Fare la maglia solidale per fare rete. Un gioco di parole per raccontare che lavorare a maglia e all’uncinetto in modo solidale può fare un sacco di bene a noi e agli altri. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019.

La maglia solidale per fare rete

Lavorare a maglia e all’uncinetto può fare bene a noi e agli altri. Ecco come.

Il 9 ottobre 2017 la mia amica Mattea ha partorito due fantastici gemelli all’ospedale Silvestrini di Perugia, reparto prematuri. Al ritorno a casa la neomamma mi ha portato un volantino che parlava di un’associazione dal nome simpatico: “Cuore di maglia”. Nel logo una mano che tiene un bambino piccolissimo. “A te piace lavorare a maglia” mi ha detto Mattea “Quest’associazione si occupa di confezionare cappellini, copertine, e altro per i neonati prematuri… magari ti interessa”.

Come no! Finalmente potevo dare sfogo alla mia passione per i lavori “femminili” senza ammorbare tutti gli amici con sciarpe, scaldacolli, e qualsiasi altro manufatto che poi avrei voluto poi vedere indossato per tutto l’anno, estate compresa.

È cominciata così la mia avventura con le donne di Cuore di Maglia e mi si è aperto un mondo.

Sono circa 90 i reparti italiani di Terapia Intensiva Neonatale per i quali i volontari di Cuore di Maglia realizzano copertine, morbidi cappellini, scarpine e un giocattolo che si chiama “dudù”, un polipetto all’uncinetto, confezionato con tentacoli a spirale che ricordano il cordone ombelicale. I neonati lo toccano e si rilassano.

Non è facile la Terapia Intensiva, né per i piccoli né per i genitori: macchine, bip, un ambiente asettico non sono certo quello che immaginiamo dovrebbe accompagnare la gioia della nascita; per questo motivo ogni bimbo indossa una “sacchetto nanna” che lo contiene fatto di morbidissima e coloratissima lana merinos (rigorosamente, come nella pubblicità della pasta) e il sacchetto ha un buco in fondo così che possano passare i fili della terapia.

E son tutti lavoretti piccolini: una scarpetta è lunga come mezzo biscotto pavesino, un cappellino ha il diametro di una pallina da tennis, una copertina misura 60 cm per 60.

Ogni città ha una propria “ambasciatrice” e le volontarie si riuniscono circa una volta al mese, generalmente in posti aperti al pubblico così che chi passa veda un po’ di gente che sferruzza e si sa, la curiosità è l’anima del volontariato.

A Perugia ci vediamo il primo giovedì del mese al bar di Ferretti, siamo una quindicina di donne di età varia. Ognuna arriva con un sacchetto pieno di oggetti magnifici e coloratissimi, in pochi minuti nei tavolini del bar un tripudio di colori e di morbidezza. E chi passa guarda queste donne che sferruzzano allegramente e non ce n’è uno che non sorrida. E già questo basterebbe. L’ambasciatrice Paola Checcaglini raccoglie tutto e distribuisce questi piccoli capolavori nei reparti di Perugia, Arezzo e di Castiglione del Lago.

Però non basta, e infatti Paola e Francesca non si sono fermate qui e hanno aperto un’associazione dal nome importante: Coraggio.

Ed è proprio con Francesca Angelini che parliamo di Coraggio e di quante iniziative buone, divertenti, importanti, “coraggiose” si possono fare con un gomitolo di lana.

«Con Paola Checcaglini e altri genitori i cui figli hanno a che fare con il disturbo del comportamento alimentare, abbiamo creato l’Associazione Coraggio nel 2017 per allargare l’ “offerta” e per parlare del problema specifico non tanto dal punto di vista terapeutico – per questo ci sono medici e cure – quanto per aiutare il reinserimento sociale dei ragazzi che hanno sofferto di questi disturbi.» Mi racconta Francesca: «Lavorando con Cuore di Maglia, ci siamo rese conto che spesso il “fare” insieme qualcosa con un obiettivo comune allevia la solitudine e il dolore delle persone. Il nostro motto è ‘Dono, quindi siamo’, se lavoriamo a un progetto comune per donare riusciamo a stare meglio».

Mentre Francesca parla mi viene in mente Patch Adams, il medico americano, che ho conosciuto nel 1999 durante il festival della Comicoterapia tenutosi presso la “Libera Università di Alcatraz”, l’agriturismo gestito da Jacopo Fo. Patch raccontava che durante l’adolescenza aveva passato un periodo di profonda depressione a causa della morte prematura del padre, così grave la malattia che aveva tentato due volte il suicidio e la madre lo aveva ricoverato in una clinica psichiatrica per aiutarlo. Nella stessa stanza con Patch c’era un uomo affetto da schizofrenia che aveva allucinazioni terrificanti. Patch allora cercava di distrarlo, lo faceva rilassare, ridere e così si accorse che aiutando il suo compagno di sventure si sentiva meglio. Consolare l’amico lo consolava. Ed è così che divenne medico, un medico particolare, un medico clown.

