Sean Cox

La moglie di Sean Cox (aggredito a Liverpool-Roma) racconta come il calcio ti stravolge la vita

Sean non parla più. Capisce, ascolta, perché sorride a chi gli racconta qualcosa, ma non può più comunicare con noi

Non parla più

Il calcio può cambiarti la vita per sempre. È successo a Sean Cox, 53 anni, irlandese, sposato, padre di tre figli, e tifoso del Liverpool. Che la sera del 24 aprile 2018 ebbe la sventura di passeggiare davanti allo stadio di Anfield e venne aggredito da un gruppo definito numeroso dai testimoni. Cinquanta, sessanta romanisti. Vestiti di nero. Con lui c’era il fratello Martin, di qualche anno più piccolo, che al tribunale ha raccontato quei momenti.

«Stavamo percorrendo Walton Breck Road, abbiamo sentito dei rumori, brutti rumori in sottofondo. Persone vestite di scuro che cantavano. Mi sono rivolto a Sean per dirgli: “andiamocene”, ma lui era già stato colpito. Era a terra. Ebbi qualche secondo di schock. Mi chinai su mio fratello e fui preso anch’io a calci». Secondo un altro testimone, norvegese, non pochi degli aggressori erano a volto coperto. Lo colpirono con una cinta e con i pugni.

Sei mesi di riabilitazione, ora dovrà curarsi privatamente

Oggi, sei mesi dopo, Sean Cox è al Centro di riabilitazione nazionale di Dun Laoghaire. Vi è stato trasferito dall’ospedale di Beaumont dove era giunto dopo le prime cure ricevute a Liverpool al Walton Center, un centro d’eccellenza in cui per cinque settimane furono osservate e curate le sue lesioni cerebrali.

La moglie racconta al quotidiano The Independent: «Sean non parla più. Capisce, ascolta, perché sorride a chi gli racconta qualcosa, ma non può più comunicare con noi. La sua vista è compromessa. Vede doppio o persino triplo. Riesce a riconoscerci quando arriviamo ma ad esempio non è in grado di osservare con attenzione una fotografia. Dicono che non tornerà più quello di prima. Ma noi abbiamo il dovere di provarci con tutte le nostre forze». La moglie è praticamente sempre con lui. I tre figli si alternano.

Il Liverpool ha dato loro una mano per i trasferimenti e gli alloggi. Tra un po’, però, scadranno le dodici settimane di cura previste. Dopodiché il servizio sanitario nazionale irlandese non potrà più fare nulla per lui. Stanno preparando una raccolta fondi, un crowdfunding che punta a due milioni di euro. Anche in Irlanda esiste l’emigrazione sanitaria. La signora punta alla Germania, dice che lì sono all’avanguardia nella riabilitazione.

La moglie in tribunale

La scorsa settimana, la signora Martina ha voluto partecipare in Tribunale all’udienza che vede imputato un tifoso – se così possiamo chiamarlo – della Roma. Si chiama Filippo Lombardi, ha 21 anni, si dichiara innocente. Un mese fa è stato condannato in Inghilterra per scontri. Un altro, Daniele Sciusco, è già stato condannato e sta scontando la pena di due anni e mezzo. E un terzo è stato identificato, è stato interrogato e potrebbe essere estradato. Ha per ora un nome in codice: N49. La signora ha voluto assistere all’udienza. «So che Sean lo farebbe per me, sento che dovrei essere lì. Anche se è solo una parte del processo, è giusto che io sia lì».

Le reazioni italiane

In Italia, di questa vicenda, si è parlato ma sempre lo stretto necessario. Le dichiarazioni della moglie sono arrivate, sono state pubblicate. Il diritto di cronaca, se così vogliamo chiamarlo, è stato rispettato. Nulla di più. Romanista, per modo di dire, è anche il più recente condannato per omicidio per vicende in qualche modo legate a una partita di calcio. Daniele De Santis, molto vicino ad ambienti dell’estrema destra romana, condannato a 16 anni di carcere per l’uccisione del napoletano Ciro Esposito in occasione della finale di Coppa Italia del 2014 che si disputò a Roma.

Così come poco e nulla è stato detto del ricorso – respinto – presentato dalla Juventus per la squalifica della Curva Sud del proprio stadio per cori discriminatori nei confronti di Napoli. Tutto quel che non è strettamente calcistico – come ricordato la scorsa settimana per il caso Ronaldo – sembra che in Italia non sia considerato mediaticamente rilevante. Viene avvertito come fastidioso, persino da alcuni giornalisti che hanno addirittura il coraggio di dirlo. Forse anche per questo un allenatore come Carlo Ancelotti, rientrato dopo quasi un decennio di lavoro all’estero, afferma al Festival dello sport di Trento: «La  differenza con l’estero è a livello ambientale e culturale. All’estero la rivalità è sportiva, e basta. Noi siamo rimasti indietro, siamo rimasti agli insulti. Non è rivalità, ma maleducazione e ignoranza. Bisogna fare qualcosa». Già.

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Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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