama.

Obama arrivò a sorpresa in visita a Flint, stanziò 100 milioni di dollari in finanziamenti, e iniziarono i lavori di sostituzione delle tubature. Sono passati alcuni anni e, proprio in questi giorni, l’amministrazione di Flint ha annunciato di aver sostituito 7mila degli 18mila tubi erosi. Un piccolo passo verso un cambiamento che dovrebbe concludersi entro la fine del prossimo anno, per quanto riguarda le tubature, e che ha visto coinvolte parecchie giovani donne, tutte incredibilmente determinate e tutte vittoriose.

Andiamo per gradi. Oltre Mari, l’acqua di Flint divenne il pensiero fisso anche per tre ingegnere che, ispirate da una tecnologia della Nasa, pensarono di creare un filtro che mostrasse alle persone ciò che viene trattenuto: in fondo sapere, e vedere, è il primo passo per agire. Mikayla Sharrieff, India Skinner e Bria Snell spesero le loro 270 ore di servizi sociali previsti dopo la fine delle superiori all’Inclusive Innovation Incubator (In3), un centro nato per insegnare a programmare, fare rete e sviluppare competenze trasversali. Le 3 ragazze idearono qui uno spinoff di un filtro Nasa, rendendolo trasparente e quindi in grado di mostrare alle persone cosa contenesse l’acqua inquinata. Applicando i filtri alle fontanelle cittadine, hanno reso sicura almeno quell’acqua, e soprattutto hanno messo un tarlo nel cervello degli abitanti di Flint, e dei suoi amministratori. Il neonato “Trio S3” ha poi vinto il secondo posto assoluto e ricevuto il premio al Goddard Space Flight Center della NASA. Come in una staffetta, il testimone venne presto passato a un’altra donna di Flint.

Gitanjali Rao aveva letto di un materiale particolare sul sito del MIT. Una nuova tecnologia che usa sensori con nanotubi di carbonio per rilevare i gas pericolosi nell’aria, e pensò di sfruttarla per il rilevamento di piombo nell’acqua potabile, con semplici strisce veloci ed economiche. Sostenuta da un’altra donna, Selene Hernandez Ruiz, responsabile del laboratorio della struttura idrica comunale di Denver, Rao ottenne un posto per lavorare al suo progetto e mise a punto Tethys, un semplice dispositivo per rilevare la presenza di arsenico, mercurio e cadmio nell’acqua del rubinetto. Quello che serviva poi – un database unico in grado di raccogliere tutti i dati – lo mise a punto un’altra donna ancora.

Doll Avant pagò la crisi idrica di Flint con la vita del padre, morto per le conseguenze del diabete di tipo 2, di cui si ammalò a seguito della contaminazione da arsenico (ci sono prove che collegano la malattia a dosi elevate di arsenico). Doll lavorava con una borsa di studio al NASA Research Park, e scoprì che erano migliaia le comunità americane con livelli di piombo superiori a quelli di Flint, e che non lo sapevano. Scoprì che sono 1 miliardo i galloni di rifiuti industriali sversati nell’acqua degli Stati Uniti ogni anno. Allora Doll fondò un’azienda, Aquagenuity, che fornì la prima app intelligente per sapere di più sull’acqua, che altro non era se non il più grande database al mondo sulla qualità dell’acqua. Oggi Aquagenuity rende pubblici dati altrimenti tenuti nascosti fino a oggi, ha enormemente sensibilizzato le persone rispetto al problema, non solo negli Usa, e rende possibile controllare – in base a dove si è vissuto e per quanto tempo – quali metalli e in quali quantità il nostro corpo potrebbe aver assorbito, suggerendo anche le soluzioni per disintossicarsi, sfruttando il framework del machine learning integrato in Google Cloud. Qualcosa che sarebbe molto utile istituire anche da noi in Italia, dove di certo non mancano casi di gravi e prolungate contaminazioni del sistema idrico (come fu il caso di Roma, o ancor peggio quello di Pescara, o dell’intera Toscana, ad esempio; mentre qui c’è una vecchia ma ancora interessante indagine nazionale condotta dalla Rai).

L’incredibile vicenda di Flint e l’impegno dei suoi abitanti hanno reso chiaro al mondo che non importa quanto sia evoluto e civilizzato lo Stato in cui vivi: l’inquinamento è un pericolo subdolo e sempre più diffuso sulle nostre tavole, che si tratti di cibo o di acqua. Possiamo continuare a ritenerlo un tema secondario, rispetto alla ripresa economica, e quindi chiudere un occhio sugli sversamenti nei corsi d’acqua, oppure possiamo considerare che secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 – la stessa data in cui sono attese le prossime enormi catastrofi collegate al riscaldamento globale la richiesta d’acqua potabile del pianeta sarà del 40% superiore rispetto a quella attualmente disponibile, e già, evidentemente, in gran parte avvelenata.

 

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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