Aiutare aiuta, e me lo conferma anche Francesca. E abbatte le barriere sociali, economiche, di età:

dopo quasi due anni che ci frequentiamo non so che lavoro facciano le mie compagne di sferruzzo, non so che situazione economica abbiano: «Il gruppo è eterogeneo perché la solitudine non guarda in faccia nessuno così come il dolore, le difficoltà», mi conferma Francesca. «Il fatto di poter stare insieme per qualcun altro che pensiamo abbia più bisogno di noi, di un segno di attenzione, del sentirsi dire ‘guarda che non sei solo’ ci ha unito molto e Cuore di maglia questo discorso lo fa mirato a un target molto particolare: i bambini prematuri ricoverati nei reparti di pediatria neonatale».

«Questo specifico settore ha un limite», continua Francesca: «È quello dell’acquisto delle lane, non tutti si possono permettere di comperare la costosa lana merinos indispensabile per questi bambini. E allora con l’associazione Coraggio ci siamo dette: visto che le nostre figlie vengono comunque considerate un problema, uno scarto della società, visto che qualcuno sta pure pensando che si rientri nel campo della salute mentale e sia addirittura il caso di riaprire i manicomi… ok, lavoriamo con gli scarti. Facciamo in modo che gli scarti diventino delle risorse”.

Quindi via a chiedere lane, stoffe, quello che le aziende buttano via. «Ovviamente lo sferruzzo è stata la cosa che ci ha unito e riteniamo essere il linguaggio internazionale che non guarda all’età, al ceto sociale: bene o male tutti sanno lavorare a maglia o tutti possono imparare».

Le chiedo da dove sia partita l’idea di confezionare coperte composte da quadrati di lana lavorati all’uncinetto o a ferri: «Mi ricordai che anni prima una rivista femminile aveva realizzato un progetto che si chiamava La coperta della bontà e quindi ne ho parlato con le donne dell’associazione pensando che in fondo era la cosa più semplice del mondo: si facevano i quadrati, si mettevano insieme e da lì è nata l’idea delle coperte da donare alle famiglie terremotate di Cascia.

L’unione fa la forza, il progetto è partito a marzo e con la forza dei social lo abbiamo fatto conoscere, sono arrivati quadrati da tutta Italia, più di 2000, e ci abbiamo colorato il centro di Perugia mettendo le coperte una a fianco all’altra sulla scalinata del Duomo. ((immagini allegate)), Volevo dare un tocco di follia al progetto, proprio perché siamo nella salute mentale e le follie non fanno male, i folli non fanno male, la follia fa parte di tutti, se ce ne prendessimo un po’ per uno…

Abbiamo dato le coperte a Cascia e abbiamo steso le coperte anche lì ((foto)). Poi siamo riuscite a trasmettere anche alle donne di Cascia l’entusiasmo all’idea di lavorare insieme, quindi si è creato un laboratorio, un salotto come facevamo noi a Perugia, si incontrano in un agriturismo”

Da lì è nata una serie di progetti per mettere insieme persone in difficoltà o in un momento difficile da affrontare e dire loro: “Stiamo vicini, ognuno di noi ha il suo dolore, se volete lo condividiamo oppure no, stiamo insieme nella massima libertà”.

Ricucire dopo il terremoto, la lana per fare una rete di solidarietà

A Cascia le donne hanno lavorato insieme ricreando anche un rapporto personale che si era interrotto con il terremoto e l’anno scorso sono stati confezionati cappelli, sciarpe, mantelline per le persone povere di Roma e la stessa cosa si sta organizzando a Visso, dove la situazione è ancora più difficile: il paese è distrutto e le famiglie vivono nei prefabbricati.

E allora si ricomincia, si recupera lana avanzata da altri progetti, un po’ la procurano le stesse donne di Visso e si lavora per preparare delle coperte da regalare ai malati dell’ospedale di Tolentino.

«È un’esperienza bellissima, commovente» racconta Francesca. «Ma soprattutto molto adrenalinica per le signore che se ne occupano». Tanto che si sono lanciate in un progetto pubblicitario: hanno realizzato alcune coperte che hanno regalato agli artisti di “Risorgimarche”, la manifestazione di Neri Marcorè che vede coinvolti attori e cantanti. E così hanno fatto conoscere la loro realtà a 20mila persone. Geniali.

E siccome una cosa tira l’altra, ecco che proprio in questi giorni alcune audaci sferruzzatrici stanno componendo un poncho da regalare a Jovanotti, e allora, sì, ne parleranno proprio tutti.

A Cascia intanto non stanno certo con le mani in mano: con il progetto Passa il favore si sta lavorando alacremente per preparare sciarpe, cappelli, guanti per la comunità di Sant’Egidio così che possano essere regalati ai poveri al pranzo di Natale.

Basta così? Macché!

Le signore di Visso stanno preparando anche un pensiero da portare alle scuole di Amatrice verso la fine di settembre. Sono composizioni che verranno messe nelle aule delle scuole elementari, e segnalibri con roselline fatte all’uncinetto da regalare a ognuno dei 240 bambini che frequentano la scuola.  

E anche ad Amatrice Francesca, insieme all’assessore, sta organizzando un gruppo di donne per lavorare a maglia: «Stiamo creando una rete» mi conferma, e le brillano gli occhi quando mi racconta il suo grande sogno: «Vorremmo tanto organizzare un distretto sulla fibra, partendo dalle pecore, vorremmo coprire tutta la filiera dal vello al filo e così creare un gruppo di donne che possano aprire un’attività commerciale che permetta loro di guadagnare». La definisce la sua follia più grande. Ma diamole tempo, non ho dubbi che ci riuscirà.

Al nostro incontro mensile Francesca è arrivata assieme a una giovane donna marocchina dall’aria timida.

«Ti presento Hassana, in questo mio girovagare ho partecipato a un evento che si chiamava La Salute scende in piazza dove abbiamo regalato le bambole fatte a mano in un altro progetto e lì ho conosciuto una delle responsabili del centro Pace Assisi che mi ha proposto di creare anche a Perugia quello che loro stanno facendo in Uganda: un progetto di microsartoria per realizzare borse. Però non sapeva chi poteva farle e allora ho contattato l’associazione Liberamente Donna che si occupa di donne che hanno subito violenza e che hanno bisogno di inserirsi in un gruppo, per sentirsi più sicure e più accolte, e ci hanno segnalato Hassana e un’altra signora, e insieme abbiamo fatto un modello di borsa che piace molto, tutto con materiali di recupero e con l’assistenza di Omar, un ragazzo della Sierra Leone arrivato qui con i barconi e bravissimo nei lavori di sartoria.

L’obiettivo è darle da vendere al commercio equo e solidale e abbiamo un contatto con la grande distribuzione per metterle nei supermercati, saranno diverse una dall’altra e ottimi regali di Natale.»

Mi gira la testa, ma non è ancora finita perché in tutto questo so che molti cappellini e sciarpe hanno varcato i confini e sono arrivati in Malawi: come si è arrivati fin lì?

«Stavamo facendo le bambole da regalare alle pallavoliste così da far passare il concetto dell’oggetto fatto a più mani, del dettaglio magari brutto ma che poi nel complesso diventa bello…» racconta serafica Francesca. «E le vede una mia amica a Milano, lei lavora all’ospedale Niguarda e ha un’amica che segue 150 ragazzi in una scuola in Malawi».

La ragazza del Niguarda aveva della lana che non veniva usata e quindi la ha passata a Francesca in cambio di un po’ di bamboline da mandare in Malawi come regalo di Natale.
In Malawi fa caldo a dicembre e fa freddo in agosto e allora come non mandare un po’ di cappellini quando lì è inverno?»

Eh già, perché no?

Non solo maglia

Mentre le signore lavorano a maglia non ci si dimentica lo scopo dell’associazione Coraggio, spiega Francesca: «Abbiamo portato avanti tante iniziative per i giovani: abbiamo contattato psicologici con i quali organizzare incontri per parlare con i ragazzi. Abbiamo progetti di informazione sul problema della salute mentale, per superare il preconcetto e sviluppare l’empatia che permetta di entrare nei panni dell’altro, cercando così di evitare certi errori e soprattutto lo stigma: vogliamo far capire che una persona HA una malattia, non È la sua malattia. Se dico che una persona ha un tumore non dico che è un tumore, quindi non posso dire ‘quella persona è anoressica’ ma ‘combatte l’anoressia’; è molto importante lavorare su questo.

E allora abbiamo organizzato incontri con i ragazzi la sera, in un bar e sono stati molto interessanti.

E poi incontri in Regione, relazioni ecc, non perdiamo di vista questo fronte».

Sentiamo spesso parlare della necessità di fare rete, di connettere le centinaia se non le migliaia di realtà del volontariato in Italia; ecco, mi pare che Francesca e la sua Associazione stiano proprio facendo questo. Mi confessa: «Non è semplice, ci sono i campanilismi, le donne delle montagne umbre sono chiuse, si fa fatica e metterle insieme ma un paio di ferri da lana e uno scopo comune spesso fanno miracoli, basta crederci».

E lei ci crede, senz’altro.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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